Il disgelo ungherese: come una piena ha travolto la paura
«Il fiume Tisza è in piena. Lasciamolo esondare». Questo era lo slogan del Partito Tisza e delle sue comunità locali, le cosiddette “Isole Tisza”, nei mesi che hanno preceduto le elezioni in Ungheria. È uno slogan ambivalente. Un'inondazione infatti evoca l'immagine di un flusso libero, ma ha anche un risvolto pericoloso. Dopo un’inondazione, in ogni caso, può e deve avere luogo la ricostruzione. Per quale motivo questo slogan ha risuonato così profondamente nella coscienza collettiva ungherese, al punto da contribuire a una partecipazione elettorale senza precedenti (quasi l’80%) e a determinare un cambio di regime?
La risposta sta nel legame con quelle che definirei “correnti ghiacciate", ovvero nei traumi storici collettivi non elaborati che si stratificano, impedendo a un’intera società di andare avanti. La storia ungherese ne ha accumulati molti, perché non ha mai avuto il tempo di processarne uno prima che arrivasse il successivo. La Prima guerra mondiale, Trianon, la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto, gli scambi forzati di popolazione, la dittatura comunista, la resa dei conti incompiuta del 1989, il periodo NER [NER: il Sistema di Cooperazione Nazionale, il nome del regime politico ungherese tra il 2010 e il 2026]... Sono tutti traumi collettivi con cui hanno dovuto fare i conti i cittadini ungheresi negli ultimi cento anni, e che si sono trasformati in “correnti ghiacciate”. Qualcosa si muove in profondità, ma la superficie è congelata… c’è bisogno di un “disgelo”.
Il primo di questi traumi non elaborati è il trattato di Trianon, stipulato dopo la Prima guerra mondiale, che privò l’Ungheria di due terzi del suo territorio e della sua popolazione. Fin dall’inizio, questo evento venne rappresentato con un lessico correlato all’immagine del corpo ferito. Il paese veniva descritto come dilaniato, mutilato, sanguinante, con una ferita non rimarginata. Manifesti degli anni Venti mostrano mani che lacerano il paese, o un coltello che ne trafigge la mappa. A distanza di un secolo, immagini simili continuano a circolare sui social media, sia nel loro significato originale sia in riscritture ironiche: una fetta di pane a forma di “Grande Ungheria” con al centro una macchia di paprika rossa, a rappresentare il sangue, o il corpo ferito del paese trasferito sul corpo umano in forma di tatuaggio.
Nei discorsi di Péter Magyar e Viktor Orbán, è interessante analizzare il patrimonio simbolico a cui i due leader fanno riferimento e il periodo della storia ungherese a cui attingono per mobilitare la memoria collettiva. Orbán ha guardato al periodo post-Trianon, riattivando i la memoria di quel trauma. La sua retorica, basata sull’odio, ha suscitato sentimenti di inquietudine, ostilità e frustrazione, dividendo la società in gruppi percepiti come nemici. Il dolore del passato è stato strumentalizzato a fini politici.
Péter Magyar e il movimento Tisza, al contrario, hanno guardato alla rivoluzione del 15 marzo 1848, con cui il popolo ungherese guidato da Lajos Kossuth proclamò l’indipendenza dall’Impero Asburgico. Hanno fatto appello allo spirito di cambiamento, allo slancio dei “giovani di marzo”, che continuano ad avere un forte richiamo per il lato più dinamico dell’identità ungherese. Anche il simbolo del fiume Tisza si è rivelato particolarmente efficace durante la campagna elettorale. Gli ungheresi lo associano alla poesia che Sándor Petőfi scrisse nel 1847, in cui il fiume, abitualmente calmo e persino inerte, rompe improvvisamente gli argini e travolge tutto: una sorta di firma poetica della rivoluzione del 1848. Il nome del partito, Tisza, è anche un acronimo delle parole tisztelet (rispetto) e szabadság (libertà): valori di cui la società ungherese, segnata dal trauma, ha urgente bisogno. Nel film Spring Wind, Magyar ricorda il momento quasi surreale in cui si rende conto che esisteva già un partito inattivo con lo stesso nome, Tisza, pronto per essere rilevato e ricostruito, proprio in tempo per registrarlo alle elezioni europee del 2024.
Il film Spring Wind – The Awakening è un documentario dedicato a Péter Magyar e al movimento Tisza, il cui titolo richiama una canzone popolare ungherese sui venti primaverili che portano il disgelo e le piene dei fiumi. L’intero campo simbolico è dominato dall’immagine dello scioglimento, della rottura degli argini, dell’acqua che torna a muoversi. Diretto da Tamás Yvan Topolánszky e prodotto da Claudia Sümeghy, il film segue Péter Magyar nell’arco di due anni e racconta la formazione del partito Tisza fino a quando diventa la principale forza di opposizione.
Spring Wind è diventato un fenomeno pubblico di portata insolita: quasi 150mila ungheresi lo hanno visto al cinema (in un paese con meno di dieci milioni di abitanti), su YouTube ha raggiunto 3,3 milioni di visualizzazioni nei giorni immediatamente successivi alla sua distribuzione gratuita, durante il fine settimana di Pasqua. Oggi è disponibile su HBO e sarà presentato al Riviera International Film Festival di Sestri Levante il 5 maggio.
Non si tratta di semplice propaganda, ma di un documentario costruito con precisione utilizzando l’intero repertorio del genere, che ha funzionato anche come film di campagna proprio perché distribuito nel pieno della campagna elettorale. Le due dimensioni, artistica e propagandistica, non si escludono: la loro sovrapposizione è, anzi, un elemento che valorizza l’opera. Sarà interessante capire come verrà letto da un pubblico non ungherese.
Dal punto di vista dell’elaborazione del trauma, il film è rilevante per due ordini di motivi. In primo luogo, è riuscito a creare un contesto di ricezione condiviso, un pubblico coeso, riportando alla memoria non solo gli ultimi due anni del governo Orbán , ma anche il periodo del NER a cui il movimento Tisza si è ribellato. In secondo luogo, mette in campo anche un modello culturale più profondo. La figura di Péter Magyar è infatti costruita come quella dell'eroe delle fiabe popolari: il figlio minore che sfida il potente e vince, non con la forza, ma grazie alla tenacia e all’intelligenza. La memoria culturale ungherese riconosce immediatamente questa struttura. Ludas Matyi, il contadino astuto che si vendica tre volte del crudele proprietario Döbrögi, è una delle figure più amate della tradizione ungherese. A un certo punto Magyar afferma: “Siamo il popolo di Ludas Matyi”, condividendo l’attribuzione a se stesso di questo ruolo con la comunità. L’impianto complessivo – la storia di fondazione – resta marcatamente maschile, in linea con la tradizione fiabesca, senza però confondersi con il piano politico, dove emerge una reale attenzione a collocare le donne in ruoli visibili e rilevanti.
Il momento più significativo del film è l’incontro tra Magyar e Orbán al Parlamento Europeo. Magyar si avvicina a Orbán, che è seduto; Orbán alza lo sguardo e, con riluttanza, gli stringe la mano. Magyar gli dice: “Sappiamo entrambi che è finita”. È il linguaggio della fiaba: il giovane sfidante che incontra il vecchio sovrano. A una politica che per sedici anni si è fondata sulla memoria della paura e sulla riattivazione di traumi storici – un lessico fatto di nemici, minacce, barriere difensive – Magyar contrappone un messaggio opposto: “Non abbiate paura”.
L’era digitale offre nuovi strumenti per l’elaborazione dei traumi. Sulle piattaforme social si creano nuove connessioni e reti, che dissolvono il silenzio che ha a lungo circondato i traumi storici. Anche la vittoria del partito Tisza è una storia di social media: è lì che le persone si sono mobilitate. La piena del fiume Tisza ha dissolto l’isolamento e ha riunito le “isole Tisza” dell’immaginario politico.
Ma quando la piena si ritira, il fiume deve essere regolato e incanalato: servono argini, barche, ponti e strade perché il nuovo sistema di connessioni si stabilizzi. Se istituzioni e società si rafforzano, l’apatia e l’impotenza – caratteristiche delle comunità traumatizzate, che hanno segnato a lungo la storia ungherese – possono essere superate, ed è possibile evitare che si formino nuovi strati di trauma. Per la prima volta dopo molti anni, sembra che ci siano le condizioni per avviare questo processo.
Traduzione dall'inglese e adattamento a cura della Redazione di Otto