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A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana: la promessa incompiuta del 1776

Dall’universalismo dei diritti proclamato da Jefferson all’America First di Trump: due secoli e mezzo di promesse, contraddizioni e ripensamenti dell’idea di una vocazione universale degli Stati Uniti
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La ruota panoramica “Freedom 250” sul National Mall di Washington
La ruota panoramica “Freedom 250” sul National Mall di Washington (Kevin Carter/Getty Images)

La Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776, la cui stesura fu in larga parte opera di Thomas Jefferson, è stata una delle maggiori fonti di ispirazione per la politica moderna. L’eco della frase più celebre di quel documento ha varcato ogni confine: “Riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: tutti gli uomini sono creati uguali, sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. In poche righe, la Dichiarazione condensava, così, una visione dell’uomo e della società destinata a segnare la storia dell’Occidente e globale.

Quelle parole non nacquero dal nulla. Alle loro spalle vi era l’incontro tra diverse tradizioni. Convergevano il linguaggio del repubblicanesimo, con radici nell’antichità classica, l’impianto filosofico del giusnaturalismo, l’influenza dell’Illuminismo europeo e l’ispirazione religiosa protestante, da cui riaffiorava la centralità attribuita alla responsabilità individuale. Il testo americano era, pertanto, una geniale sintesi di più prospettive, trasformate in una dichiarazione politica universale.

In quest’ottica, la vera novità della Dichiarazione di Indipendenza non consisteva tanto nell’essere riflesso di un circoscritto fatto storico, una secessione o una rivoluzione, quanto nell’aspirazione del testo a parlare in nome dell’umanità. Pur trattandosi del frutto di un piccolo gruppo di colonie, quel documento si presentava come universale. L’incipit non si riferiva alla condizione particolare degli americani, ma a quella generale degli esseri umani. Prima ancora di denunciare gli abusi del re Giorgio III, la Dichiarazione invocava verità autoevidenti. Era un aspetto di enorme rilevanza. Nella prospettiva delineata da Jefferson, gli uomini non ricevevano i loro diritti dallo Stato, dal Parlamento o dal monarca: quei diritti, invece, precedevano ogni potere politico e valevano in ogni luogo, in ogni epoca e anche contro il governo. Con la Dichiarazione di Indipendenza, pertanto, emergeva un linguaggio politico globale, e di lì in avanti la politica moderna ha cercato soprattutto di legittimarsi parlando di diritti, libertà e uguaglianza.

La storia della Dichiarazione di Indipendenza è certamente anche quella delle sue contraddizioni. Nel 1776 la schiavitù era ampiamente diffusa nelle colonie americane. Le donne erano del tutto escluse dalla partecipazione politica. Le tribù dei nativi americani non erano considerate parte della comunità politica nazionale. Gli autori del documento, dunque, vivevano in una società che smentiva in notevole misura gli ideali proclamati. Su tali basi, non di rado la Dichiarazione è stata giudicata ipocrita. È una critica comprensibile, che però rischia di sottovalutare la complessità storica. I principi contenuti nel testo, peraltro, finirono nel tempo col diventare un vettore ideologico per mezzo del quale gli stessi esclusi rivendicarono i propri diritti.

La Dichiarazione di Indipendenza americana non rese il mondo immediatamente più libero, ma contribuì a cambiare il linguaggio della legittimità politica, e la sua forza, ancora oggi, consiste nel fatto che i suoi contenuti possano essere usati contro gli stessi Stati Uniti. Gli abolizionisti nell’Ottocento, Abraham Lincoln, le femministe, il movimento per i diritti civili, Martin Luther King non chiesero certo di abbandonare i presupposti teorici del 1776. Sostennero, piuttosto, che gli Stati Uniti non erano ancora del tutto fedeli a quelle idee. Si può per molti versi affermare che l’universalità della Dichiarazione di Indipendenza debba essere intesa come progetto più che come realtà, come promessa più che come constatazione.

Nonostante, poi, una ricorrente contestazione della Dichiarazione riguardi il suo essere un documento “occidentale”, è significativo il fatto che, nel corso degli ultimi due secoli, movimenti di emancipazione sorti in Asia, Africa e America Latina hanno adoperato gli stessi concetti di libertà, autodeterminazione e uguaglianza. Pur nate in un contesto specifico, le “verità” del testo jeffersoniano si sono dimostrate in grado, dunque, di rivolgersi a culture molto diverse. Uno dei fattori più rilevanti di novità di quel testo è rappresentato proprio dalla trasformazione di una rivoluzione particolare in un’affermazione di portata universale. Ancora oggi, le denunce di ingiustizie da parte di popoli e individui in ogni parte del mondo generalmente non sono accompagnate da rivendicazioni di privilegi particolari, ma di diritti che essi ritengono validi per tutti. È questa, per molti versi, l’eredità più duratura del 4 luglio 1776.

La Dichiarazione di Indipendenza americana, sul piano storico-politico, non andrebbe certamente ridotta a documento da venerare. Essa, piuttosto, è una promessa da interrogare continuamente. Soprattutto oggi, di fronte alla visione politica incentrata sullo slogan “America First”, la quale evidenzia il passaggio dall’universalismo al particolarismo nazionale. La democrazia americana, sia pure tra molte contraddizioni, si è spesso rappresentata come portatrice dei valori universali proclamati nel 1776. Lo slogan con cui Donald Trump ha voluto segnalare la propria svolta politica, invece, pur non negando necessariamente, su un piano teorico, i diritti universali, assegna al governo degli Stati Uniti il compito prioritario di difendere gli interessi americani.

Si tratta, a ben vedere, di un cambiamento che precede l’attuale stagione politica. Nel mondo post-bipolare, a partire soprattutto dai fallimenti delle guerre in Afghanistan e in Iraq di inizio XXI secolo, lo scetticismo nei confronti dei doveri universalistici da parte di Washington è stato un fattore di crescente rilevanza nella politica e nell’opinione pubblica americane. L’universalismo liberale, per via dei suoi eccessivi costi economici, militari e politici, è stato investito da un doppio fuoco di critiche, tanto dalla sinistra populista quanto dalla destra nazionalista, entrambe tendenti a negare la descrizione degli Stati Uniti d’America come modello per l’umanità.

A partire dalla Dichiarazione di Indipendenza, l’universalismo americano si coniugò con il patriottismo. Quella sintesi, negli ultimi decenni, è stata sempre più di frequente messa in discussione. La sinistra ha contestato la coerenza della tradizione nazionale americana con i valori di uguaglianza e giustizia. La destra ha criticato l’universalismo in nome della priorità assegnata agli interessi e alla sovranità nazionali. La complementarità di universalismo e patriottismo, così, si è rovesciata nella contrapposizione tra visioni alternative, con effetti deleteri per le relazioni transatlantiche e per la ricerca di una via di uscita dalla crescente instabilità internazionale.

A 250 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza occorrerebbe, forse, separare l’universalismo enunciato in quello straordinario documento politico dall’arroganza missionaria americana. Occorrerebbe rilanciare le promesse incompiute del 1776 senza concepirle come pretese imperiali. Come dimostrano il razzismo, l’esclusione delle donne, l’espulsione e lo sterminio delle popolazioni native, la Dichiarazione non descriveva l’America di fine Settecento, però formulava un criterio utilizzabile come metro di giudizio per l’America stessa. Dava espressione a un universalismo autocritico, di grande rilevanza per la cultura politica occidentale, da non intendersi come autoassoluzione, bensì come criterio di correzione. Un universalismo democratico e non imperiale, connotato da pluralismo, limiti al potere, diritti effettivi. Un universalismo, nel contempo, radicato in comunità politiche concrete, che non cancella appartenenze, tradizioni, identità. Sottratto, in tal modo, sia alla celebrazione ingenua, sia alla liquidazione radicale, il 1776 potrebbe ancora parlare al tempo presente.