Salta al contenuto principale

Donne e sport: passi avanti verso la parità, ma non è ancora “meta”

Giornata dedicata alla situazione dello sport femminile in Italia, tra pregiudizi radicati, ostacoli strutturali e discipline considerate erroneamente “maschili” come il rugby. Ospite anche la campionessa del mondo di volley Yasmina Akrari
Temi dell'articolo
Articolo di
7 min
Sportive di rugby femminile

In Italia pratica regolarmente sport il 31,8% delle donne, una percentuale ancora inferiore a quella maschile del 43,4%, anche se il graduale aumento dell’attività sportiva degli ultimi anni ha coinvolto il sesso femminile più di quello maschile – al punto che il divario di genere si è ridotto da circa 17 punti percentuali nel 1995 agli 11,6 punti del 2024, secondo i dati Istat. Segnale incoraggiante, se non fosse che nel nostro Paese la disparità permane, ed è sensibile rispetto ai dati degli altri stati europei, se consideriamo i tesseramenti a federazioni sportive nazionali e soprattutto le posizioni nei contesti decisionali e nelle federazioni nazionali. Fare il punto sulla situazione dello sport femminile, in Italia e non solo, è stato il focus del Convegno internazionale Lo sport al femminile: Barriere e opportunità, ospitato nell’Aula Magna della Cavallerizza e organizzato dalla SUISM - Struttura Universitaria Interdipartimentale per le Scienze Motorie dell’Università di Torino, in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby e l'associazione “Amici nel Rugby”. 

Nel programma dell’evento, inserito nella programmazione del Festival “Women and the city” organizzato da Torino città per le Donne, la presentazione di studi accademici e indagini si è alternata alle testimonianze “sul campo” di professioniste e professionisti dello sport: manager, tecnici, tecniche e atlete, come Yasmina Akrari, atleta della Nazionale di pallavolo che ha conquistato i Campionati del Mondo 2025 a Bangkok; Cristina Tonna, coordinatrice attività femminile Federazione Italiana Rugby;  Massimiliano Canzi, allenatore Juventus Women; Cinzia Zanotti, allenatrice del Geas Basket; Sandra Palombarini, Commissione Women & Equality della Federazione Internazionale Basketball; Fabio Roselli, allenatore Nazionale femminile Rugby e Alessandro Saglietti, presidente Sezione Lotta Fijlkam. 

Un mondo, quello dello sport italiano, che deve ancora fare i conti con pregiudizi radicati, ostacoli strutturali e un soffitto di cristallo difficile da eliminare: le tesserate alle Federazioni, ovvero le atlete agoniste, nel nostro Paese sono il 28,7% del totale a fronte del 40,3% di quelle tedesche, dato che rivela comunque uno sbilanciamento, anche se la Germania è lo stato Ue con la percentuale più alta. Se poi ci soffermiamo sulla presenza femminile nel più alto organo decisionale delle federazioni sportive nazionali nei 10 sport olimpici più popolari, la percentuale italiana è del 27% a fronte del 51% della Svezia (fonte: Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, Gender in sport, 2023). E se guardiamo ai ruoli tecnici, le cose non vanno meglio: solo il 7,7% delle Nazionali Italiane è guidata da donne, che allenano appena il 3,1% delle squadre dei club (fonte: ricerca SG Plus Sport Advisor, maggio 2025).

Allargando la prospettiva allo scenario mondiale, l'uguaglianza di genere è una priorità del Movimento Olimpico moderno, sancito nei documenti ufficiali del Comitato Olimpico Internazionale (CIO): nella sezione della Carta Olimpica dedicata alla missione del CIO si legge infatti  che il Comitato ha il ruolo di “incoraggiare e sostenere la presenza delle donne nello sport a tutti i livelli e in tutte le strutture, con l’obiettivo di rendere effettivo il principio di uguaglianza tra uomini e donne”. In effetti da quando le donne gareggiarono per la prima volta ai Giochi Olimpici, a Parigi nel 1900 – Olimpiadi a cui parteciparono 22 donne, il 2,2% del totale – il numero di atlete è aumentato costantemente, raggiungendo il 23% a Los Angeles nel 1984 e il 44% a Londra nel 2012. Questa evoluzione storica ha raggiunto un traguardo importante ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, i primi nella storia con piena parità di genere sul campo di gioco. Ma se l'equilibro sul campo è forse più facile da ottenere, la percentuale femminile negli organismi di governance dello sport resta bassa anche a livello internazionale: è stata epocale l'elezione di Kirsty Coventry alla presidenza del CIO a marzo di quest’anno, ma lo stesso Comitato conta attualmente solo un terzo di donne tra membri e membri onorari, mentre nell’Unione Europea solo 4 dei 27 presidenti dei comitati olimpici nazionali erano donne nel 2023. 

Per cambiare le cose è importante partire dalla base, favorendo l’avvicinamento di bambine e ragazze ai vari sport – inclusi quelli considerati “maschili” come il rugby, il calcio e gli sport di combattimento – ma anche agire ai vertici, come ha sottolineato nel suo intervento Stefano Mossino, Presidente del CONI Piemonte: “Se non proviamo a cambiare le cose ai vertici, intervenendo concretamente nella valorizzazione dello sport femminile anche a livello mediatico, nella promozione dei grandi appuntamenti con gli stessi investimenti fatti nel settore maschile, quello che si fa alla base rischia di contare poco”. In effetti in alcuni casi sono necessarie decisioni dall’alto, come conferma Cristina Tonna, che coordina il settore femminile della Federazione Italiana Rugby: “Il nostro movimento femminile è stato riconosciuto dalla stessa Federazione Italiana solo nel 1992, dopo 7 anni di campionato, grazie a una interpellanza parlamentare”. Federazione che oggi è invece in prima linea nell’impegno per la parità di genere, a cui lavora a partire dal linguaggio ufficiale: “Oggi decliniamo tutto al maschile e al femminile, mentre una volta per intendere il settore maschile era sufficiente non specificare: dicevamo ‘campionato under 18’ e non ‘campionato under 18 maschile’. Ma le parole sono importanti, sono un esercizio culturale utile come le azioni sul campo”. Al Convegno, Tonna ha presentato un’indagine sulla percezione dello sport “maschile” tra bambine e ragazze svolta nel 2022 intervistando quasi 400 bambine e ragazze nelle fasce di età 10-13 e 14-18, con due gruppi di giocatrici di rugby e due di non giocatrici. I risultati emersi sono incoraggianti: nessuna delle intervistate ritiene che il rugby sia uno sport troppo duro per le femmine, e quasi il 100% ritiene che ognuno dovrebbe essere libero di praticare lo sport che preferisce. E alla domanda su qual è la cosa che amano di più del rugby, più del 50% del campione risponde ‘le amicizie’, dentro e fuori dal campo. Del resto, fa notare Tonna, “nel rugby il sostegno è una regola di gioco che diventa valore: la palla si può passare solo indietro, e tutte le giocatrici sanno che a un certo punto saranno fermate e avranno bisogno di una loro compagna per andare avanti”. Non a caso, nel video di presentazione del progetto FIR “La bellezza della Forza – Rugby Empowerment per la Vita”, il rugby femminile viene definito come “lo sport in cui quattordici donne lavorano assieme per dare alla quindicesima mezzo metro di vantaggio”.

Insomma, i risultati dell’indagine smentiscono nettamente il vecchio pregiudizio secondo cui le donne non sanno fare squadra. A domanda diretta, Yasmina Akrari – pallavolista campionessa del mondo con la nazionale italiana di volley ai Mondiali 2025, giocatrice della Serie A da oltre dieci anni – non ha dubbi: "Assolutamente sì, le donne sanno fare squadra. Nella mia carriera ho vissuto dinamiche diverse in squadre diverse, ma sempre, quando hanno un obiettivo comune, le donne sono inarrivabili. Sono capaci di sostenersi perché sanno capirsi: l’empatia è forse una nostra qualità innata”.

Passando dalla prospettiva delle atlete a quella dei tecnici, l’esperienza smentisce altri stereotipi, come conferma Massimiliano Canzi, che dal 2024 guida la Juventus Women, con cui nella stagione 2024-2025 ha vinto Scudetto e Coppa Italia: “Mi chiedono sempre che differenza c’è tra allenare una squadra femminile rispetto a una maschile: le differenze sono insieme tantissime e pochissime. Sotto l’aspetto tecnico, tattico e anche per quanto riguarda la preparazione atletica, non cambia molto”. Certo, non sono equivalenti le espressioni di forza – come la velocità, o la distanza di calcio – e questo elemento ha qualche conseguenza anche sull’aspetto tattico: “Alcuni dicono di non amare lo spettacolo del calcio femminile perché lo paragonano a quello maschile, ma è solo una questione di abitudine” afferma Canzi, che confessa: “A me ora capita il contrario, preferisco lo sport femminile e trovo le espressioni di forza meno belle da vedere, a livello tecnico”. Ma le differenze maggiori riguardano l’aspetto relazionale ed emotivo: “Con gli uomini certe tensioni si risolvono in allenamento, magari dandosi un cinque, mentre con le atlete è spesso necessario il dialogo: ma per me, a quasi sessant’anni, questa è stata una bella sfida, che mi ha costretto a togliere il pilota automatico e a continuare a imparare, regalandomi un nuovo entusiasmo”. A Canzi fa eco un altro tecnico, Fabio Roselli, che a gennaio è diventato il CT della nazionale femminile di rugby: "Per me è stata una grande opportunità di crescita e arricchimento personale: mi sono rimesso a studiare per capire il contesto e costruire il mio nuovo ruolo”. Per Roselli, infatti, ogni barriera è anche un’opportunità, per tornare al titolo del convegno, ma a una condizione: “Bisogna avere una visione, sapere dove si vuole arrivare, e naturalmente conoscere bene l’ambiente in cui si opera”.