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G8 di Genova, l’eredità di un movimento che ha anticipato il presente

A venticinque anni dal G8, con il sociologo Carlo Genova rileggiamo la stagione del movimento no global, il suo impatto su una generazione, la rappresentazione mediatica del movimento e le trasformazioni dell’attivismo
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Un momento delle manifestazioni del 2001 a Genova
Un momento delle manifestazioni del 2001 a Genova (Alberto Pizzoli/Sygma via Getty Images)

A venticinque anni dal G8 di Genova, quel luglio del 2001 continua a interrogare il presente. Non solo per ciò che accadde nelle strade della città, ma anche per le questioni che il movimento no global portò al centro del dibattito pubblico e per il modo in cui è cambiato, da allora, il rapporto con la partecipazione politica. Ne parliamo con Carlo Genova, sociologo del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, che da anni studia i movimenti sociali, i giovani e l'attivismo politico.

A venticinque anni dal G8 di Genova, qual è secondo lei l’eredità più importante di quei giorni?

Per comprenderla è importante collocare l’evento in una sequenza di appuntamenti di protesta, aperta a Seattle nel 1999, contro meeting istituzionali ritenuti, a torto o a ragione, simbolici di un certo tipo di gestione economica, politica e culturale della società globale. Tra queste mobilitazioni, il G8 di Genova è stata la più grande. 

La sua eredità può avere significati diversi se la riferiamo all’evento in sé, o al percorso di mobilitazioni in cui era inserito. In base a questo secondo aspetto, è interessante partire dalla tappa successiva, il Social Forum di Firenze del 2002, che fu molto partecipato ma presto dimenticato. Perché? Perché non ci fu conflitto. Spesso si dice che il movimento no global sia morto a Genova per eccesso di violenza; in realtà è morto mediaticamente a Firenze, per motivi opposti. Davos, Nizza, Napoli e la stessa Seattle erano entrati nel dibattito pubblico perché c’era stato conflitto, e da quel momento si iniziò a parlare più diffusamente di istanze che i movimenti portavano avanti già da anni. A Genova il movimento comprese di aver raggiunto importanti “obiettivi tattici” con la partecipazione diretta e attiva di 200 mila persone. Ma fu presto chiaro che non bastavano la partecipazione e la qualità delle proposte perché i mass media dedicassero spazio e si producesse dibattito, come dimostrò Firenze. Dopodiché il movimento iniziò lentamente a implodere, non prima di convertirsi in movimento contro la guerra in Iraq, ma quello era un evento storico preciso.

Se invece valutiamo gli effetti di larga scala, è evidente che il G8 di Genova abbia prodotto quello che Mannheim definisce l’“effetto generazione”: quando, per una parte della popolazione, un evento si colloca all’incrocio tra un livello storico e uno biografico e produce identità. Pur avendo coinvolto direttamente una porzione ridotta della popolazione italiana, una generazione si è identificata con quell’evento o comunque lo ha discusso. Poi ci fu l’11 settembre, che fu anche utilizzato per delegittimare forme di protesta e rafforzare sistemi di controllo che le contenessero.

Nell’immaginario collettivo il G8 coincide spesso con la violenza, la Diaz, Bolzaneto e l’uccisione di Carlo Giuliani. Si rischia però di oscurare le ragioni del movimento?

Accade quasi sempre ed è il paradosso delle proteste pubbliche di piazza. In Italia ci sono 60 milioni di abitanti; a Genova parteciparono tra le 150 mila e le 200 mila persone. Com’è possibile che sia diventato – come dicevo prima – un evento generazionale? Perché il resto della popolazione lo ha vissuto in modo mediato. La portata storico-sociale di un evento passa quasi sempre dalla sua rappresentazione, che però non funziona secondo le logiche del movimento, ma dei mass media: conta ciò che fuoriesce dalla normalità e che colpisce, se confezionato nel modo giusto, l’opinione pubblica. Se le istanze del movimento si sono diffuse così tanto è anche grazie alla copertura mediatica del G8. Nel 2003 feci una ricerca sui Social Forum in Italia e ne individuai circa 150, distribuiti sul territorio: gruppi di persone che si ritrovavano periodicamente per discutere quei contenuti. Tramontarono però rapidamente, nel giro di due o tre anni, quando venne meno quella spinta culturale collegata alla sequenza di mobilitazioni di cui parlavo prima, che funzionava da palcoscenico unificatore. In molti lasciarono la politica attiva.

A differenza di molti altri movimenti, quello no global non nasceva da una singola rivendicazione, ma da una critica complessiva alla globalizzazione. Quanto questa fu una delle sue specificità?

L’aver trovato un cappello culturale comune a tanti percorsi associativi e politici fu certamente un punto di forza, ma anche di debolezza. Non era, come si dice in letteratura quando si parla di partecipazione, un movimento single issue – ambientalismo, diritti LGBT, antirazzismo – perché l’idea di “no global” aveva la capacità di coinvolgere tutti. Questo produsse un forte potenziale di mobilitazione. Sotto quell’etichetta, però, convivevano obiettivi di lungo periodo e forme di protesta molto diversi, un aspetto che finì per alimentare molti conflitti interni. C’erano gruppi anarchici e autonomi, altri cattolici, altri da società civile. Il concetto di globalizzazione sembrava poter funzionare come collante, perché ciascuno lo declinava a modo proprio. Per alcuni il riferimento era No Logo di Naomi Klein, per altri Impero di Toni Negri e Michael Hardt. La particolare divisione, in una delle giornate di Genova, in piazze tematiche e “colori” già parlava di differenze profonde: di idee, di campi d’interesse e di modalità di protesta.

Molte delle analisi del movimento hanno finito per andare oltre la dimensione della protesta, rivelandosi spesso anticipatrici. Quale ritiene abbia permeato maggiormente la società?

Sicuramente il tema ambientale è quello che oggi raccoglie la maggiore partecipazione. Pensiamo ai Fridays for Future o a Extinction Rebellion: l’attenzione che questi temi ricevono oggi allora non era così centrale. Un po’ perché, purtroppo, negli ultimi venticinque anni i problemi su quel terreno sono cresciuti non poco. Un po’ perché, di fatto, allora non era ancora chiaro quanto la questione fosse urgente. Dopodiché se fotografo la società attuale, non ci sono stati passi avanti davvero strutturali sulla maggior parte delle istanze di cui si discuteva venticinque anni fa. Penso ai diritti del lavoro, alla gestione dei processi migratori, ai diritti legati alle scelte sul proprio corpo. Anzi…

Corteo del 21 luglio, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani
Corteo del 21 luglio, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani (Sean Gallup/Getty Images)

Alla luce di quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto, il G8 di Genova ha rappresentato davvero uno spartiacque nella gestione dell’ordine pubblico e nel rapporto tra cittadini e istituzioni?

Non ho i dati per poterlo affermare oggettivamente. Di sicuro si è trattato di un evento eccezionale, sia per le dimensioni della mobilitazione sia per quanto accadde durante la gestione dell’ordine pubblico: un manifestante ucciso durante una manifestazione è, fortunatamente, un fatto che non si è più verificato in Italia. La gestione di quella piazza ha prodotto critiche e un ampio dibattito sui mezzi di comunicazione, nella società, e anche all’interno delle forze dell’ordine. È stata però così diversa da altre situazioni? Per scala, certamente sì. Tuttavia abbiamo assistito, e continuiamo ad assistere, a gestioni dell’ordine pubblico che producono molto dibattito, anche in manifestazioni recenti. La differenza è che si è trattato di contesti molto più piccoli rispetto alla partecipazione che ci fu a Genova.

Esiste una continuità tra il movimento del 2001 e le mobilitazioni per il clima, i diritti, la pace o la Palestina? Lo slogan “Un altro mondo è possibile” parla ancora al presente?

Parlare di continuità è sempre delicato, ma credo che, di principio, esista. Un analista storico-sociale difficilmente potrebbe sostenere che quel movimento non abbia avuto effetti su quelli successivi. Dopodiché sono cambiate la società italiana e quella globale, ed è quindi difficile pensare che parole chiave, obiettivi e strategie siano stati ereditati in modo integrale. C’è poi un altro aspetto: una parte consistente delle mobilitazioni di oggi è composta da giovani ventenni che nel 2001, ovviamente, non c’erano. E ho qualche dubbio sul fatto che oggi la quota di giovani che pensa che “un altro mondo è possibile” sia ampia quanto lo era venticinque anni fa. Anche allora, come oggi, chi partecipava alle mobilitazioni rappresentava certo una parte circoscritta della popolazione, come era accaduto anche negli anni Sessanta, ma forse è proprio cambiato il livello di diffusione di quella cultura e di quella sensibilità. 

Negli ultimi venticinque anni è cambiato profondamente il modo di fare attivismo. Che ruolo hanno oggi i social: hanno sostituito la piazza o ne sono diventati un’estensione?

Oggi i social media hanno un ruolo nella protesta molto più ampio di quello che avevano le reti digitali all’epoca. Questo ha fatto sì che la protesta di piazza – persone che con il proprio corpo occupano uno spazio pubblico per manifestare – abbia perso parte della sua esclusività. Prima di internet, se volevo far sentire la mia voce, avevo poche possibilità: affiggere un manifesto, distribuire volantini o scendere in piazza. Oggi, attraverso i social, ho potenzialmente un numero enorme di destinatari e la percezione di poter raggiungere un pubblico enormemente più ampio.

Questo, però, non significa che la piazza sia stata sostituita. Ne abbiamo avuto una dimostrazione nelle manifestazioni a sostegno della Palestina: migliaia di giovani e giovanissimi sono scesi in piazza in molte città italiane per sostenere i diritti di una popolazione lontana, pur sapendo che una protesta di questo tipo rischiava di avere effetti molto limitati sul piano concreto. Se protesto perché non vengano abbattuti quattro alberi del mio quartiere, posso incidere direttamente su quella decisione; se invece manifesto perché cessino gli attacchi missilistici in un altro Paese, la protesta rischia di avere soprattutto un valore comunicativo e simbolico. Eppure questo non la rende meno importante. Proprio quelle mobilitazioni mostrano che gli strumenti digitali non hanno cancellato la disponibilità dei giovani a partecipare fisicamente alla protesta.