Il cervello in navigazione: come ci si adatta al movimento del mare
Che cosa accade al cervello quando il corpo deve adattarsi al continuo movimento del mare? È la domanda da cui prende le mosse lo studio Electrocortical activity across postural conditions during real-world sea navigation in mariners with motion sickness susceptibility, pubblicato sulla rivista internazionale Sport Sciences for Health. Firmata da Marco Ivaldi, Luisa Pizzigalli, Giovanni Cugliari, Valentina Frison e David Conversi, la ricerca è la prima ad aver analizzato l’attività elettrica cerebrale durante una reale navigazione marittima, a bordo del brigantino Nave Italia della Marina Militare. Lo studio ha analizzato l’attività elettroencefalografica di nove membri del personale della Marina Militare italiana (con precedente suscettibilità alla cinetosi) per comprendere come postura, attenzione e controllo motorio siano associati a differenti configurazioni dell’attività cerebrale in un ambiente instabile, contribuendo a fare luce sui meccanismi del mal di mare e sulle possibili strategie non farmacologiche per affrontarlo. Ne parliamo con Marco Ivaldi, docente di Neurofisiologia del movimento all’Università di Torino e primo autore della ricerca.
Professore, perché avete deciso di studiare il mal di mare direttamente in navigazione?
Perché il cervello umano si comporta in modo diverso in un ambiente reale rispetto a un ambiente simulato. Molti studi precedenti sulla cinetosi sono stati realizzati attraverso simulatori o realtà virtuale. Noi abbiamo voluto osservare cosa accade durante una vera navigazione, dove il corpo deve continuamente adattarsi al movimento della nave, alla gravità e alle informazioni provenienti dall’ambiente.
Che cosa succede al cervello quando siamo in mare?
Il cervello deve integrare continuamente informazioni provenienti da diversi sistemi: vista, apparato vestibolare e recettori corporei. Quando queste informazioni non coincidono perfettamente, può emergere una condizione di disagio che conosciamo come mal di mare.
Avete trovato una posizione che riduce il malessere?
Il nostro studio non permette ancora di identificare una posizione “ideale” in grado di eliminare il mal di mare. Abbiamo però osservato che differenti condizioni posturali producono differenti configurazioni dell’attività cerebrale. Questo rappresenta un primo passo per comprendere quali strategie possano favorire un migliore adattamento. In particolare, pare che il miglior adattamento avvenga stando in clinostasi, a occhi chiusi, sotto coperta, a poppa dell’imbarcazione.
Perché avete utilizzato anche un cubo di Rubik?
Volevamo introdurre un compito attentivo e motorio simile alle attività operative che possono essere svolte a bordo. Quando una persona è impegnata in un compito preciso, il cervello modifica la propria organizzazione rispetto a una condizione passiva.
Qual è stato il risultato più interessante?
La differenza più evidente è stata osservata tra condizioni passive e condizioni attive. Il compito di destrezza fine ha mostrato una maggiore attività elettrocorticale rispetto ad altre condizioni, mentre la posizione supina con gli occhi chiusi ha mostrato livelli inferiori di ampiezza del segnale.
Questo significa che mantenersi impegnati può aiutare contro il mal di mare?
È un’ipotesi interessante, sostenuta anche da precedenti osservazioni, ma servono ulteriori studi. Il nostro lavoro suggerisce un possibile ruolo dell’attenzione e dell’attività finalizzata, ma non dimostra ancora un effetto terapeutico.
Quali applicazioni future immaginate?
Le applicazioni possono riguardare diversi settori: navigazione, astronautica, realtà virtuale, sport e medicina occupazionale. Ogni situazione in cui il corpo deve adattarsi rapidamente a un ambiente instabile potrebbe beneficiare di una maggiore comprensione dei meccanismi cerebrali coinvolti.
Perché è importante studiare questi fenomeni con l’elettroencefalografia quantitativa (EEG)?
L’EEG permette di osservare direttamente alcuni aspetti del funzionamento cerebrale in tempo reale. La possibilità di utilizzare strumenti sempre più portatili consente oggi di uscire dai laboratori e studiare il cervello nelle condizioni reali della vita.
Qual è il prossimo passo della ricerca?
Ampliare il numero dei partecipanti, integrare l’EEG con altre misure fisiologiche e biomeccaniche e approfondire il rapporto tra postura, movimento e percezione del disagio.