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Da Torino a Ercolano, sotto il segno di Domenico Bassi

Un secolo fa si concludeva la direzione ventennale dell’Officina dei Papiri Ercolanesi di Napoli da parte dell’illustre bibliotecario e papirologo piemontese
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Sala grande dell’Officina dei Papiri Ercolanesi
Sala grande dell’Officina dei Papiri Ercolanesi (foto pubblicata ne "L’Illustrazione Italiana" del Novembre 1903)

Il legame dell’Università di Torino con i Papiri di Ercolano e le straordinarie testimonianze sulla filosofia antica da essi trasmesse - legame oggi mai così solido e ufficiale -, era già provato dall’interesse di Augusto Rostagni per Filodemo di Gadara, in particolare per alcuni dei trattati estetici di questo pensatore epicureo del I secolo a.C. Ma una figura meno nota (certo non agli addetti ai lavori) merita di essere ricordata a un pubblico più vasto. Mi riferisco a Domenico Bassi, nato a Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, il 19 gennaio del 1859. Laureatosi in Lettere a Torino nel 1882, iniziò subito a coltivare una passione che lo avrebbe accompagnato per decenni: la mitologia, da quella assiro-babilonese a quella greco-latina, fino alla germanica. Sul tema scrisse saggi ben documentati, cui si aggiunsero anche svariati studi su autori greci e latini, oltre al completamento dell’edizione, già iniziata da Domenico Comparetti, degli Anekdota di Procopio di Cesarea. Non è per questo, tuttavia, che è passato alla storia, la quale lo ha consacrato invece (e a ragione) come brillante bibliotecario e papirologo di pregio.

La transizione verso questo "nuovo mondo" fu favorita da una circostanza sfortunata: la precoce perdita dell’udito. Inabile all’insegnamento, nel 1893 fu nominato bibliotecario alla Braidense di Milano. Lì rimase per dodici anni per poi ritornarvi a fine carriera, periodo segnato ancora una volta da una disgrazia, questa volta familiare. Nel 1924, infatti, aveva perso il figlio giovanissimo a Napoli, dove dal 1906 al 1926 fu Direttore dell’Officina dei Papiri Ercolanesi. Sebbene anche al periodo milanese il suo nome sia da associare ad opere memorabili dedicate al patrimonio codicologico dell’Ambrosiana, fu nel ventennio napoletano che il suo genio diede i contributi più importanti agli studi classici, attraverso l’opera di rilancio dei Papiri di Ercolano, in quanto beni culturali preziosissimi e unici testimoni superstiti di una biblioteca privata dell’antichità. 

A Napoli Bassi ereditava una situazione amministrativa non facile. Dal 1860, ossia da quando era stata aggregata alla sezione di Numismatica ed Epigrafia del Museo Archeologico, l’Officina aveva perso ogni autonomia giuridica. Dal 1910, sempre al Museo, i papiri fecero ufficialmente parte della Regia Biblioteca Nazionale, la quale però solo nel 1925 - sotto gli auspici di Benedetto Croce - fu trasferita (e con essa i papiri) nel Palazzo Reale, dove tuttora si trova. L’attività di Bassi fu in molte circostanze impedita o rallentata da questa limitata libertà di manovra e saremmo disonesti a valutare il suo operato, come qualcuno ha fatto, passando sotto silenzio tale aspetto. Nonostante ciò, in pochi anni Bassi riuscì a lasciare un segno indelebile: tra l’altro, riallestendo, in maniera più o meno parziale, e talora restaurando, i numerosi quadri in cui allora erano conservati i papiri svolti, facendo di tutto per collocarli in cornici all’interno di appositi armadi, contro la prassi sciagurata di tenerli invece appesi ai muri per metterli in mostra come cimeli; cimentandosi poi (non importa se senza successo) in alcune delicate operazioni di svolgimento di alcuni dei centinaia ancora non svolti; promuovendo nuove autopsie degli originali, anche grazie al contributo di eminenti editori italiani e tedeschi, e finanziando le prime riproduzioni fotomeccaniche dei rotoli carbonizzati; inoltre, sul versante della storia degli studi, prodigandosi per gettare nuova luce sull’opera inestimabile di Padre Antonio Piaggio e su quella di alcuni Illustratori ottocenteschi dei papiri della Collezione. 

Il sostanziale fallimento della cosiddetta Collectio Tertia dei Papiri Ercolanesi - complice anche la guerra, visto che la pubblicazione del primo e unico volume avvenne a Milano nel 1914 - gli procurò attacchi da più parti. Non v’è dubbio che, in quell’occasione, Bassi si concentrò più sulla paleografia che sugli aspetti ecdotici ed ermeneutici dei trattati esaminati. Ma ciò non scalfisce la sua statura culturale. Spiace notare come a molti studiosi del tempo sfuggisse - e forse sfugge tuttora a molti Fachidioten - che il sale dell’avanzamento della ricerca è la sperimentazione e il coraggio di osare (talora anche per difetto). Mancava e continua a mancare, nella comunità sempre meno nutrita dei cosiddetti "classicisti", l’adesione a quel formidabile principio, ben descritto da Karl Popper, secondo cui una tesi (anche metodologica), per potersi considerare "vera", deve poter essere allo stesso tempo confutata e falsificata. D’altra parte, il revival dell’indagine paleografica sui rotoli ercolanesi, che ebbe un forte impulso a partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e oggi la presenza sempre più diffusa delle trascrizioni diplomatiche nelle edizioni di questi testi così complessi, costituiscono in qualche modo una conferma postuma delle giuste istanze del papirologo torinese.

Dopo il ventennio di Bassi, l’Officina dei Papiri Ercolanesi rimase orfana di un grande padre, sebbene personalità autorevoli non tardarono a venire. A guidarla, nei tempi bui del Fascismo, furono infatti Vittorio De Falco, dal 1928 al 1929, Raffaele Cantarella, dal 1929 al 1938, e Carlo Gallavotti, comandato nel 1939 presso la prestigiosa istituzione poco prima della fase drammatica del Secondo conflitto mondiale. Come Aristide Calderini concluse in un breve ma intenso ricordo apparso sulla rivista Aegyptus (24/1944, pp. 126-130) un anno dopo la morte di Bassi - avvenuta a Bellano, in provincia di Lecco, il 19 marzo del 1943 -, la sua opera per l’Officina napoletana “è stata quella di un benemerito, al quale sarebbe utile si ispirassero i suoi successori, soprattutto nell’amore e nell’entusiasmo per i suoi fini scientifici e nazionali”.

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