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Asimmetrie globali, digitale quanto ci costi?

Per arrivare al valore netto del digitale occorre estendere la copertura dei dati e tenere in considerazione le economie più fragili. Ne parliamo con Francesco Quatraro
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Mucchio di rifiuti elettronici dalle schede madri dei computer

I dati sono rappresentazioni originarie, cioè non interpretate, di un fenomeno. È questa una delle possibili definizione di una parola che è entrata nel nostro vocabolario quotidiano con una ricorrenza sconosciuta in passato. Nuotiamo in un mare di dati. Ma se per dato si intende ciascuno di quegli elementi che vengono raccolti e analizzati per formulare un’interpretazione del fenomeno cui si riferiscono, perché è così complesso calcolare l’entità dell’impatto ambientale della tecnologia digitale e le sue ricadute economiche? Ne abbiamo parlato con Francesco Quatraro, vice-coordinatore del PhD Programme in Innovation for the Circular Economy e docente presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”.

Professore, perché è difficile stimare i costi e la footprint del digitale?

Prima di tutto perché il tema dei dati è complesso. Nel momento in cui si vuole andare oltre la panoramica nell'insieme ed entrare nel dettaglio per capire dove andare a intervenire, allora bisogna scendere dal livello aggregato al livello micro. Il problema diventa allora lo spacchettamento e questo è complicato perché quando ci riferiamo all’impatto del digitale sull'ambiente il dato può non esserci e si deve lavorare sulle stime che, per quanto fatte con rigore, sono proiezioni e non dati effettivi. E anche quando i dati micro sono disponibili restano un fattore delicato. Spesso si tratta infatti di dati privati che appartengono alle realtà economiche che li raccolgono, perciò bisogna tenere in considerazione che l'accesso a queste banche dati è legato al diritto di proprietà, alla relazione con i proprietari, alle regolamentazioni ecc. Inoltre bisogna considerare che la copertura dei dati non è globale. La maggiore quantità di dati si ha per le realtà economiche che sono localizzate nei Paesi sviluppati ma le peggiori situazioni dal punto di vista ambientale sono nei Paesi in via di sviluppo dove raccogliere dati è più complicato. Una delle prime azioni da prendere in considerazione per quanto riguarda i dati è dunque sicuramente migliorarne la copertura e la precisione. E poi occorre lavorare sulla loro estensione in termini di dominio e di tipologia di impatto ambientale: adesso abbiamo dati significativi per quanto riguarda le emissioni di CO2 e anche il consumo di energia comincia a essere rilevato in modo sistematico. Ma ci sono tutta una serie di altri aspetti su cui c’è moltissimo da fare, per esempio per quanto riguarda la produzione delle infrastrutture e l’estrazione delle materie prime. 

Quali sono le implicazioni riguardo le materie rare?

Il tema delle materie rare è oggi sempre più centrale e agisce direttamente sull’aumento delle tensioni geopolitiche internazionali. Non c'è soltanto una questione di asimmetria di potere contrattuale tra chi ha le risorse e chi invece dipende da esse per poter produrre, c’è anche un tema di utilizzo strategico di tale asimmetria da parte dei paesi in cui si concentrano i giacimenti di materiali critici, che sono quelli più rilevanti anche per la transizione digitale. Questi aspetti politico-economici rischiano di oscurare il discorso relativo all’impatto ambientale dei processi di estrazione e lavorazione di questi materiali. 

Queste asimmetrie cosa comportano dal punto di vista dell’inquinamento?

Si tratta di processi molto impattanti dal punto di vista ambientale. Per esempio, gli Stati Uniti, benché avessero qualche giacimento, hanno interrotto la produzione perché sottostare a una regolamentazione ambientale giustamente stringente implica dei costi enormemente superiori rispetto a produrre in contesti caratterizzati da una normativa ambientale più lasca. E l’impatto che viene generato in questi paesi non è sostanzialmente controllato né registrato e dunque non rientra nelle raccolte di dati di cui si diceva. Ci sono interi villaggi che si ammalano perché le falde acquifere sono inquinate e questo non lo troviamo dentro alle statistiche sul consumo di energia dei mega server o sulla produzione di CO2. Ma se vogliamo valutare gli impatti in un orizzonte più ampio bisogna tenerne conto, anche se è molto difficile e tocca molti interessi economici internazionali.  

Quali sono gli interventi possibili per un calcolo reale della footprint del digitale?

A livello generale la transizione digitale ha una forte probabilità di compiersi a scapito dei paesi in via di sviluppo e questo è un dato preoccupante. Quando parliamo di transizione digitale è dunque necessario considerare il valore netto, quello cioè che tiene conto tanto degli effetti positivi quanto di quelli negativi, a prescindere da dove essi si localizzino. Calcolare realmente la footprint è complicato ma non è impossibile: per poter elaborare delle strategie di azione bisogna seguire tutto il processo che riguarda i beni digitali dalla produzione, all’utilizzo fino allo smaltimento per capire dove e come questi avvengano. Prendiamo per esempio le smart city. Bellissime ed efficientissime. I vantaggi della digitalizzazione sono oggettivi e sono tanto maggiori quanto più le città sono grandi e complesse; questo implica inevitabilmente la produzione di quantità di dati enormi che richiedono server con grandi capacità di elaborazione e quindi, di nuovo, un utilizzo massivo di energia ed emissioni inquinanti ma anche una dipendenza estrema da chi i materiali critici li produce. Bisogna dunque mettere in relazione l’ottimizzazione dei processi con i costi che comporta, che sono costi tendenzialmente crescenti e che dunque sollevano anche la questione del mantenimento. Come si possono mantenere queste città intelligenti, facendo sì che continuino a essere intelligenti e che possano migliorare la propria intelligenza? Il calcolo del valore netto deve tener conto di tutti i fattori che abbiamo detto, costi economici e ambientali per fare in modo che le amministrazioni locali valutino le esigenze di budget sul lungo periodo. 

I crediti di compensazione che alcuni suggeriscono possono essere una misura per contenere l’impatto ambientale?

Il credito di compensazione dal mio punto di vista è come chiedere l'indulgenza: cioè inquini e poi paghi per metterti l'animo in pace. E può essere anche peggio se la responsabilità viene scaricata sul consumatore, un po' come nel caso in cui acquistando un biglietto aereo ti viene data la possibilità di contribuire all’abbattimento delle emissioni inquinanti. Se il credito di compensazione è il principio economico attraverso il quale si cerca di incentivare comportamenti più virtuosi da parte delle aziende va bene ma in pratica non credo sia risolutivo perché non si sta agendo sul problema ma ci si sta mettendo una toppa, utile ma pur sempre una toppa. 

Si possono dunque bilanciare espansione tecnologica e sostenibilità?

Sviluppo tecnologico e sostenibilità sono conciliabili ma non è detto che lo siano al ritmo di crescita cui stiamo assistendo. Prendiamo per esempio le fonti di energia rinnovabili. Oggi non sono sufficienti per rispondere alla crescente domanda data dall’aumento della digitalizzazione. Potranno esserlo? Occorre continuare a investire. Sicuramente il fotovoltaico ha delle potenzialità che non sono ancora completamente sfruttate; queste tecnologie hanno conosciuto un miglioramento molto consistente in termini di capacità di assorbimento e di produzione a parità di superficie, è sicuramente un aspetto rilevante che potrà dare buoni frutti. E poi ci sono tanti progetti in fase di studio, come lo sfruttamento del moto delle onde per fare un esempio, ma non sono soluzioni tecnologiche al momento attuate.

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