La lunga storia del turismo: dai souvenir egizi alle nuove esperienze sostenibili
C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di partire. L’atto di lasciare luoghi familiari per esplorarne altri, più o meno lontani, attraversa i millenni. Ma per arrivare alla nozione moderna di vacanza – intesa come tempo libero, svago, piacere – bisogna percorrere una lunga strada fatta di esplorazioni, pratiche culturali e trasformazioni sociali. Lo racconta Emanuela Locci, docente di Storia del Turismo all'Università di Torino, che ci guida in un itinerario affascinante: dalle prime tracce di un proto turismo nella storia fino alle forme contemporanee.
Dall'Antichità al Grand Tour
Anche nelle epoche più antiche, l’essere umano ha manifestato comportamenti legati al viaggio che oggi ci appaiono sorprendentemente familiari. “Nell’antico Egitto – racconta Locci – si acquistavano oggetti simbolici nei luoghi visitati, veri e propri antenati dei souvenir. Durante il periodo d'oro della storia greca, era già diffuso l’uso delle guide, strumenti per orientarsi in città straniere. Eppure non si trattava ancora di turismo: viaggiare era un’attività pericolosa, costosa e riservata a pochissimi. Era spesso legato a motivi religiosi, militari, diplomatici o di salute”.
La prima forma organizzata e “codificata” di viaggio con una funzione non utilitaristica è quella del Grand Tour, nato nel XVII secolo e diffusosi soprattutto nel XVIII e XIX. Giovani aristocratici, per lo più inglesi, affrontavano lunghi itinerari attraverso l’Europa continentale per completare la loro formazione culturale. Il Grand Tour era considerato un vero rito di passaggio: un’esperienza educativa imprescindibile che portava questi giovani, accompagnati da precettori, nei luoghi simbolo dell’arte e della storia europea. L’Italia era la meta per eccellenza: città d’arte come Roma, Firenze, Venezia esercitavano un’attrazione irresistibile per chi voleva respirare la classicità e confrontarsi con la bellezza. Il viaggio era lungo, costoso e riservato a una ristretta élite.
Ottocento: la democratizzazione del viaggio
Fu il XIX secolo a rivoluzionare il viaggio e a gettare le basi per la nascita del turismo moderno. Il progresso industriale, con la diffusione della ferrovia e delle navi a vapore, rende le distanze più brevi e le mete più accessibili. “La dimensione mondiale degli scambi – spiega la docente – mette a confronto differenti culture e organizzazioni che si occupano di turismo nei diversi paesi protagonisti di questo vorticoso movimento di merci, persone, competenze e idee”. La borghesia, nuova classe emergente, comincia ad appropriarsi delle pratiche prima riservate all’aristocrazia. Il viaggio cambia pelle: non più esclusiva esperienza educativa o spirituale, ma momento di evasione, relax, consumo. “Nel corso dell’Ottocento – continua – si lavora inoltre per educare il nuovo viaggiatore, per trasmettere il gusto della scoperta e ampliare la geografia delle mete. Si conquistano nuovi territori turistici e si creano le prime forme di organizzazione di viaggio. La vacanza comincia a diventare un’abitudine, un diritto aspirazionale’”.
L'Ottocento fu anche il secolo in cui le donne, seppur in numero ridotto, iniziano a viaggiare. Le motivazioni che permettevano loro di scoprire nuovi luoghi erano spesso legate a motivi di salute. “La salute cagionevole – racconta Locci – era una giustificazione, ritenuta socialmente accettabile, largamente utilizzata dalle donne aristocratiche per sottrarsi alla reclusione domestica”. Molte donne, soprattutto inglesi, usano il viaggio come strumento di emancipazione e alcune di esse diventano vere e proprie croniste del mondo: Mary Wortley Montagu, Mary Shelley, Mariana Starke e Anna Jameson, per citarne alcune, offrono narrazioni originali e nuove prospettive sui luoghi visitati. La letteratura di viaggio femminile diventa così una voce importante nel racconto della scoperta.
Novecento: dalla villeggiatura al turismo di massa
Il Novecento porta con sé la vera rivoluzione turistica. Dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla diffusione dell’automobile, anche la piccola borghesia e le classi lavoratrici iniziano a spostarsi. “L’auto – spiega Emanuela Locci – mezzo trasversale utilizzato nell’arco di pochi anni da tutte le fasce della popolazione, consente di viaggiare con autonomia e flessibilità: si può scegliere dove andare, quando partire, quante soste fare, cosa portare con sé. È l’inizio del turismo di massa, che ridefinisce completamente il senso del tempo libero. Il viaggio per il piacere di viaggiare, per il divertimento, la distrazione, la socialità“. Le località turistiche diventano laboratori di modernità, dove i costumi cambiano più rapidamente che altrove. Le esposizioni internazionali, i congressi e gli eventi contribuiscono a fare delle città palcoscenici del progresso.
Il presente: globalizzazione, nicchie e nuove tendenze
“Oggi – conclude la docente – il turismo è un fenomeno planetario ma la sua globalizzazione porta con sé il rischio della standardizzazione del fenomeno: le mete si somigliano, le esperienze si replicano, le esigenze si omologano. In questo panorama, però, si fanno strada nuove tendenze, nuove identità turistiche che sfuggono alla logica del consumo di massa”.
Tra queste Locci segnala quattro grandi nicchie. “I Silver Age tourists, ovvero pensionati in buona salute che investono i propri risparmi in soggiorni medio-lunghi, spesso a carattere culturale, il New Golden Market, costituito da turisti di lusso provenienti dai paesi emergenti, con elevate capacità di spesa e richieste sofisticate, il settore green, attento all’ambiente e alle comunità locali che punta su esperienze sostenibili e autentiche e infine lo She Factor, un aumento considerevole di donne che viaggiano da sole, in particolare per ragioni di lavoro”.