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Comunismo digitale, di cosa parlo quando parlo di Webfare

A margine di un convegno sul concetto sviluppato da LabOnt e Scienza Nuova, approfondiamo i tratti fondamentali del “capitale documediale”: nuovo, ricco, rinnovabile ed equo
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Keynes rielaborato con AI

Il primo atto del papato di Leone XIV è consistito nel rivendicare la necessità di tutelare l’umanità dall’alienazione digitale proprio come Leone XIII volle tutelare i lavoratori dall’alienazione industriale. Il Welfare digitale, in Webfare, vuole non solo tutelare l’umanità dall’alienazione digitale, ma superare quella alienazione, restituendo all’umanità il patrimonio che essa stessa costruisce attraverso l’attività (consumo e mobilitazione) sul web. Si tratta di una urgenza politica non differibile e di una necessità teorica profonda, non solo per rispondere ad antichi bisogni, ma a nuove e false paure che nascondono quelle vere, e che paralizzano l’umanità, rallentandone l’azione e inibendone la salvezza.

La tecnologia fa paura e appare aliena, ma la verità è che la paura è ragion pigra, e l’alienazione ragione pigrissima. Perché la tecnica non siamo che noi, solo noi. Da che l’umano è umano si definisce rispetto agli animali non umani grazie all’uso di supplementi tecnici. Ciò che avviene oggi, con l’Intelligenza Artificiale, e appare come l’irrompere di un tutt’altro, è la fase attuale (preludio di altre che non possiamo prevedere perché la storia ama sorprendere) delle vicende dell’animale ibrido, biologico e tecnologico, che noi siamo. Dunque tutta questa storia siamo noi, e tutto quello che abbiamo proiettato in cielo, o meglio negli archivi del web, e che crediamo alieno e sovrumano non siamo nient’altro che noi, nelle nostre forze e debolezze, nei nostri colpi di genio e nei nostri abissi di stupidità.

Questo archivio, come ogni altro, è un capitale, che eredita e supera il capitale industriale e quello finanziario. Si tratta del “capitale documediale”, che battezzo con questo nome perché raccoglie i documenti prodotti dalla ibridazione della forma di vita umana con il più grande apparato di registrazione sinora conosciuto, ossia con quello che oggi, con un antropomorfismo che almeno mancava nel web, il suo antecessore, chiamiamo “intelligenza artificiale”. Questo capitale può essere esecrato per il suo uso liberale ed egoista negli Stati Uniti, in cui pochi prendono tutto, o per il suo uso bolscevista ma altruista in Cina, in cui il valore viene ridistribuito, ma al prezzo di un controllo micrologico delle vite dei cittadini. Ma può anche essere valorizzato come un capitale alternativo, cioè capace di rispondere al precetto “a ognuno secondo i suoi bisogni”, valorizzandone i tratti fondamentali, il fatto cioè di essere nuovo, ricco, rinnovabile ed equo. 

Nuovo. Non esisteva vent’anni fa (e per questo lo abbiamo sottovalutato). Prima che il digitale diventasse un sistema automatico di registrazione della forma di vita umana, prima degli scritti, poi delle parole, delle immagini ferme e in movimento, e infine dei nostri passi, della nostra fisiologia e della nostra psicologia, delle nostre azioni e volizioni, ossia di ciò che le macchine non possiedono e devono imparare da noi – prima di questo la vita umana, tranne i grandi eventi e i grandi umani, nel bene e nel male, scompariva come lacrime nella pioggia. Ora invece anche i più infimi atti della nostra vita lasciano traccia e si prestano a venire capitalizzati, valorizzati, compresi, e posti al servizio non solo di osservatori panottici, ma del benessere dell’umanità (“conosci te stesso”).

Ricco. In quanto sconfinata biblioteca della vita umana, il capitale documediale è ricco: promette appunto una conoscenza dell’umano che non ha precedenti nella storia. Ossia offre quel sapere assoluto che inutilmente si è cercato nei sogni dell’idealismo. Perché gli umani conoscono sin troppo bene la loro inclinazione a ingannarsi, sono assuefatti alle bugie dell’autocoscienza e al desiderio, sempre troppo forte, di presentarsi per migliori di quello che sono. Questo ci danno le parole e i pensieri, ma ciò che il capitale documediale ci fornisce sono atti indubitabili, e certo anche tante parole, ma confrontate con miliardi di altre parole, il che le priva di una insincera aspirazione alla unicità e le dota di una verità statistica. Si badi bene: questa conoscenza non priva gli umani del libero arbitrio, come sperano coloro che danno la colpa alla tecnica per lavarsi dei loro peccati. Semplicemente, ci spiega di che pasta siamo fatti, dunque ci rende più liberi. 

Rinnovabile. Il capitale documediale è fatto di dati, cioè di beni intangibili, che possono essere ceduti senza che chi li cede ne resti senza. Si tratta dunque di un capitale rinnovabile. Se io do un bidone di petrolio a qualcuno, non ce l’ho più io. Se una piattaforma liberale dà a una piattaforma comunista i propri dati, per scopi di capitalizzazione alternativa, non se ne priva, e favorisce una crescita che va a vantaggio dell’umanità senza risultare concorrenziale con gli interessi della piattaforma liberale che non sono, per l’appunto, filantropici. Questa caratteristica ontologica, ossia inerente alla natura dei dati, permette una trasformazione radicale dello scenario politico della ridistribuzione dei beni prevalente nella modernità. Invece che la rivoluzione e l’esproprio, necessariamente violenti ma inevitabili nel caso di beni tangibili, abbiamo la capitalizzazione alternativa, che sostituisce la condivisione all’esproprio, e la collaborazione alla violenza. 

Equo. Un ultimo punto, che è quello più importante sotto il profilo morale e politico. Il captale documediale è equo, perché si basa sul bisogno, ciò che ognuno di noi ha e che, come la finitezza e la mortalità, ci rende uguali; e non sul merito, che è raro e spesso contestabile. Questo bisogno è il vero motore della storia, e la base della dignità umana: che non consiste nella capacità di produrre, come avveniva prima della automazione, ma nel consumare e nel dar senso e valore al mondo e ai suoi beni. Ed è su questo bisogno che poggia il progetto di un comunismo digitale, che è dare a ognuno secondo i suoi bisogni. Questa è la vera novità che il capitale documediale ha portato nel nostro mondo, cioè, appunto, basare la dignità umana sul bisogno e non sul merito. Perché, inutile ricordarlo, chiedere da ognuno secondo le sue capacità non è poi così difficile, ed è quello che sinora ha fatto il liberalismo, e la storia si sopraffazioni quale l’abbiamo conosciuta sinora.

È in base a queste linee guida che si sta muovendo, da un quinquennio, il concetto di Webfare, che ho sviluppato con LabOnt (Laboratorio di Ontologia dell’Università di Torino) e Scienza Nuova (che unisce Università e Politecnico nella ibridazione fra umanesimo e tecnologia), e che, grazie a un importante finanziamento erogato dal Fondo Italiano per la Scienza Applicata e di cui sono PI, ha ricevuto un significativo sostegno economico per i prossimi tre anni. In questo quadro, il convegno “Webfare” generosamente sostenuto da UNITA e tenutosi il 22 maggio è stato una occasione di incontro e di discussione di valore inestimabile. La mia riconoscenza va alle persone che, con le loro idee e con la loro tenacia, lo hanno reso possibile.