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Alle origini della papirologia torinese: l'eredità spirituale di Amedeo Peyron

Fascicoli inediti conservati presso la Biblioteca Nazionale Universitaria testimoniano le riflessioni del filologo, orientalista e papirologo torinese sul rapporto tra scienza e morale
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Amedeo Peyron

Amedeo Peyron nacque a Torino il 2 ottobre 1785 e vi morì il 27 aprile 1870. Dopo la laurea in Lingua greca e quella in Teologia, ottenne la cattedra di Lingue Orientali presso l’Università di Torino, succedendo all’abate Tommaso Valperga di Caluso proprio nell’anno della sua morte, ossia nel 1815. È quasi impossibile sintetizzare i suoi sconfinati interessi scientifici, che riuscì peraltro a conciliare con gravosi incarichi accademici e politici (è stato l’ultimo Rettore umanista dell’Ateneo torinese). Adottando, primo in Italia, il metodo filologico della grande stagione della scienza dell’antichità in Germania, pubblicò a Lipsia i frammenti di Empedocle e Parmenide. Seguirono le sue pionieristiche edizioni dei palinsesti torinesi di Cicerone e del Codice Teodosiano, che in qualche modo rappresentarono il preludio dei suoi primi due lavori papirologici di rilievo, che fecero immediato seguito alla nascita dell’allora Regio Museo Egizio (1824): Saggio sopra papiri, codici copti ed uno stele trilingue (1825) e, soprattutto, Papyri graeci (sic) Regii Taurinensis Musei Aegyptii (1826–1827). Quest’ultima rappresenta senza dubbio una delle opere che nell’Ottocento ha maggiormente contribuito alla conoscenza della papirologia documentaria di età tolemaica. Numerosi anche i suoi contributi alla papirologia geroglifica, demotica e copta. Per tutti questi motivi — come ripeto spesso ai miei studenti — Peyron va considerato come il vero nume tutelare della giovane cattedra di Papirologia di Torino. 

In questa sede, tuttavia, vorrei dare notizia ai lettori dell’esistenza di numerose cartelle del Fondo Peyron della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino dedicate alla filosofia (Peyron Mss. 192–204). Si tratta di materiale inedito, che esordisce con acute osservazioni sui concetti di infinito e sublime, a cominciare dallo Pseudo-Longino, per concludersi con “Pensieri Varii” (come l’autore li chiama in un’elegante copertina d’epoca), tra i quali spicca un’amara riflessione sulla decadenza delle civiltà (spero di poter ritornare presto sulla questione). Fra tutti questi fascicoli inediti, sono estremamente importanti quelli che Peyron dedicò al rapporto tra scienza e morale (Peyron Ms. 192/2/1, foll. 47–48), dimostrando uno spessore speculativo che lo metteva in grado di dialogare a distanza con tutti i più grandi pensatori del suo tempo. 

Vale la pena riportare il preambolo a un frammento di tre pagine su questo tema (fol. 47r): «La scienza è il conoscere la realtà, ossia ciò che è; la realtà compiuta nei fatti; dunque la scienza si ha studiando i fatti, donde si ricavano le possibili induzioni per quella parte di realtà che sfugge all’osservazione. Iniziamo queste induzioni per via di alcune verità primitive, ossia opinioni, che riguardano le cose occulte per mezzo di ciò che vediamo. Senza tali opinioni noi non potremmo progredire dai fatti opinati. Ma i fatti sono o sensibili, donde derivano tutte le scienze naturali; ovvero spirituali, su cui si fonda la filosofia. Questi fatti sono altrettanto reali e certi, quant’è la realtà (…) dei fatti percepibili. Il risolvere le questioni filosofiche per mezzo dei fatti percepibili, e fisiologici, ovvero per mezzo di questi fatti visibili e materiali risalire ai punti filosofici, è un solenne errore, come quello di chi volesse spiegare la chimica coi fatti astronomici. I due ordini sono affatto diversi. Si ha per l’intelligenza umana una serie di fatti e di fenomeni, di cui il centro si è la coscienza. Le questioni filosofiche si risolvono osservando tali fenomeni. La morale è la scienza che ha osservato i fenomeni della coscienza.»

Tutta la riflessione di Peyron sulla natura umana della conoscenza parte dunque dalla netta divaricazione tra le scienze naturali e quelle dello spirito. Era una posizione comune all’epoca (in parte Peyron la assimilò dall’abate di Caluso, suo maestro). Resa canonica in Germania dall’idealismo hegeliano, verrà variamente recepita in Italia, fino a Benedetto Croce. Confermano questa impostazione altre due lapidarie riflessioni di Peyron sulla coscienza, che in qualche modo la inquadrano come un fatto non percepibile, ma assolutamente necessario per il progresso della conoscenza umana. Nel mezzo del suo discorso, molto efficacemente, egli osserva che «la certezza della coscienza è per lo meno uguale a quella dei sogni» (fol. 47v). E poi chiude tutto il suo ragionamento così: «La coscienza non sente i fenomeni percepibili, e l’osservazione percepibile non coglie i fenomeni della coscienza.» 

Riflessioni di questo tipo aiutano a capire che Peyron fu un intellettuale prima che un antichista e un orientalista. Anche il suo grande contributo alla papirologia fu ispirato a una visione d’insieme, che possiamo a buon diritto considerare schiettamente filosofica. Per lui la papirologia non era, e non poteva essere una disciplina frammentata al suo interno o separata dagli altri campi della scienza dell’antichità, come l’egittologia, la filologia classica, la filosofia antica, la letteratura greca, il diritto greco-romano. Questo aspetto del suo metodo scientifico dipende solo in parte dai tempi in cui fu concepito e applicato. È più corretto attribuirlo alla sua indole geniale e alla sua inestinguibile sete di conoscenza, che restano un’eredità spirituale inestimabile, da comunicare alle nuove generazioni e da preservare anche sul piano dell’insegnamento universitario, più che mai in un mondo come il nostro, che spinge invece tutti verso una dogmatica, cieca, e molto spesso sterile settorializzazione del sapere.