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Dai muri di Parigi a Instagram: il linguaggio femminista delle Colleuses

La storia di come dei fogli A4 incollati nella notte stiano ridefinendo il significato dello spazio pubblico e della protesta contro la violenza di genere e il patriarcato
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Colleuse al lavoro
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Nove fogli bianchi formato A4. Su ciascuno una sola lettera nera, a comporre la frase On te croit, ti crediamo. Oppure Féminicide Annie, femminicidio di Annie. O ancora femminicidio di Christelle, di Dawan, di Géraldine e così via.

Sono i collage che, da alcuni anni, compaiono durante la notte sui muri di Parigi e di altre grandi città francesi. Quando arriva il giorno vengono fotografati, pubblicati e condivisi sui social, continuando a circolare oltre lo spazio urbano in cui sono stati affissi. A realizzarli sono le colleuses – o, come vedremo, le collereuses – attiviste femministe francesi che hanno scelto il collage come forma di espressione politica per denunciare i femminicidi, la violenza di genere e il patriarcato. 

Pur trattandosi di un movimento presente anche in altri Paesi, con gruppi attivi in Europa, America Latina e Nord America, è in Francia che il fenomeno è più diffuso e visibile. Tra i diversi collettivi, Collages Féminicides Paris è probabilmente il più attivo: il nome identifica sia il gruppo con base a Parigi sia il profilo Instagram attraverso cui vengono condivise le fotografie delle affissioni notturne.

A raccontarci questa forma di attivismo a cavallo tra passato e presente sono Silvia Nugara, ricercatrice di Lingua francese del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino, e Nora Gattiglia, docente di Langue, Culture et Institutions des Pays Francophones all'Università di Genova. Nugara ci accompagna alla scoperta dell'origine e del significato comunicativo dei collage, mentre Gattiglia ci propone una lettura commentata di alcune delle immagini comparse sui muri di Parigi e pubblicate sul profilo Instagram del gruppo.

Alcjuni collage sui muri di Parigi
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Dal muro al social wall: quando il mezzo cambia il messaggio

L’affissione notturna di testi appartiene al repertorio della contestazione fin dalla fine dell’Ottocento. I primi collage realizzati a Parigi su fogli A4 con lettere nere, circa una decina d’anni fa, si concentravano sulla denuncia dei femminicidi, spesso riportando il solo nome della vittima; via via, però, gli slogan si sono ampliati, denunciando tutte le forme di violenza patriarcale, di ingiustizia e di discriminazione.

Dal punto di vista semiotico, spiega Silvia Nugara, questi testi sono “sincretici”, cioè caratterizzati dall’interazione simultanea di diverse modalità espressive, quali la parola e l’immagine. Nel collage il senso non deriva solo dal messaggio scritto, ma dalla sua esposizione visiva e dalla scelta strategica dello spazio urbano in cui viene affisso.

Tuttavia, i collage murali sono per natura precari, destinati a essere distrutti, coperti o deturpati in breve tempo. Ecco perché i gruppi di colleuses o collereuses – quest’ultima è la forma che racchiude in sé tutte le desinenze di genere per un risultato “inclusivo”, precisa Nugara – hanno presto deciso di fotografare o filmare i collage per postarli sui social.

È qui che, secondo la ricercatrice, il fenomeno cambia natura. La fotografia pubblicata su Instagram diventa quello che la linguista Marie-Anne Paveau ha definito un tecnodiscorso: un discorso co-prodotto da dispositivi tecnologici che ne modificano la forma, il senso e gli effetti. Quando la fotografia di un collage viene pubblicata su una piattaforma come Instagram, lascia una traccia digitale che permette al collage di circolare, di essere archiviato, accompagnato da didascalie che forniscono elementi di contestualizzazione e di diventare oggetto di commenti e forme di riappropriazione. “Dal punto di vista scientifico”, osserva, “il passaggio al digitale consente ai collage di essere studiati anche dopo la loro scomparsa fisica dalle strade, offrendo l'occasione di osservare le nuove strategie della comunicazione femminista e la loro diffusione in contesti linguistico-culturali diversi da quello francese”.

Trte collage rosa sui muri di parigi
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Oggi il profilo Instagram @collages_feminicides_paris conta quasi 79 mila follower e oltre 1.500 contenuti pubblicati: ogni post è composto da una sequenza di fotografie dei collage accompagnata da una legenda. 

Attraverso una selezione di immagini, Nora Gattiglia ci conduce in un percorso commentato, per individuare temi e pattern ricorrenti della comunicazione delle collereuses.

Collage colleuse
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Fenomenologia di un collage

La maggior parte dei post pubblicati sono foto dei collage affissi nella notte, che denunciano le violenze patriarcali a tutto campo: i femminicidi, l’eteronormatività, la cisnormatività, in una chiave che loro stesse definiscono “intersezionale”. Denunciano il razzismo istituzionale, le violenze della polizia, la vita sempre più precaria, la predazione capitalista e la devastazione del pianeta. Una delle manifestazioni del patriarcato sono i femminicidi, parossismo del dominio sui corpi di tutte le persone che non rientrano della categoria dell’Uno, del maschile dato come categoria neutra e universale dell’umano. Abbiamo quindi i collage di omaggio alle persone uccise (i femmages), i collages memoriali che tappezzano di nomi interi muri, e collages slegati da un singolo evento. Si tratta di riformulazioni polemiche, in cui le collereuses rinominano come “femminicidio” la morte di una persona altrimenti esclusa da questa categoria, secondo la vulgata e le statistiche ufficiali, che in Francia non recensiscono che le donne cis morte per mano del/la (ex) partner. 

Collage colleuse
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Questi collages entrano in una relazione polemica con la concezione dominante del femminicidio e la espandono, andando a rimodulare alcuni criteri fondamentali della definizione: chi è una donna? Che cos’è una morte per mano di un uomo e della violenza patriarcale? Le riformulazioni polemiche riattivano dunque il legame referenziale, obbligandoci a ripensare il rapporto tra i nomi che diamo alle cose, e le cose stesse. Un altro punto di osservazione sul discorso di Collages Féminicides Paris riguarda, però, il rapporto con la violenza agita. Punto spesso cieco degli studi sui movimenti femministi, vexata quaestio al centro dei dibattiti interni al movimento, la violenza è stata ed è rigettata in quanto modalità maschile, mimesi del patriarcato, espediente eccessivamente rischioso per l’inesperienza presunta delle donne e le ritorsioni che può scatenare. È stata, anche, rivendicata e praticata dalle tradizioni anarchiche e contrattualiste, in un’ottica non puramente difensiva. E Collages Féminicides Paris? I collages non prevedono solo la denuncia-commemorazione delle violenze subite o il call out (la denuncia pubblica di un aggressore, identificato con nome e cognome), ma anche forme di violenza verbale, come la minaccia e l’insulto. Tuttavia, gli enunciati “violenti” riguardano spesso bersagli irraggiungibili della violenza: il patriarcato, lo stupratore (nel collage a sinistra, “Stupratore => cesoie”), o personaggi celebri e defunti (“Separare l’uomo dall’artista con un’ascia”, a destra, è dedicato a Pablo Picasso).

Colleuse collage
@Collages_feminicides_paris su Instagram

Accanto all’impossibilità di colpire realmente l’oggetto della minaccia e lo scenario iperbolico che viene evocato, tali più o meno velati suggerimenti, tali minacce sono anche spesso imbevute di creatività linguistica e di senso dell’umorismo, che trasfigurano l’enunciato violento. Questa combinazione di umorismo e violenza caratterizza una serie di collages che colpiscono personaggi celebri e in vita, come quelli che prendono di mira Gérald Darmanin (ex ministro dei conti pubblici, ex ministro degli Interni e attuale ministro della Giustizia, denunciato da due donne per stupro, molestie e abuso di potere), o il regista Roman Polanski (accusato di aver stuprato diverse donne, anche minorenni).

Questa strategia retorica sfrutta in parte la figura dell’antonomasia, ossia la designazione di una persona con un nome proprio, anche modificato. In questo caso, i collages manipolano il nome proprio del bersaglio per incorporarvi un’accusa (“Stupranski: i César della vergogna”) o una minaccia (“Darmanout”). La violenza verbale non sta, però, nella minaccia, ma nell’alterazione del nome proprio, segno distintivo e intimo dell’individuo. La natura esecrabile dell’aggressore o la sua punizione sono allora iscritte nel nome, diventando visibili e indivisibili, a riprova della posizione assunta da Collages Féminicides Paris: impossibile separare intimo e pubblico, privato e politico. Anche in questo caso, la violenza verbale è meno una strategia concreta di lotta che una messinscena dell’ethos: questi enunciati permettono a Collages Féminicides Paris di costruire una credibilità come gruppo e profilo militanti, in cui predomina però il senso dell’umorismo, il gioco di parole, il gusto della boutade. La violenza è quindi rappresentazione giocosa e dissacrante, un’altra strategia creativa al servizio della denuncia e della lotta contro il patriarcato di Collages Féminicides Paris.

Consigli di lettura sull’argomento di Nora Gattiglia

  • Collages Féminicides Paris. 2021. Notre colère sur vos murs. Parigi: Gallimard.
  • Chiara Bottici. 2023 [2020]. Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale. Traduzione di Federico Zappino. Milano: Laterza.
  • Coline Cardi, Geneviève Pruvost (a cura di). 2012. Penser la violence des femmes. Parigi: La Decouverte.
  • Elsa Dorlin, 2020. Difendersi. Una filosofia della violenza. Traduzione di Annalisa Romani. Roma: Fandango.
  • Simona Feci e Laura Schettini. 2024. L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia. Roma: Viella.
  • Margot Giacinti. (2020). “Nous sommes le cri de celles qui n’en ont plus”: historiciser et penser le féminicide. Nouvelles questions féministes, 39, p. 50-65. DOI
  • Laurence Rosier. 2025. La Riposte. Femmes, discours et violence. Parigi: Payot&Rivages.