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Ha ancora senso parlare di patriarcato?

Secondo la sociologa Chiara Saraceno la dimensione del potere coglie un aspetto ancora rilevante nei rapporti uomo-donna, ma nel caso specifico della violenza di genere la persistenza della cultura patriarcale è solo una parte della spiegazione
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protesta contro il patriarcato

Il patriarcato è una struttura di potere basata su norme sociali e legali largamente condivise e fatte valere, in base alle quali gli uomini hanno il potere di decidere sia nella sfera privata della famiglia sia in quella pubblica delle decisioni per la collettività. Valorizza le donne solo se e in quanto stanno nel posto e nei ruoli loro assegnati, dove possono anche avere una certa misura di potere, ma rimanendo socialmente e legalmente subalterne. 

Nelle società patriarcali anche i figli maschi erano e sono spesso subordinati al potere e alle decisioni del padre o degli anziani di famiglia. In Italia questa struttura normativa è stata smantellata per quanto riguarda i rapporti tra le generazioni maschili solo con l'Unità, mentre per i rapporti di genere si è dovuto aspettare molto più tempo, più che nella maggioranza dei paesi occidentali, non essendo neppure bastato l’inserimento del principio di parità nella Costituzione per smantellare un ordinamento giuridico tutto basato sulla asimmetria di genere e sulla supremazia maschile. Basti pensare che ci sono voluti ancora diversi decenni perché venissero eliminati il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, l’attribuzione automatica al marito del ruolo di capofamiglia, perché lo stupro da reato contro la morale venisse riconosciuto come reato contro la persona, la contraccezione divenisse legale e l’interruzione di gravidanza su richiesta della donna consentita, sia pur a determinate condizioni. 

L’Italia è agli ultimi posti in Europa nel tasso di occupazione femminile, perché caratterizzata da una divisione del lavoro in famiglia fortemente asimmetrica

Questo ritardo e lentezza, che testimonia l’esistenza di forti resistenze culturali trasversali a tutti i ceti e partiti politici, ne ha anche favorito più a lungo che altrove la persistenza pure dopo il cambiamento delle norme. Il patriarcato, infatti, come concezione delle relazioni tra uomini e donne, non è solo una struttura giuridico-normativa, ma anche una forma mentis, un atteggiamento culturale e valoriale, che può esprimersi in una divisione asimmetrica del lavoro e del potere in famiglia, nella sottovalutazione delle competenze femminili nel mercato del lavoro e nelle strutture gerarchiche, nell’idea che siano le donne a doversi  “proteggere” dalla libido maschile evitando di mettersi in situazioni – girando da sole di notte, vestendosi in modo seducente, ubriacandosi – che possono scatenarla. Perché l’”uomo è cacciatore” e la caccia, evidentemente, è sempre aperta. 

L’Italia è agli ultimi posti in Europa nel tasso di occupazione femminile, anche perché rimane caratterizzata da una divisione del lavoro in famiglia fortemente asimmetrica, rafforzata da un’offerta di servizi di cura largamente inadeguata e da una organizzazione del lavoro di mercato non amichevole. 

Permangono anche forti stereotipi di genere. Secondo l’ultima Indagine ISTAT su questo aspetto, il 10,2 % delle persone tra i 18 e i 74 anni ritiene accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare o l’attività sui social della propria moglie, compagna, fidanzata. La percentuale è più alta, 16 %, tra i giovani fino ai 29 anni, rimanendo alta, oltre il 13 % tra 30-44enni. E un uomo su cinque ritiene che le donne possano provocare la violenza sessuale con il proprio modo di vestire. Tra le donne queste due opinioni sono meno condivise – rispettivamente per il 29,7 e il 14,6 %.  Inoltre, il 23 % degli uomini adulti ritiene che sia compito dell’uomo provvedere alle necessità della famiglia e, simmetricamente, il 24,6 % che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche - opinioni condivise rispettivamente solo dall’11,5 e 18,3 % delle donne. E l’8,7 % degli uomini (3,9 % delle donne) ritiene che sia l’uomo a dover prendere le decisioni importanti per la famiglia, con un 8,1 % (4,9 tra le donne) che ritiene che una buona moglie/compagna debba assecondare le idee del proprio marito/compagno anche se non è d’accordo. Questi dati sono qualcosa più di un indizio che l’asimmetria di genere e la liceità della supremazia maschile persiste in diversi settori in una percentuale certo minoritaria, ma significativa, della popolazione, specie, ma non solo, maschile.

Per questo si continua a parlare di patriarcato, anche se le strutture normative e i principi che ispirano una società democratica non lo legittimano più. Intervenendo in un dibattito molto ricco tra studiose femministe sulla attualità e adeguatezza di questo concetto per comprendere le disuguaglianze di genere nelle società democratiche avanzate, una studiosa statunitense, Pavla Miller, nel suo bel libro Patriarchy, definisce il termine patriarcato un potente strumento per pensare, in quanto mette a fuoco la dimensione del potere, piuttosto che specifiche organizzazioni storico-sociali. Per questo il suo significato cambia e può prestarsi a fini analitici differenti. Sono tendenzialmente d’accordo, in quanto la dimensione del potere coglie un aspetto ancora rilevante nei rapporti uomo-donna nelle società democratiche sviluppate. 

Preoccupa il ritorno, anche nei paesi democratici, del patriarcato non solo come nostalgia di un tempo perduto, ma come progetto politico. Lo si è visto nelle elezioni in Usa

Allo stesso tempo credo che occorra anche trovare chiavi di lettura che colgano la specificità, complessità, anche contraddittorietà, delle strutture di genere in queste società. Soprattutto, nel caso specifico della violenza di genere, credo che la persistenza della cultura patriarcale sia solo una parte della spiegazione. Ci sono anche altre origini e fattori, che hanno a che fare più che con la sopravvivenza del patriarcato, con gli effetti del suo indebolimento, non sufficientemente elaborato a livello collettivo, come fondamento e contesto dell’identità di genere maschile. Un indebolimento che ne fa emergere il lato nascosto della dipendenza dal riconoscimento femminile, l’incapacità ad accettare, per timore di perdersi e diventare nessuno, l’autonomia della compagna e/o la rottura di un rapporto. La necessità di offrire nuove basi per la costruzione dell’identità maschile, insieme all’educazione all’affettività, mi sembra una questione da non sottovalutare,

Contemporaneamente ci si deve preoccupare anche di un ritorno, nei paesi democratici, del patriarcato non solo come nostalgia di un tempo perduto, ma come progetto politico, da parte di associazioni e movimenti cristiani, non solo islamici, fondamentalisti ed anche di molti leader politici. Ovvero, anche se difficilmente nelle società democratiche avanzate potrà essere riprodotto nelle sue forme storiche, il patriarcato come ideale sociale, culturale e politico continua ad operare come modello ideale di rapporti uomo-donna presso alcuni gruppi culturali e religiosi e costituisce un punto di riferimento, pur in forma modernizzata, anche per alcuni progetti politici. Lo si è visto anche nella campagna presidenziale negli Stati Uniti.

 

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