I film del 2025, sguardi su un mondo caotico
Che cosa abbiamo visto nel 2025? Otto titoli di film usciti in sala o su piattaforma che ci hanno detto più di qualcosa del mondo che viviamo e di come il cinema contribuisce a guardarlo da angoli e punti di vista diversi.
Una battaglia dopo l’altra - Paul Thomas Anderson
Anderson rilegge Pynchon, di nuovo dopo Vizio di forma. Ma la rilettura è un’altra ancora, libera da Pynchon e perfino da Anderson stesso. Rivede, ripensa, si allontana dal suo cinema pur restando dentro a quell’idea tutta sua di racconto epico. E fa un ennesimo grande film che parla di Stati Uniti di oggi, di ieri, di sempre, di mai. Sospeso, astratto, atemporale eppure così dentro alla Storia. Divertente, cinico, roboante, casinista, romantico. Un film sulle mille possibili rivoluzioni della vita.
Le città di pianura - Francesco Sossai
Capita che un film senza grandi pretese diventi un caso. Selezione a Cannes, successo di pubblico, mesi nelle sale. Le campagne del Veneto che diventano un paesaggio western, tre personaggi sghembi cui si vuole bene, una pianura che accoglie il road-movie senza dimenticare gli operai e la modernità che avanza rischiando di mandare tutto in frantumi. E poi l’alcool e la laguna e il fatalismo di due perditempo nella terra più produttiva d’Italia. E Pierpaolo Capovilla che torna a prestarsi al cinema, dove si vede che si diverte.
Diciannove - Giovanni Tortorici
Un’opera prima piena di idee. Prodotto da Guadagnino – e si vede – Tortorici si prende la libertà, e perché no il coraggio, di essere a tratti indisponente ma anche divertente e giocoso, depresso e pieno di energia. Seguendo lo studente di lettere fuori sede e fuori tempo interpretato dall’esordiente Manfredi Marini, lo spettatore si ritrova tra citazioni letterarie e cinematografiche, colte e inutili, preziose e pleonastiche e si perde dentro all’idea del disadattamento. Un ironico poema sulla solitudine e l’inettitudine in cui entra tutto e tutto fuoriesce. Audace come lo si può essere a diciannove anni.
Father Mother Sister Brother - Jim Jarmusch
Un piccolo film in cui Jarmusch condensa l’essenza minimale del suo cinema.Tre movimenti che rinunciano quasi del tutto all’azione e alla narrazione. Ciò che conta non è infatti ciò che accade, ma ciò che resta: silenzi, gesti, spazi, oggetti, colori. Il racconto si riduce e nella sottrazione emerge un cinema che usa il tempo e lo spazio per accogliere l’opacità e la precarietà del reale trovando sempre il modo di abitare poeticamente il mondo: lucidissimo, comico, malinconico. Come e più di sempre. Leone d’oro alla Mostra di Venezia.
Generazione romantica - Jia Zhang-ke
La Cina degli ultimi vent’anni raccontata dal maestro del cinema cinese contemporaneo con un lavoro che torna sulla sua opera e sulla Storia recente del suo paese, tra passato e trasformazione. Formati e ricordi che si mescolano per lasciare affiorare la memoria e i suoi ricorsi in un viaggio che è prima di tutto una riflessione teorica. Digitale, analogico, intelligenza artificiale e in mezzo la pandemia e il suo aver fissato un punto di svolta nel mondo e nella relazione con il tempo che scorre, nonostante tutto, e con uno spazio riscritto dalla distanza.
A House of Dynamite - Kathryn Bigelow
Il mondo sospeso sull’orlo dell’abisso, intrappolato in diciotto minuti di attese, calcoli e in-decisioni irreversibili. Tra stanze chiuse e schermi luminosi, politici e militari fanno fronte all’ecatombe: un racconto fatto di tensione e poco altro, con l’azione che cede il posto alla paranoia e il pericolo che assume contorni astratti. Ne emerge il ritratto di un mondo fragile, quello che viviamo, visto da più punti di vista che non ne cambiano l’essenza: la fine può nascere da un errore, da un’ipotesi, da una minaccia che avanza silenziosa e definitiva su uno schermo. E noi dove saremo?
Il seme del fico sacro - Mohammad Rasoulof
Il cinema come strumento di dissenso. Un racconto urgente e militante, che ha preso forma nel carcere in cui era rinchiuso il regista e ha proseguito il cammino con una storia rocambolesca che lo ha portato a Cannes e poi agli Oscar. Un film claustrofobico che trasforma la casa e la famiglia nell’allegoria del potere repressivo. Tra finzione e social, Rasoulof mette in scena la crisi delle istituzioni nell'Iran di oggi e amplifica le istanze di libertà che arrivano dalla strada, ribadendo come le immagini possano farsi atto concreto di resistenza politica.
La voce di Hind Rajab - Kaouther ben Hania
Il film simbolo del 2025. Intrecciando documento e messa in scena, Ben Hania compie una scelta radicale amplificando l’orrore della guerra attraverso il solo uso del suono e confidando alla vera voce della piccola Hind Rajab il compito di trascinare lo spettatore nel buco nero di Gaza. Il cinema ribadisce così la sua funzione politica e recupera la sua natura morale mettendo lo spettatore di fronte alla necessità di posizionarsi rispetto a una violenza diventata tanto quotidiana da rischiare l'assuefazione. Leone d'argento alla Mostra di Venezia e candidato tunisino all'Oscar come Miglior film straniero.