Il ritorno dell’atomo passa dai conti con il passato
Il recente dibattito sul possibile ritorno dell’energia nucleare in Italia, riacceso dal disegno di legge delega promosso dal governo (il cosiddetto ddl Pichetto Fratin), solleva una serie di questioni che non riguardano soltanto il futuro della ricerca e delle tecnologie, ma anche ciò che il passato nucleare ha lasciato dietro di sé. Le centrali costruite tra gli anni Sessanta e Settanta, la cui storia si è conclusa formalmente con il referendum del 1987, sono tuttora interessate da lunghe e complesse operazioni di decommissioning, affidate alla SOGIN, la società statale creata a tale scopo nel 1999, mentre resta aperto il problema della localizzazione del Deposito Nazionale delle scorie e della gestione dei rifiuti prodotti da attività nucleari. Si tratta sia di materiali a bassa e media attività, derivanti anche da attività industriali, mediche e di ricerca, sia di rifiuti ad alta attività e di combustibile esaurito. Quest’ultimo, nel caso italiano, si trova oggi in larga parte presso l’impianto di La Hague, in Francia, dove è stato inviato per il riprocessamento e da dove dovrà progressivamente rientrare in Italia. Assume, inoltre, particolare rilevanza anche il tema del destino dei siti nucleari esistenti e le ipotesi di una loro possibile riconversione: si ipotizza l’installazione di SMR (Small Modular Reactors) in aree che ospitano impianti in via di dismissione. Tra queste vi è il caso di Caorso, dove l’ipotesi di un ritorno al nucleare incontra tuttavia l’opposizione da parte delle amministrazioni locali e regionali. L’eredità della deindustrializzazione nucleare italiana continua dunque a pesare sulle scelte che riguardano il futuro, delineando un rapporto complesso tra decisioni politiche e industriali e conseguenze sociali e ambientali che accompagnano l’ipotesi di una nuova stagione nucleare.
Queste questioni, che non riguardano soltanto l’Italia, saranno al centro del convegno internazionale “History and Geopolitics of Nuclear Deindustrialization”, in programma l’11 e il 12 giugno presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, al Campus Luigi Einaudi. Attraverso una prospettiva interdisciplinare e comparata, il convegno si propone di interrogare le molteplici dimensioni della deindustrializzazione nucleare: dai quadri normativi e dalle politiche di gestione delle eredità nucleari alle mobilitazioni territoriali sorte attorno agli impianti dismessi, dalla geografia politica delle scorie e del combustibile esaurito alle prospettive di riuso e riconversione dei siti nucleari, fino alle tensioni tra la crisi dell’industria atomica novecentesca e le promesse di una nuova stagione tecnologica.
Che cosa si intende per deindustrializzazione nucleare
Con l’espressione “deindustrializzazione nucleare” si indica l'insieme dei processi che seguono la chiusura definitiva di un impianto nucleare. Nel linguaggio tecnico si parla di “decommissioning”: un processo che comprende la decontaminazione e lo smantellamento degli impianti, la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, nonché il recupero e la possibile riconversione dei siti. Sebbene oggi il tema appaia strettamente legato all’attualità, il problema della decontaminazione e dello smantellamento degli impianti non è storicamente nuovo. Già nei primi anni Settanta, tecnici ed esperti internazionali iniziarono a interrogarsi sul destino delle prime installazioni costruite nel dopoguerra. La conferenza internazionale organizzata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) e dall’Agenzia per l’Energia Nucleare dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD/NEA) a Vienna nel 1978 rappresentò uno dei primi momenti in cui il tema venne affrontato in modo sistematico. Dietro la discussione tecnica si nascondeva una questione più profonda: il nucleare stava dimostrando di produrre conseguenze, anche ambientali e sanitarie, che si estendevano ben oltre la durata operativa degli impianti ed era ormai evidente la necessità di affrontare la questione del decommissioning e della futura restituzione dei siti a usi non nucleari. Gli incidenti di Three Mile Island nel 1979 e, soprattutto, di Chernobyl nel 1986 contribuirono ulteriormente a trasformare il problema dello smantellamento da questione prevalentemente tecnica a tema di dibattito pubblico, alimentando interrogativi sulla sostenibilità dell’intero progetto nucleare.
Il caso italiano: da potenza nucleare a paese del decommissioning
La vicenda italiana occupa una posizione particolare all’interno di questa storia. L’Italia fu tra i primi paesi a varare un programma nucleare civile alla metà degli anni Cinquanta, e a metà degli anni Sessanta con le centrali di Latina, Trino Vercellese e Garigliano raggiunse il terzo posto al mondo per capacità installata. Allo stesso tempo, però, fu anche uno dei primi paesi europei a confrontarsi concretamente con il problema della dismissione degli impianti. Già tra gli anni Settanta e Ottanta diversi reattori di ricerca e impianti sperimentali avevano infatti raggiunto l’obsolescenza, rendendo necessarie le prime attività di decontaminazione e smantellamento (tra questi, ad esempio, il reattore Avogadro RS-1 di Saluggia, chiuso nel 1971). Anche la centrale del Garigliano cessò definitivamente l’attività già nel 1981. Attorno a queste esperienze si svilupparono competenze tecniche che inserirono gli enti italiani nelle reti internazionali di ricerca sul decommissioning, mettendo però anche in evidenza alcuni limiti strutturali del contesto nazionale: mancava un quadro normativo organico per disciplinare lo smantellamento degli impianti e non esistevano infrastrutture dedicate alla gestione di lungo periodo dei rifiuti radioattivi. Il referendum del 1987 non creò quindi il problema del decommissioning, che era già presente, ma lo trasformò in una questione politica nazionale, tuttora aperta.
Le principali questioni aperte
In un momento in cui il governo italiano si prepara al rilancio del programma nucleare, molte questioni rimangono aperte: la realizzazione dei depositi per i rifiuti radioattivi, la destinazione dei siti in cui sono in corso attività di decommissioning, la conservazione delle competenze tecniche sviluppate nel corso degli anni e il loro possibile ruolo in un eventuale rilancio del nucleare e, soprattutto, il ruolo delle autorità pubbliche nel fornire un quadro regolatorio credibile per l’intero ciclo del combustibile, sul quale l’industria possa contare per le decisioni di investimento e che al tempo stesso possa favorire un consenso sociale, che continua a essere il fattore decisivo per qualunque sviluppo futuro del nucleare.