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Il voto come appartenenza: la cittadinanza attiva nata il 2 giugno

Quando il suffragio diventa davvero universale cambia anche l’idea di cittadinanza. Intervista alla costituzionalista Valeria Marcenò sul voto delle donne e sulla nascita della cittadinanza democratica
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manifestazione femminista
Manifestazione femminista a Roma nel 1989 (Massimo Di Vita/Getty Images)

”La lotta per l’attuazione della Costituzione è una lotta continua, della quale non ci si dovrebbe mai stancare”, sottolinea Valeria Marcenò, docente di diritto costituzionale e direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Con lei approfondiamo il significato del voto e l’attualità della cittadinanza democratica. 

Nel 1946 le donne votano per la prima volta in Italia: è solo un ampliamento del corpo elettorale o cambia l’idea stessa di cittadinanza?

Indiscutibilmente si trattò di un ampliamento del corpo elettorale dal punto di vista numerico. Ma il diritto di voto riconosciuto alle donne segnò un passo nuovo nella storia costituzionale italiana. Ha contribuito a introdurre una diversa e più pregnante idea di partecipazione alla vita sociale e politica del Paese. Quell’idea che attraversa poi tutta la Costituzione. Se si scorre il testo costituzionale, la parola “partecipazione” – o termini a essa connessi – torna ripetutamente. Con l’intento esplicito di sottolineare come l’appartenenza a una società non possa essere ridotta a mero atteggiamento passivo, ma pretende dai soggetti un atteggiamento attivo. L’essere parte di una società implica essere politici, nel senso di contribuire con le proprie scelte, le proprie azioni, il proprio lavoro allo sviluppo della società stessa.

Dal punto di vista costituzionale, che cosa cambia davvero quando il suffragio diventa universale? 

L’art. 1 della nostra Costituzione afferma che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Una di queste forme è l’esercizio del diritto di voto, per il cui tramite sono individuati i rappresentanti del corpo elettorale. Un esercizio che la Costituzione stessa definisce “dovere civico”: perché esprimere, con il voto, la propria posizione politica significa esprimere la propria visione della società. Si potrebbe dire che il voto è il presupposto perché la personalità di ciascuno sia espressa e rilevi nella società di appartenenza. L’esclusione dal diritto di voto delle donne fino al 1946, e fino a oggi di altri soggetti, impediva all’epoca e impedisce ora l’espressione di una visione della società completa nella sua complessità.

Oggi il diritto di voto è formalmente garantito a tutti i cittadini adulti: possiamo dire che la cittadinanza democratica sia pienamente realizzata, oppure esistono ancora forme di esclusione “non visibili”?

L’esercizio del diritto di voto non è l’unico strumento, ma certamente è quello principale attraverso cui rendere effettivo un senso di appartenenza e di partecipazione alla società. Le continue e ripetute discussioni volte al mantenimento di restrizioni del suo esercizio sulla base della cittadinanza formale negano di fatto ad alcune categorie di soggetti quel senso di appartenenza e di partecipazione. L’ampliamento dell’esercizio del diritto di voto è certamente una sfida per la democrazia rappresentativa, dinanzi alla quale, nonostante la presenza di visioni diverse della società, non è possibile arrendersi. Bisogna continuare a parlarne, a discutere, cercando di raggiungere quel compromesso – nella sua accezione positiva – che consente alle diverse visioni di coesistere. La lotta per l’attuazione della Costituzione è una lotta continua, della quale non ci si dovrebbe mai stancare. Sia perché nuove sfide sono sempre possibili, sia perché i principi che incarnano la nostra democrazia costituzionale non possono essere dati per acquisiti una volta per sempre.

Quanto è importante, per una democrazia costituzionale, coltivare la memoria dei momenti fondativi come il 2 giugno? E cosa rischiamo di perdere quando quella memoria si indebolisce?

La memoria è ciò che ci consente di comprendere il presente. La rapidità con cui si vive e con cui vengono assunte le decisioni oggi sembra essere in contraddizione con la memoria: la memoria guarda indietro; la rapidità guarda in avanti. Eppure, se si vogliono assumere scelte e decisioni che rimangono nel tempo e non si esauriscono nel soffio del contingente, ricordare il passato, ciò che è stato, diviene imprescindibile. Il 2 giugno 1946 fu un giorno storico: perché per la prima volta le donne poterono votare ed esprimere la propria posizione politica; perché l’Italia, che risultava un paese spaccato, scelse la Repubblica e la democrazia costituzionale. I principi del modello di democrazia costituzionale affermatisi nel secondo dopoguerra sono stati recepiti nella nostra Costituzione. Ma perché continuino a essere vivi, è necessario che siano rispettati in quanto condivisi. Principi della convivenza civile e politica devono essere continuamente riconquistati e solo la memoria del passato aiuta a capire quanto è stato difficile conquistarli e quanto fragile al tempo stesso sia il loro mantenimento.

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