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Il Nobel all’innovazione, ma non può sopravvivere senza “regulation”

Con l'economista Cristiano Antonelli abbiamo analizzato le ragioni dell'assegnazione del Nobel per l'economia 2025 a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt
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strada dell'innovazione

Tre vincitori, due filoni di ricerca ma un solo grande tema: il nesso tra la crescita economica e l’innovazione. Il Premio Nobel per l’economia 2025, annunciato lo scorso 13 ottobre, è andato per metà a Joel Mokyr, storico dell’economia della Northwestern University di Evanston (Illinois) “per aver identificato i prerequisiti per una crescita sostenibile attraverso il progresso tecnologico” e per metà, congiuntamente, agli economisti dell’innovazione Philippe Aghion (College de France, Insead Paris e London School of Economics and Political Science) e Peter Howitt (Brown University di Providence, Rhode Island) “per la teoria della crescita sostenibile attraverso la distruzione creativa”.

Ma cosa si intende esattamente per innovazione in ambito economico? E qual è il suo ruolo nel determinare e sostenere la crescita economica? Per capire meglio le ricerche dei tre studiosi e il significato della scelta della Sveriges Riksbank, la Banca Centrale Svedese – che ha istituito il premio nel 1968 – abbiamo intervistato Cristiano Antonelli, docente emerito di Politica economica dell’Università di Torino, voce autorevole nell’ambito dell’economia dell’innovazione.

Professore, ci può spiegare meglio le teorie degli economisti premiati?

Queste ricerche hanno un punto di partenza imprescindibile: due contributi  pubblicati nel 1956 e nel 1957 da Robert (Bob) Solow, professore del MIT, in cui l’economista americano dimostra che la teoria economica standard – il modello interpretativo utilizzato fino ad allora – non è in grado di spiegare la crescita della produttività del lavoro oltre certi limiti. Nel primo contributo, Solow presenta un modello matematico che prova che la crescita della produttività del lavoro è limitata, e non può essere perpetua. Nel secondo, attraverso l'osservazione empirica, afferma che la crescita dei sistemi economici si può comprendere solo integrando ai fattori già considerati la componente dell'innovazione. In altri termini, per Solow l'innovazione rappresenta un potente fattore di crescita, capace di spiegare perché, nel lungo periodo, la produttività del lavoro continui a crescere, superando i suoi limiti intrinseci.  

Con questi due lavori Solow – che nel 1987 otterrà il Nobel per l’economia – lancia una sfida alla teoria economica, che da quel momento ha un problema aperto: spiegare come si fa a rendere conto dei processi innovativi.

I tre premiati sono riusciti a spiegarlo?

Hanno dato risposte molto interessanti e originali, ma certamente non sono state le uniche: in questi settant’anni sono state formulate numerose ipotesi, e chi riceve i premi oggi si colloca in un cammino, che ha preso il via dalle questioni sollevate da Bob Solow. Entrando nel merito, a Joel Mokyr si deve il concetto di useful knowledge, conoscenza utile. La conoscenza è indispensabile per introdurre innovazioni, ma non tutta la conoscenza: solo quando ha alcune sue caratteristiche e si verificano specifici processi dispiega i suoi effetti positivi sulla crescita economica. 

Il punto di partenza sono le Midlands inglesi del Settecento: la rivoluzione industriale nasce proprio perché c'è una straordinaria capacità di produrre conoscenza utile. Come? Mokyr mostra come i processi indispensabili siano due, uno con orientamento top down, l’altro bottom up. Il primo si verifica quando un grande scienziato si sveglia la mattina con un'intuizione e apre nuovi orizzonti, ma è indispensabile che accanto a questo si generi un processo bottom up: qui ad avere l’intuizione geniale è il meccanico, l’artigiano che sa poco di fisica e matematica, ma ci arriva dopo una lunga serie di tentativi e prove. Quando i due processi, quello che scende dall'alto e quello che sale dal basso, si integrano, si produce conoscenza utile. 

Il bottom up che lei descrive ricorda una riflessione che Primo Levi fa nel romanzo La chiave a stella, riguardo alla mano capace di guidare il cervello: “la mano artefice che, fabbricando strumenti e curvando la materia, ha tratto dal torpore il cervello umano, e che ancora lo guida stimola e tira come fa il cane col padrone cieco”.

È esattamente quel processo. Il contributo originale di Mokyr è aver messo a fuoco il concetto di conoscenza utile, descrivendola come specificazione di un insieme in cui la conoscenza tecnologica e quella scientifica si sovrappongono e si integrano. E Mokyr, infatti, è uno storico della produzione di conoscenza, che ha studiato prendendo in esame la Firenze duecentesca, la Venezia quattrocentesca, l’Amsterdam seicentesca, l'Inghilterra settecentesca e naturalmente gli Stati Uniti dell'Ottocento e del Novecento. 

E gli altri due economisti premiati?

Howitt e Aghion devono il premio Nobel soprattutto a un celeberrimo lavoro del 1992, intitolato A Model of Growth through Creative Destruction, in cui hanno sviluppato l’idea dell’innovazione come processo di distruzione creatrice, un concetto già analizzato dall’economista austriaco Joseph Schumpeter negli Anni Quaranta del secolo scorso. 

L’introduzione di un’innovazione - e questo è Schumpeter - produce distruzione, perché rende obsolete le vecchie tecnologie o i vecchi modelli produttivi, dunque riduce la capacità competitiva dei competitors: se io introduco un'innovazione il mio rivale naturalmente non riesce più a vendere i suoi prodotti sul mercato. Ma non fa solo questo: la conoscenza che è stata usata per introdurre l'innovazione nel contesto della rivalità oligopolistica, infatti, produce effetti positivi e benefici per l'intero sistema economico. 

In che modo? 

Perché quella conoscenza che è stata necessaria e utile per introdurre una specifica innovazione può essere applicata in altri settori o per altri scopi. In altri termini, la conoscenza ha un carattere polivalente. Lei crede di operare nell’industria automobilistica e scopre che quella conoscenza le può consentire di fare cose meravigliose nell'industria agroalimentare. D'altra parte, basta pensare alla composizione del gruppo Fiat negli anni Sessanta, quando arriva a produrre motori marini, aerei, frigoriferi, camion, treni: avevano un gruppo di ingegneri che mettevano a punto innovazioni per l'auto, e poi le sfruttavano in qualunque campo possibile e immaginabile. 

Ora, tornando ai due Nobel: Howitt e Aghion non introducono il concetto di diversificazione tecnologica, ma mostrano come la creazione di conoscenza abbia effetti a due livelli: la rivalità tra grandi imprese all’interno di un settore o mercato specifico e un secondo livello, in inglese spillover, che taglia trasversalmente tutto il sistema economico. In sintesi, quando introduco un'innovazione per fare le scarpe al mio antipatico avversario succede che non faccio solo questo, apro un rubinetto, lo spillover appunto, che “annaffia in giro”.

Abbiamo citato più volte il termine innovazione: ma cosa si intende  precisamente quando si parla di  innovazione in un contesto economico?

L’innovazione è un concetto che diventa centrale in economia con il lavoro di Schumpeter, che lancia una sfida alla teoria economica mainstream, nata alla fine dell’Ottocento grazie agli studi di Léon Walras e Vilfredo Pareto.

In sintesi, Schumpeter afferma che il modello teorico di Walras e Pareto è ottimo, ma non è in grado di integrare il concetto di innovazione. Che consiste nell’introduzione di un nuovo bene (innovazione di prodotto), di un nuovo modo di produrre i beni (innovazione di processo), di un nuovo modo di organizzare l'impresa, di un nuovo modo di combinare gli input, come ad esempio è avvenuto nell’industria tessile con le fibre artificiali che si sono affiancate a quelle naturali. O, infine, nell'ampliamento a un nuovo mercato, quando un’azienda sceglie di vendere in altri stati o di rivolgersi ad altri settori (per restare all’esempio del tessile, può decidere di vendere all’industria dell’arredamento piuttosto che a quella dell’abbigliamento). La sfida quindi diventa integrare queste 5 declinazioni del concetto di innovazione (prodotto, processo, organizzazione, mix degli input e mercati), con l'analisi delle sue cause e conseguenze, nello schema di Walras e Pareto. Questo è il compito che si è data l'economia dell'innovazione, una disciplina nata intorno alla seconda metà del secolo scorso e che discende, oltre che da Schumpeter, dalla questione aperta da Solow. 

Howitt e Aghion, per tornare ai due Nobel, hanno raccolto questa sfida: Aghion in particolare ha applicato l'analisi del cambiamento tecnologico, ovvero dell’innovazione, praticamente all'intero ventaglio delle discipline economiche: ha lavorato su cambiamento tecnologico e diseguaglianza, cambiamento tecnologico e competitività internazionale, cambiamento tecnologico e multinazionali, cambiamento tecnologico e bilancio dello Stato, ecc.

Il Nobel quindi premia studiosi che hanno analizzato come l’innovazione influenzi la crescita economica; negli ultimi anni però sono stati pubblicati vari lavori che associano il cambiamento tecnologico all'esaurimento delle risorse e alla crescita delle disuguaglianze. Come possiamo riconciliare, se possibile, queste visioni o rischiano di diventare incompatibili?

Uno dei più grandi contributi all'analisi dell'innovazione e del cambiamento tecnologico, ovviamente, viene da Karl Marx. Nel capitolo 12 del Capitale, Marx afferma che quando gli operai, esaurita la disoccupazione, riescono ad avere forti incrementi salariali – noi li abbiamo visti a Torino negli Anni Sessanta – i capitalisti reagiscono introducendo innovazioni che sostituiscono capitale al lavoro, ricreando così la disoccupazione e tenendo a freno gli appetiti sindacali. Il cambiamento tecnologico diventa quindi l'arma del capitale per sconfiggere gli avversari proletari. 

Più in generale, la tecnologia si mette al lavoro quando c’è un problema. Ad esempio: si vieta l’uso del carbone perché produce diossina? Io, imprenditore, allora invento i pannelli solari. In altri termini, il limite diventa un incentivo, uno stimolo al cambiamento tecnologico: in inglese si chiama  focusing device, ovvero meccanismo di indirizzamento e spintaIn conclusione, la regulation può diventare il modo per stimolare e indirizzare il cambiamento tecnologico.

Dunque è la regulation che può orientare l'innovazione verso l'esaurimento delle risorse piuttosto che sulla loro salvaguardia?

Esatto, e può stimolare l’innovazione stessa. Perché se gli oligopolisti non si fanno abbastanza la guerra tra loro introducendo innovazione, la regulation rappresenta un incentivo. Anzi, di più: la regulation può addirittura sostituire la rivalità oligopolistica come stimolo a produrre nuova conoscenza utile. Quindi non soltanto può costringere a innovare, ma può anche dire in che direzione orientare l’innovazione.

Chiaro, ma cos'è la regulation  professore? È la politica?

Certo, la regulation è la politica.

Quindi tutto dipende dalla politica

Diciamo che, a livello continentale, se ci fosse una capacità politica lungimirante in grado di lavorare con una prospettiva di almeno 20 anni, di guardare al futuro, potrebbe costringere i capitalisti – per tornare a Marx –  a darsi da fare.