Annapurna. The Mountain’s Eyes
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Che cosa vedrebbero le montagne se avessero occhi? È questa la domanda all’origine del
progetto fotografico di Roberto Ghezzi - artista da sempre interessato a mettere in relazione le sue creazioni con la natura di ogni angolo del mondo - che per la prima volta ha deciso di dedicare una ricerca alle montagne dell’Himalaya. Un progetto nato con il coinvolgimento del Dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Torino, che ha curato i testi scientifici di accompagnamento delle immagini, oggetto di una prima esposizione nella galleria MCube di Kathmandù inaugurata nello scorso mese di novembre a conclusione della spedizione. Rodolfo Carosi, Chiara Montomoli e Salvatore Iaccarino, geologi del nostro Ateneo e membri della Sezione di Geologia Himalayana della Società Geologica Italiana, hanno arricchito con le loro osservazioni scientifiche le immagini, in un suggestivo parallelismo tra i tempi geologici della montagna e la visione dell’artista che ne evoca il tempo lento e misterioso.
Come nelle Naturografie© degli anni Duemila, l’idea alla base di questo nuovo lavoro dell’artista toscano è di lasciare che la natura imprima la propria traccia sui materiali restituendo il senso profondo del proprio essere. Se in quella serie erano delle tele a essere esposte all’azione della terra o dell’acqua, qui è la luce che illumina la montagna a creare l’opera. "Le foto colgono il profilo delle montagne lungo il percorso per raggiungere il campo base dell’Annapurna e il movimento del sole. Tale profilo, netto, è intagliato nelle rocce metamorfiche, che hanno subito profonde trasformazioni, che costituiscono il cosiddetto Alto Himalaya e che sono state erose e modellate dalle acque e dagli agenti atmosferici per molti milioni di anni", commentano i geologi.
Nella sua missione in Nepal - un po’ residenza artistica, un po’ spedizione alpinistica - Ghezzi ha installato infatti tra le rocce himalayane dei rudimentali dispositivi fotografici realizzati con materiali di recupero reperiti sul posto come delle semplici lattine abbandonate; la luce che filtrava attraverso un piccolo foro ha potuto così impressionare la carta fotografica posta all’interno dei contenitori per più giorni registrando in una sola immagine stenopeica l'impronta della luce dall’alba al tramonto in un “battito di ciglia lungo 480 ore”.
“È così dunque che le montagne vedono. lo non ho fatto altro che catturare il loro sguardo per alcuni giorni all'interno di piccole camere oscure sepolte tra le rocce; ma nelle infinite combinazioni di anfratti, crepacci, caverne e cunicoli, passando attraverso sottilissimi fori spontanei, la diffrazione della luce crea da sempre miliardi di immagini e paesaggi che nessuno mai raccoglierà. Nelle fotografie - che ho soltanto invertito in positivo senza toccare nient'altro - si vedono le linee del sole che sorge e che tramonta - tante quanti sono stati i giorni di esposizione - talvolta anche luna e pianeti, le montagne di fronte, gli alberi, persino le nuvole sono rimaste impresse. Ma non si vedono esseri umani. Forse le montagne ci guardano, senza vederci. Mi ricordano certi flebili sogni eterni, come qualcosa che rimane per sempre, dopo che tutto è già passato”, scrive Roberto Ghezzi.
L'opera di Roberto Ghezzi non è solo una rilettura poetica della natura ma stabilisce un dialogo tra arte e scienza offrendo un apporto significativo alla mappatura e al monitoraggio del territorio. Un legame che si rafforza con il contributo dei testi scientifici - "le rocce con colori grigio e nocciola che occupano la sommità del gruppo dell’Annapurna sono rocce carbonatiche metamorfosate che si sono formate in ambiente marino oltre 450 milioni di anni fa nel mare che separava l’India dal Continente Euro-Asiatico a nord. Questo mare è scomparso a seguito della collisione tra India ed Eurasia e i sedimenti che ne occupavano il fondo sono stati metamorfosati, deformati e portati sulla parte più alta della catena dagli eventi tettonici che hanno accompagnato la formazione dell’Himalaya" - e che emerge chiaro anche tra le note e gli acquerelli dei suoi taccuini di viaggio.
Il progetto artistico di Roberto Ghezzi, a cura di Gabriele Salvaterra, è stato realizzato con il
supporto logistico della guida sherpa Suraj Gurung e il sostegno di Phoresta ETS. Tutte le immagini di Roberto Ghezzi sono pubblicate per gentile concessione dell'autore.