Farewell, Francesco Guccini: otto + otto canzoni (e una bonus track)
Maestoso, barbuto, talvolta burbero, mai retorico e con quella sua inconfondibile erre arrotata, Francesco Guccini – capace di lampi geniali e di più lunghi respiri appenninici – ha rappresentato uno dei pilastri della scuola dei cantautori italiani. Tra i più solidi, influenti e riconoscibili. Un autore che ha saputo raccontare l’amore e la politica, la provincia e la Storia, le osterie e la filosofia, con una scrittura colta senza essere elitaria e popolare senza essere banale. Si è spento a 86 anni nella sua Pàvana.
Abbiamo scelto per ricordarlo otto brani imprescindibili, o classici che dir si voglia, e altre otto splendide canzoni per scoprirne ancor meglio le diverse sfumature. Il cantautore modenese è stato il narratore di un Novecento che ancora ribolle, capace di trasformare una locomotiva anarchica, un eskimo, un autogrill o una vecchia osteria in simboli (quasi) universali.
Partiamo da quel treno lanciato contro il potere e l’ingiustizia de La locomotiva (Radici, 1972), dal Guccini più epico, per quanto l’epica non si addicesse troppo ai suoi spigoli, per arrivare subito al suo manifesto d’indipendenza: L’Avvelenata (Via Paolo Fabbri 43, 1976), sfogo virulento contro i detrattori. Tra i bersagli c’era il giovane critico Riccardo Bertoncelli, autore di una severa recensione di Stanze di vita quotidiana. I due si chiarirono presto e da quell’incontro nacque una lunga amicizia. L’indirizzo dell’abitazione bolognese di Guccini divenne poi il titolo dell’album.
Eskimo (Amerigo, 1978) è il ritratto disincantato della generazione del Sessantotto, tra memoria privata e storia collettiva; Dio è morto, scritta nel 1965 e resa celebre dai Nomadi, resta una delle canzoni civili più forti della musica italiana; In morte di S.F., poi nota come Canzone per un’amica (Folk Beat n. 1, 1967), trasforma un lutto reale in poesia.
Poi arrivano Vedi cara (Due anni dopo, 1970), una delle più alte canzoni d’amore italiane, sul dolore dell’incomunicabilità, e Autogrill (Guccini, 1983), racconto di un incontro mancato e di tutto ciò che sarebbe potuto essere. Chiude il primo percorso Cirano (D’amore di morte e di altre sciocchezze, 1996), nel quale un Guccini ormai maturo denuncia conformismo e qualunquismo attraverso la maschera del personaggio di Edmond Rostand.
Le altre otto canzoni ne completano il ritratto. Non sono brani minori, anzi. C’è il Guccini degli esordi, già sorprendentemente maturo, di Un altro giorno è andato, pubblicata per la prima volta come singolo nel 1968 e poi reincisa per L’isola non trovata (1970), e di Noi non ci saremo (Folk Beat n. 1, 1967), dove il tempo, la morte e il destino dell’uomo diventano materia poetica. C’è il giovane anticonformista de Il sociale e l’antisociale (Folk Beat n. 1, 1967), che mette in discussione convenzioni e benpensanti con un’ironia destinata a non abbandonarlo mai.
Ci sono poi le radici, raccontate in Piccola città (Radici, 1972), e Æmilia, più che una regione una patria sentimentale. Il testo è di Guccini, la musica di Lucio Dalla: il brano fu inciso per la prima volta nel 1988 da Dalla, Morandi e Guccini e venne poi incluso da Guccini in Quello che non… (1990). Culodritto (Signora Bovary, 1987), dedicata alla figlia Teresa, svela il Guccini più intimo e affettuoso, mentre Canzone delle osterie di fuori porta (Stanze di vita quotidiana, 1974) restituisce il mondo delle tavolate, delle discussioni infinite e dell’amicizia, forse il vero luogo dell’anima del cantautore. Infine, l’escatologica Canzone di notte n. 2 (Via Paolo Fabbri 43, 1976) che dice: “Scordando che poi infine tutti avremo due metri di terreno…”.
Come bonus track non poteva mancare Farewell (Parnassius Guccinii, 1993): una delle pagine più eleganti e struggenti della sua produzione. Addio, Maestrone.