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Il diario della COP 30 - Giorno 5: andare oltre e farlo più in fretta

Partita con domande scomode, torno con risposte ancora più urgenti. La scienza, non solo quella del clima, deve trovare voce nei luoghi delle decisioni. Resta la necessità di un “closing the gap” tra il sapere scientifico e le scelte di governo
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Foto di gruppo della COP30

A Belém, la città si è risvegliata al ritmo della Grande Marcia delle Popolazioni Indigene per la Terra e la Giustizia Climatica (“Grande Marcha” nei media brasiliani), un evento che ha invaso le vie e dato voce – coralmente, pacificamente ma con forza – a chi la crisi la vive sulla pelle. L’energia della marcia conclude una prima settimana di COP che, nei suoi numeri-record (oltre 56 mila accrediti), ha tentato di tenere insieme policy, scienza, attivismo e retorica.

Oggi in conferenza stampa si parla di finanza sostenibile, spicca la discussione sull’allineamento delle tassonomie e l’interoperabilità dei modelli; serve che gli standard parlino la stessa lingua, così da mobilitare quei famosi 1,3 trilioni di dollari annui in finanza climatica previsti dal “Roadmap da Baku a Belém” entro il 2035. La parola d’ordine, ripresa come un mantra dai principali decisori (e dal Segretario generale dell’Onu António Guterres): much further, much faster.

Qui le parole hanno un peso: oggi si parla chiaramente di transitioning away from fossil fuels – la transizione via dai combustibili fossili. Ma sottotraccia, tra i corridoi, c’è chi scommette che prima di chiudere la COP 30 qualcuno, forse da Brasile e Cina, tenterà di alzare l’asticella: da “transitioning away” a un vero phasing out.

La novità più attesa, però, rimane il padiglione delle scienze: per la prima volta, uno spazio dedicato in cui scienziati e scienziate hanno condiviso report aggiornati, nuovi metodi e la chiamata costante a una politica evidence-based. Anche il presidente della COP – André Corrêa do Lago incalzato sulla distanza fra scienza del clima e decisioni politiche – riconosce pubblicamente la necessità di un engagement maggiore, un “closing the gap” tra il sapere scientifico e le scelte di governo.

Ma la distanza resta. Gli scienziati, finita la conferenza stampa, tappezzano i pannelli di QR code che rimandano al loro proclama: non basta ridurre del 5% nei prossimi 10 anni, ma serve il 5% l’anno. Parole e curve che si incrociano, ma orizzonti temporali che corrono paralleli. Come si legge nella dichiarazione: “È impossibile fermare l'aumento delle temperature e il ritorno a 1,5°C senza eliminare rapidamente i combustibili fossili. Questa è fisica”. Immagino Elisa (Palazzi) e Claudio (Cassardo) sorridere.

In diversi eventi paralleli arriva un segnale forte: la denuncia che la scienza sia “under attack” a livello globale viene espressa chiaramente da Sandrine Dixson-Declève, presidente del Club di Roma – il think tank internazionale noto per avere anticipato già cinquant’anni fa con “I limiti dello sviluppo” i rischi dell’ecocidio. Oggi, sotto la sua guida, il Club rilancia la necessità di difendere dati, ricerche ed evidenze dalla politicizzazione e dal negazionismo: senza questa difesa, il rischio del “too little too late” è un esito sempre più reale.

Rus a Belem

Eppure, lo spazio degli atenei è vivo– grazie anche alla rappresentanza italiana della RUS (Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile) con un evento conclusivo coordinato dai nostri amici di PoliTo e UniUPO – costruisce ponti: progetti di nature-based solutions, adattamento e benessere in università come semi di collaborazione che ci fanno sentire, almeno oggi, un po’ meno soli. Sono partita con domande scomode, torno con risposte ancora più urgenti. La scienza, non solo quella del clima, deve trovare voce nei luoghi delle decisioni. Università, studenti, ricercatori: anche il mondo accademico deve “andare oltre e farlo più in fretta”.

Esco dalla COP30 per l’ultima volta e sorrido amaro di fronte a un finto albero di plastica, tra peluche di scimmie e leopardi: immagino mentre passo, Timothy Morton, filosofo che sta rivoluzionando l’ecologia contemporanea, e la sua nozione di ecologia kitsch. Forse è questa la vera dark ecology che ci tocca narrare, finché avremo abbastanza coraggio (e realtà) per non fermarci alle scenografie. 

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