Da invisibili a protagoniste: un’aula per Teresa Mattei, madre costituente
Negli ultimi anni, è andata crescendo la sensibilità rispetto a una parità di genere che non sia solo frutto di un’azione normativa, bensì il risultato di un genuino atto di smantellamento del sistema patriarcale, nella consapevolezza che senza insubordinazione a un sistema non possono darsi le condizioni per il superamento delle discriminazioni.
Le politiche memoriali non sono estranee a questo percorso di ripensamento del “pubblico”: c’è una soggettività, oltre che una dimensione cronologica, nella rappresentazione del tempo.
Le donne da sempre abitano la storia, ma mai come protagoniste. Se è stato concesso loro uno spazio, questo le riproduce immancabilmente solo come madri di, sorelle di, amanti o spose di… Sempre in posizione funzionale rispetto a chi quella storia non si è limitato ad abitarla, ma l’ha fatta propria.
Con fatica negli ultimi anni è stato riconosciuto ad alcune donne di indubbia eccellenza il ruolo che meritavano nello spazio pubblico. Si tratta di timide, ma evidenti conquiste conseguenza delle rivendicazioni in favore del venir meno di un circolo vizioso in cui l’assenza dallo spazio politico ha generato inevitabilmente un’assenza nello spazio memoriale e simbolico, che ha finito con il legittimare ordini di potere e immaginazione delle gerarchie di ruolo percepite, infine, come “naturali”. La memoria istituzionalizzata è stata per secoli, e per certi versi lo è ancora, domaine réservé del genere maschile. Coloro che la storiografia tradizionale ha decretato essere i protagonisti del passato, si sono arrogati il diritto di essere anche protagonisti del nostro presente attraverso il palinsesto memoriale, delimitando l’immaginario futuro.
L’intitolazione a Teresa Mattei di un’aula nel Campus Luigi Einaudi dell’Ateneo torinese muove proprio in questo senso, nella convinzione che per sostenere un cambiamento, bisogna passare attraverso l’uso di politiche memoriali capaci di far emergere narrazioni represse.
Gli anniversari tondi richiamano sempre un’attenzione maggiore e non è dunque un caso che questi ottant’anni di Repubblica si siano colorati di nuove riflessioni, cogliendo lo stimolo lanciato da qualche tempo con il fine di valorizzare il cambiamento epocale che ha significato per il nostro Paese il riconoscimento del voto alle donne. Non si tratta, però, solo di sottolineare il valore di un passo in avanti che non poteva essere rimandato, ma di mettere in luce la forza delle rivendicazioni femminili di quegli anni. Ogni storia racconta altre storie: la differenza la fa prima di tutto il fuoco su cui si punta l’attenzione.
E allora, pur riconoscendo l’importanza formale del Decreto luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 che diede accesso alle urne alle donne, dobbiamo riconoscere che quella disposizione escludeva le donne dall’elettorato passivo e che il voto senza la possibilità di essere elette non avrebbe avuto lo stesso impatto né dal punto di vista giuridico-politico, né simbolico. Lo avevano ben inteso le attiviste dell’Unione delle donne italiane (UDI) che per questo non smisero di combattere la loro battaglia sino all’approvazione di un secondo Decreto luogotenenziale, il n. 74 del 10 marzo del 1946, che riconobbe il diritto alle donne di candidarsi.
Vista da questa prospettiva la storia si tinge di colori diversi. Il diritto all’elettorato passivo arriva meno di tre mesi prima delle elezioni costituenti: poche settimane per reclutare candidate femminili, per rompere un muro di ostilità dentro i partiti, per farsi conoscere dagli elettori partendo non solo da una condizione di totale invisibilità, ma anche di sovrastanti pregiudizi in merito all’attitudine delle donne al governo e alla decisione pubblica, per superare un divario costruito in millenni.
Le madri costituenti furono 21 su 556 componenti: solo 21 su 556? Più corretto dire ben 21 su 556 visto le difficoltà strutturali e temporali in cui la comunità femminile dovette prepararsi alle elezioni. Valutati gli ostacoli, infatti, la rappresentanza femminile in Costituente ha dell’eroico, mettendo in luce la tenacia di chi voleva che la Repubblica si inaugurasse davvero su basi di parità nuove, anche dal punto di vista del genere.
Teresa Mattei fu una delle 21. La più giovane, ma con una consapevolezza del ruolo che stava svolgendo molto alta. Si deve alla sua tenacia la previsione al secondo comma dell’art. 3 della locuzione “di fatto” con la quale si impone alla Repubblica di rimuovere concretamente gli ostacoli che impediscono una piena uguaglianza nella certezza che “Le donne italiane desiderano qualche cosa di più esplicito e concreto che le aiuti a muovere i primi passi verso la parità di fatto, in ogni sfera, economica, politica e sociale, della vita nazionale”.
C’erano i Padri costituenti. Ma c’erano anche le Madri che in quella Costituente non si occuparono di cose “di donne”, bensì della nostra Repubblica a tutto tondo certe che “Non vi può essere… un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale, ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all'uomo, se si vuole veramente che la conquista affermata dalla carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d'Italia. Nessuno sviluppo democratico… nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile”. Sono ancora parole di Teresa Mattei, a cui oggi con quest’aula la Scuola di Scienze Giuridiche, Politiche ed Economico-sociali riconosce uno spazio che è storico e culturale, prima ancora che fisico.
Certo, non sarà una sola aula a cambiare il corso delle cose. Ma è necessario partire ed è necessario avere coscienza dei processi politici che stanno dietro al cambiamento e del peso del simbolico che si fa quotidianità, come quella che si vive in un’aula universitaria.