Come siamo arrivati alla touristification
Nel campo degli studi urbani, sta crescendo enormemente l’interesse per la relazione tra turismo e urbanizzazione là dove il primo è stato per anni studiato in maniera autonoma e indipendente. Con ciò si vuol dire che si sono diffusi approcci scientifici allo studio del turismo da parte di economisti, sociologi, geografi, antropologi, linguisti e molti altri, senza che necessariamente l’angolo di analisi fosse quello dell’urbano. Viceversa, e sulla scorta delle furiose polemiche che stanno accompagnando gli effetti del turismo globale sulle scale locali, principalmente le città e le località turistiche, è in corso un ripensamento sul nesso tra urbanizzazione e turismo. Questo ripensamento è in parte stato condotto da chi, come il sottoscritto, proveniva dallo studio critico dei fenomeni di gentrification, e dunque la prospettiva che qui suggerisco parte proprio dalla gentrification per approdare poi a quella che ora, comunemente, chiamiamo touristification (o turistificazione).
Inizialmente, la gentrificazione funzionava così: si prendevano i quartieri storici, quelli dove viveva la gente ‘normale’, e si faceva in modo che le classi popolari se ne andassero, a volte di loro spontanea volontà, a volte meno. Al loro posto arrivavano persone più istruite, spesso più ricche, che si sentivano un po‘ i salvatori del quartiere. Negli anni ’60 e ’70, che erano anni di grande crescita economica, chi veniva ‘sfollato’ trovava spesso case popolari nuove, e queste case erano quasi sempre migliori di quelle che si lasciavano alle spalle. Ad esempio l’abitare pubblico di fine Novecento garantiva acqua corrente, bagni veri, elettricità: cose che prima erano un lusso per le classi popolari. Insomma, sul momento sembrava un po‘ un “win-win”: il centro storico, che magari era un po’ trascurato o rovinato anche dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, tornava a splendere grazie a investimenti pubblici e privati. E chi si spostava andava a vivere in quartieri nuovi, moderni. Certo, erano più lontani dal centro, ma all’epoca non sembrava un gran problema. Questo si è visto bene a Roma, ma anche a Genova, Milano e Torino.
A partire poi dagli anni Novanta, si fa strada una svolta, che a volte viene chiamata neoliberismo, che implica che le città hanno smesso di essere protettive nei confronti dei propri abitanti. Hanno iniziato, invece, a comportarsi come delle ‘facilitatrici’ per il mercato. Ad esempio, la costruzione di nuove case popolari è quasi sparita, sostituita al massimo da piccoli interventi di ‘social housing’ per pochissimi e sempre più sfortunati. Cambia il linguaggio, cambiano le azioni. Le città ora vogliono essere ‘smart’, ‘creative’, ‘sostenibili’, ma anche ‘aperte’ e ‘competitive’. Si usano soldi pubblici per eventi privati, si privatizzano i servizi che prima erano di tutti, e non ci si preoccupa più tanto di proteggere i cittadini più deboli, ma semmai si punta sull'‘empowerment’ degli utenti (cioè rendere le persone capaci di fare da sé, anche quando non hanno i mezzi). La città si trasforma allora completamente. E inizia a difendere con la forza i suoi ‘abbellimenti strategici’, come li chiamava Walter Benjamin. È così che avanza un’idea un po’ pericolosa ma molto diffusa di ‘decoro’. Questo ‘decoro’ diventa uno strumento per controllare l’aspetto della città e della società: impedisce a persone, abitudini e idee che non rientrano negli schemi – quelle ‘degradanti’, minoritarie, ai margini – di avere un vero diritto a vivere la città. Basta guardare tutti i decreti ‘sicurezza’ degli ultimi trent'anni per capirlo anche legalmente.
Se allarghiamo la visuale a livello globale, dobbiamo però aggiungere anche altre trasformazioni. Innanzitutto, l’urbano è stato influenzato in maniera radicale dall‘arrivo delle piattaforme digitali, dallo sviluppo del turismo in società sempre più “neoliberali” e finanziarizzate, e dalle tante, tantissime disuguaglianze tra le persone e tra contesti spaziali. Per dirla con il linguaggio della mia disciplina, siamo entrati in un’epoca di urbanizzazione planetaria, le cui tendenze urbane sono le seguenti:
- Primo, sempre più persone nel mondo vivono in città dominate in maniera crescente da piattaforme digitali. Questo implica anche crescenti mobilità tra aree urbane, che comprendono il turismo ma anche mobilità per motivi di istruzione, lavoro o salute.
- Secondo, la vita in città è segnata dai cambiamenti climatici, e purtroppo le disuguaglianze sociali, economiche e ambientali si stanno allargando e intersecando.
- Terzo, i governi e gli stati usano logiche ‘neoliberali’, cioè fanno politiche e usano strumenti finanziari che favoriscono il mercato per gestire i primi due cambiamenti.
Un punto importante di discussione è la cosiddetta “quinta ondata” della gentrificazione, che riprende le caratteristiche delle ondate precedenti ma ci aggiunge quelle dell'urbanizzazione di oggi.
Come dice la letteratura sul tema, questa quinta ondata è fatta di case sempre più costose, dal “capitalismo delle piattaforme“ (tipo Airbnb), da ricchi da tutto il mondo che usano le città come “cassette di sicurezza” e dal fatto che la gentrificazione, anche quando è voluta dallo Stato, ci sembra sempre più “normale“. La gentrificazione va oltre i confini di ogni singolo Paese e mostra che le cose cambiano molto a seconda di come lo spazio e il tempo sono organizzati. Vediamo ad esempio una mescolanza di circuiti spaziali enormi e circuiti temporali brevissimi ed è questo il fenomeno più importante che stiamo vivendo. Studi recenti che guardano a spazio e tempo insieme mostrano che sta infatti nascendo una “città a breve termine”.
Questa “città a breve termine” è un fenomeno che si vede soprattutto nell'Europa del Sud, dove la quinta ondata della gentrificazione è accelerata dall'arrivo e dalla partenza di sempre più persone che vivono lì solo per un periodo: principalmente pensionati, turisti, studenti e lavoratori temporanei. Anche se nell'Europa del Sud, e specialmente in Italia, se ne parla ancora poco, dovremmo considerare anche la “studentificazione” (cioè quando un quartiere cambia per l'arrivo massiccio di studenti) e il ruolo che le università possono avere nel trasformare le città. In particolare, la recente comparsa (nell'Europa del Sud) di alloggi per studenti (i cosiddetti PBSA) che sono spesso di fascia alta se non di lusso e costruiti apposta, indica un mercato che sta cambiando. Questo mercato è da un lato aperto alla speculazione, e dall'altro porta a creare aree che escludono molte persone. Qui, investitori sia nazionali che stranieri si uniscono a enti pubblici locali per compiere affari strategici.
Certo, la gentrificazione è un fenomeno mondiale legato a grandi cambiamenti sociali e culturali (pensiamo al cibo, ai viaggi, al tempo libero, al digitale, e al turismo in generale). E certamente uno di questi mutamenti è anche il crescente benessere planetario, che riguarda cioè numeri assoluti in forte aumento di persone che possono accedere a forme di consumo che prima erano loro precluse: pensiamo ai turisti indiani o cinesi, oppure a come Paesi esportatori di manodopera come l’Albania stanno diventando ora territori di forte sviluppo turistico. Però, come gentrificazione e turistificazione si manifestano poi davvero, a livello locale e su diverse scale, non dipende solo da come cambiano le idee di città e di quanto girano i soldi nel mercato immobiliare. Dipendono anche dalle regole del posto, dalle politiche, da come sono fatte fisicamente, orograficamente e culturalmente le città e pure da fattori casuali e spesso impossibili da prevedere (una pandemia, un conflitto regionale, nuovi equilibri geopolitici).
Per questo, l'Europa del Sud è un po’ diversa dal Nord o dal Centro Europa, con caratteristiche proprie, che sono queste:
- Primo, gli Stati qui sono spesso caratterizzati da diffuse corruzione e instabilità politica, e hanno una forte tradizione “familista” (cioè la famiglia conta tantissimo).
- Secondo, c'è molta proprietà della casa, e le zone residenziali sono meno segregate delle omologhe nord-europee o vedono delle segregazioni 'verticali' (con classi differenti che vivono in piani diversi nello stesso palazzo).
- Terzo, le economie sono deboli, con disoccupazione che aumenta, lavori precari, stipendi fermi e disuguaglianze economiche sempre più grandi.
Per quanto il capitalismo finanziario possa essere globale, e per quanto il ‘fare soldi affittando’ sia diventato la base di molte di queste economie, dobbiamo comunque guardare a questi fenomeni pensando all'urbanistica dell'Europa del Sud e a quelle caratteristiche che abbiamo appena detto.
La nostra idea è che nelle città del Sud Europa come Torino, che hanno vissuto lunghi periodi di deindustrializzazione e crisi, la gentrificazione di quinta ondata si vede soprattutto grazie al ruolo fondamentale degli attori pubblici. In pratica, queste amministrazioni cercano proprio di favorire la gentrificazione per attirare investitori in quello che oggi manda avanti l'economia della città: l’istruzione universitaria e il turismo. Per farlo, i soldi delle grandi aziende sono attratti in posti dove il “clima” per gli affari è buono anche grazie a elementi politici e ambientali. Interventi “duri” (tipo nuove costruzioni) e “morbidi” (tipo marketing urbano o interventi di maquillage artistico) si mescolano per creare gentrificazione.
* Per approfondire il tema, una recente pubblicazione scientifica: Between a soft and a hard place: Southern European gentrification for short-term populations