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Cosa sappiamo del linguaggio di genere nei manga giapponesi

La lingua giapponese, nella sua struttura di base, non marca il genere. Un viaggio tra cultura patriarcale in Giappone e scelte linguistiche inclusive a partire dalla traduzione dei manga
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7 min
Fotografia di Shiori Ito con una videocamera
Shiori Ito - Credits: Hanna Aqvilin

Asuka Ozumi insegna Lingua giapponese al Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne dell'Università di Torino, dove è ricercatrice. E traduce manga per i maggiori editori italiani.

Quando, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, le è stato proposto di dedicare una sua lezione al tema della violenza di genere –come altri 130 docenti stanno facendo, ciascuno secondo la propria prospettiva disciplinare – la professoressa ha scelto ”Il linguaggio di genere nei manga in traduzione“. Intraprendiamo con lei un viaggio in questo mondo.

Prima di parlare di manga, forse è opportuno contestualizzare il tema della violenza di genere nella cultura giapponese, può farci un quadro generale?

Ogni tre anni il Gender Equality Bureau del Cabinet Office del governo giapponese conduce un’indagine nazionale sul tema della violenza di genere: i campioni sono ridotti e i dati risultano frammentari, ma si stima che circa una donna su tre subisca una qualche forma di violenza da parte del proprio partner. Un’indagine del 2022 dell’emittente NHK, condotta su un campione di 38.000 rispondenti, ha evidenziato che in circa metà delle vittime i primi abusi sono avvenuti in giovane età, sotto i quindici anni.

Il Paese è infatti tristemente noto per le molestie ai danni di giovani studentesse sui vagoni dei treni e delle metropolitane e per l’upskirting (fotografare e riprendere sotto la gonna ignare passanti in luoghi pubblici), fenomeno di portata tale che sin dai primi anni Duemila i produttori di telefonia si sono autoregolati affinché nei cellulari non si possa silenziare il rumore della fotocamera.

È importante sottolineare che i numeri ufficiali restano sottostimati, perché molte vittime decidono di non denunciare. La testimonianza dello stupro subìto nel 2015 dalla giornalista Itō Shiori, raccolta prima nel memoir Black Box e poi nell’omonimo documentario, è particolarmente significativa, e restituisce l’immagine di un paese in cui la violenza è sistemica e le voci delle donne spesso restano inascoltate.

E oggi qual è la situazione?

Negli ultimi anni sono state introdotte riforme importanti: nel 2017 la legge sulla violenza sessuale è stata rivista dopo oltre un secolo; nel 2023 l’età del consenso è stata innalzata da tredici a sedici anni e la normativa è stata ulteriormente aggiornata con l’introduzione del concetto di rapporto non consensuale al posto della coercizione fisica.

La sensibilità è cambiata e oggi c’è un clima più accogliente verso chi denuncia, ma la società giapponese conserva una struttura patriarcale che si traduce in una forte disparità di genere. Nel Global Gender Gap Report del 2025, il Giappone occupa infatti la 118° posizione su un totale di 148 Paesi presi in esame. Le aree particolarmente deboli sono la rappresentanza politica e la presenza delle donne nelle posizioni apicali e di potere. 

L’elezione di Takaichi Sanae a Prima Ministra rappresenta certamente una svolta storica, per la prima volta c’è una donna alla guida il governo. Tuttavia, come sottolinea la pensatrice femminista Ueno Chizuko, ciò non garantisce politiche più favorevoli alle donne: potrebbe migliorare il posizionamento del Giappone nei prossimi Global Gender Gap Report ma non necessariamente tradursi in un reale avanzamento dei diritti, soprattutto considerando le posizioni conservatrici della premier per quanto riguarda l’autodeterminazione della donna e la famiglia.

La lingua giapponese prevede l’utilizzo del genere? Ha senso parlare di linguaggio inclusivo nella lingua giapponese? E se sì questo come viene restituito nei manga?

La lingua giapponese, nella sua struttura di base, non marca il genere. Esistono però alcune eccezioni: i pronomi personali, alcuni tratti distintivi che possono caratterizzare il genere della o del parlante e i prefissi utilizzati per enfatizzare una connotazione solitamente femminile.

Oggi, però, le differenze tra il linguaggio “maschile” e “femminile”, soprattutto tra le generazioni più giovani, tendono a essere meno marcate rispetto al passato. Al tempo stesso, alcune professioni declinate al femminile sono oggi percepite come discriminatorie. 

Sul versante del manga, la questione emerge soprattutto in traduzione: non è sempre semplice rendere la neutralità del giapponese, per esempio nel caso di personaggi non binary. In giapponese tomodachi non ha connotazione né di genere né di numero, pertanto potrebbe riferirsi a un amico, a più amici, a un’amica oppure più amiche. Magari si sta parlando di un personaggio non presente nella tavola che comparirà in un secondo momento ed è bene non fare anticipazioni. Una possibilità è ricorrere a formule inclusive evitando le opzioni genderizzate, per esempio “persona amica”, ma occorre valutare caso per caso verificando che non risultino innaturali nel flusso del discorso. Un’alternativa potrebbe essere l’uso dello ə, che però nella pratica editoriale italiana è ancora poco diffuso.

Entrando nello specifico dei manga, quali sono le insidie principali nella traduzione dal giapponese all’italiano di un contenuto che si compone di testi e immagini?

I fumetti sono dei testi multimediali in cui convergono il codice verbale e quello visivo (testo e immagini). Quando si traduce un fumetto, non solo giapponese, bisogna prestare molta attenzione all’interazione tra i due codici. Una battuta può rimandare a una metafora visiva all’interno della pagina, oppure un gioco di parole può essere supportato da elementi grafici: questi equilibri vanno preservati. Per molto tempo questa interdipendenza, sommata ai vincoli spaziali dei balloon, è stata percepita come un limite alla creatività del traduttore (image-constrained translation). In realtà il fumetto presenta numerosi loci traduttivi, come osserva Celotti (2008), e consente l’adozione di strategie diverse. Certo, alcune scelte sono condizionate dalle linee editoriali, ma esiste più margine d’intervento di quanto si creda.

Le onomatopee meriterebbero un discorso a parte, perché fanno parte al tempo stesso sia del codice verbale sia di quello visivo. Chi legge manga sa quanto siano un elemento grafico fondamentale, al punto che oggi la maggior parte degli editori le lascia in giapponese, aggiungendo la traduzione a mo’ di glossa. La lingua giapponese è particolarmente ricca di onomatopee, che insieme ai caratteri di origine cinese e al linguaggio relazionale costituiscono uno degli aspetti che crea maggiori difficoltà a chi studia la lingua.

In Italia i manga vengono tradotti su larga scala da diversi decenni e, con il tempo, traduttrici e traduttori hanno costruito un buon repertorio di corrispondenti. Ciononostante, rimangono un elemento sfidante: spesso non esiste un equivalente diretto in italiano, quindi l’esperienza e la sensibilità linguistica diventano fondamentali.

Particolare della copertina de La professoressa mente di Torikai Akane
Particolare della copertina de “La professoressa mente” di Torikai Akane

Può farci degli esempi di testi manga che in cui ha riconosciuto episodi di violenza di genere? E come sono stati trattati?

Di manga che contengono episodi di violenza di genere o molto più spesso rappresentazioni sessualizzate del corpo femminile ce ne sono moltissimi, sebbene oggi ci sia una maggiore attenzione a restituire ruoli di genere meno rigidi e stereotipati. Ci sono però anche lavori che affrontano la violenza di genere in modo molto profondo e sfaccettato come La professoressa mente di Torikai Akane, mangaka che è anche stata qui al Dipartimento di Lingue e Letterature Stranere e Culture Moderne nel novembre del 2024. Torikai ha iniziato a serializzare questa storia su rivista nel 2013 ben prima del movimento #MeToo e della vicenda di Itō Shiori: l’opera è corale, stratificata, incentrata sulla soggettività della protagonista. Trovo particolarmente interessante la modalità con cui l’autrice agisce sulla composizione della tavola e delle vignette, spostando il punto di vista dell’osservazione per suscitare empatia e identificazione. Altro fattore rilevante è la rappresentazione del corpo femminile in relazione al consenso: nelle scene di violenza l’autrice non indugia mai nei dettagli anatomici, ma si concentra sull’espressività dei volti e dei gesti. 

Vuole darci qualche consiglio di lettura?

Tre titoli, di cui due già citati: il memoir Black Box di Itō Shiori, che ripercorre la violenza subita, il calvario giudiziario e il fenomeno della vittimizzazione secondaria; il manga La professoressa mente, di Torikai Akane, pubblicato in Italia in quattro volumi doppi; Tenui bagliori di Yamada Murasaki, che narra la quotidianità di una donna comune intrappolata nel Giappone patriarcale dei primi anni Ottanta. Nonostante la distanza cronologica, resta ancora molto attuale, a ricordarci che al di là dei confini nazionali la disparità di genere è un problema pressoché universale.

I primi due sono titoli impegnativi che potrebbero innescare una risposta emotiva molto forte, andrebbero affrontati con cautela.