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La Resistenza antiretorica di Beppe Fenoglio, lo scrittore partigiano

Intervista a Valter Boggione, docente di Letteratura Italiana al Dipartimento di Studi Umanistici sulla figura di Beppe Fenoglio, originario delle Langhe, uno degli scrittori più importanti e innovatori del Novecento
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Beppe Fenoglio
Foto Aldo Agnelli, archivio Centro studi "Beppe Fenoglio" ETS

Giuseppe Fenoglio, detto Beppe, è stato una delle voci più autentiche della narrativa italiana del Novecento. Partigiano durante la Resistenza, scrittore e traduttore, ha raccontato e descritto con lucidità, passione e un linguaggio innovativo la vita contadina delle Langhe, sua terra d'origine, e la lotta armata contro il nazismo e il fascismo. Il suo romanzo più celebre, Il partigiano Johnny, pubblicato dopo la sua morte nel 1968, è considerato una delle testimonianze più potenti della Resistenza. Ne abbiamo parlato con Valter Boggione, docente di Letteratura Italiana al Dipartimento di Studi Umanistici e profondo conoscitore della vita e delle opere di Fenoglio. 

⁠Quando si è avvicinato alle opere di Beppe Fenoglio e in che modo lo ha scoperto?

Ho studiato ad Alba, al Liceo classico Govone: la scuola che ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione e che Fenoglio ha tanto amato e ricordato con rimpianto in Primavera di bellezza (“Oh to be at school now… Il suo desiderio correva al liceo; l’università non l’amava, poteva anzi dire d’odiarla, proprio per aver troppo amato il liceo”). È stato dunque naturale incontrarlo lì, molto presto. Ma devo confessare che non è stato un amore a prima vista. In quegli anni era molto più di moda, e più vicino alle mie inquietudini adolescenziali, Pavese. Fenoglio è stata una conquista successiva, graduale: prima La malora, poi i racconti, per ultimi i romanzi. Ed è stato un avvicinamento fortemente legato alla rappresentazione del mondo contadino da cui vengo, alla religione dei luoghi così importante nella sua opera. In qualche modo un riconoscimento di me, una scelta identitaria. Così, per un po’ di tempo, Pavese è stato cancellato. Solo da adulto, anche attraverso il lavoro di ricerca scientifica, ho imparato a farli coesistere.

Quali elementi della produzione di Fenoglio le sembrano più interessanti?

La capacità di fondere insieme epos e ironia, alto e basso. Quella di raccontare eventi minimi trasformandoli in esperienze e vicende affascinanti ed esemplari. Il ricorso a quella che ho definito una retorica dell’intensificazione, basata sull’uso dei superlativi, dei termini astratti in luogo dei concreti, di avverbi spesso inconsueti, e soprattutto dell’iperbole. E naturalmente la ricerca linguistica, con la creazione di una lingua del tutto personale. Ma l’aspetto per me più affascinante e originale è il suo modo di rapportarsi alla scrittura: Fenoglio è pressoché l’unico tra i nostri autori contemporanei che racconta il mondo come se lo vedesse per primo e per la prima volta, con occhi vergini. Niente mediazioni, di carattere letterario, culturale, ideologico. Non per niente agli amici ha detto più di una volta che per descrivere ciò che vedeva sarebbe stato necessario essere Omero. Fenoglio ricrea il mito nella modernità. Per una scommessa simile ci voleva una tempra di scrittore straordinaria, una buona dose di coraggio, e anche un poco di ingenuità. Solo un marginale come Fenoglio poteva farlo. Questo non significa, però, che fosse digiuno dal punto di vista culturale: ad esempio, è ben evidente nella sua opera l’influsso della filosofia esistenzialista. La semplicità, nel mondo moderno, è sempre una conquista.

Fenoglio viene fatto rientrare nella cosiddetta letteratura della Resistenza. Cosa si intende con questa etichetta?

La letteratura della Resistenza è un fenomeno molto ampio, che è nato già durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale (Uomini e no di Vittorini è composto nel 1944, in piena guerra, e così De profundis di Salvatore Satta, un libro ingiustamente quasi sconosciuto, fondamentale per comprendere la mistificazione sempre attuale degli italiani brava gente) e ancora non si è esaurito (persino un giornalista di successo come Aldo Cazzullo vi si è cimentato, con La mia anima è ovunque tu sia; ma tra i libri recenti consiglio soprattutto quelli di Giacomo Verri, acuto lettore di Fenoglio). All’inizio ha assunto soprattutto la forma del diario, della cronaca, del memoriale; ma poi si è allargata un po’ a tutti i generi letterari. Conta capolavori come La casa in collina di Pavese o Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, ma soprattutto I piccoli maestri di Meneghello, Fenoglio a parte, l’autore di maggiore inventività linguistica e stilistica, ma anche di maggiore consapevolezza circa la lotta partigiana, capace di un’ironia esigente nei confronti del lettore, ma anche di illuminazioni spiazzanti. Anche L’Agnese va a morire di Renata Viganò, oggi un po’ in declino e sottovalutato, è un libro molto bello, se si passa sopra gli eccessi ideologici, un’interpretazione della Resistenza in chiave emotiva e sentimentale. Del resto la letteratura femminile costituisce un filone di rilievo: Alba de Céspedes, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, ma anche autrici meno note e frequentate come Ada Gobetti o Virginia Galante Garrone. All’inizio lo scopo era soprattutto di offrire il ricordo di eventi eccezionali, un omaggio ai compagni caduti, una testimonianza di verità, anche di fare propaganda sul piano ideologico. Poi sono prevalsi altri intenti, più propriamente letterari. Ma alcune questioni emerse molto più tardi nel dibattito storiografico prima ancora che in quello critico – l’idea di guerra civile, la riflessione sulla moralità nella Resistenza, il confronto su che cos’è la giustizia, l’uomo, la libertà – sono già ben riconoscibili nelle opere dell’immediato dopoguerra. Fenoglio, con la sua rappresentazione antiretorica della Resistenza, l’idea di una lotta fondata non sulla legge, ma sulla morale, la sua teoria della guerriglia, ne costituisce indubbiamente uno dei caposaldi, e non per nulla è spesso citato negli studi storici, fondamentali, di Pavone e di Zunino. Ma è andato ben oltre.

Che uomo era Beppe Fenoglio e che persone erano gli eroi dei suoi romanzi?

A differenza di quel che si potrebbe immaginare, un uomo intriso di dubbi e di contraddizioni. Solitario, a volte persino scontroso, eppure con gli amici sempre disposto allo scherzo e alla battuta. Sicuro delle proprie doti letterarie, come testimoniano l’impegno profuso fino all’ultimo nella scrittura e la reazione risentita alla stroncatura di Vittorini alla Malora, e a momenti sfiduciato, scorato, al punto da definirsi uno scrittore di terz’ordine. Proteso verso un amore assoluto, come quello di Milton per Fulvia – “Davvero sono splendida?” “No, non sei splendida” “Ah, non lo sono?” “Sei tutto lo splendore” –, e infatuato di una schiera di jeunes filles en fleur. Diffidente verso i preti di tutte le religioni, compresa quella comunista, e ateo – nella cattolicissima Alba volle matrimonio e funerale civili, i primi in assoluto, tra lo scandalo dei benpensanti –, e amico di don Bussi, di Corsini, di monsignor Rossano, lettore accanito della Bibbia, persuaso che di fronte al verticale l’orizzontale non ha valore. Orgoglioso del proprio contributo alla lotta resistenziale, tanto da presentarsi in Johnny come l’ultimo passero, quello che non cadrà mai, e pronto subito dopo ad abbassare gli occhi, come risvegliandosi da una sbornia (soberized). Ma con una costante mai in discussione: fedele sempre, in ogni circostanza, alla libertà, con una coerenza assoluta, puritana. Come Johnny, disgustato dall’italica propensione all’approssimazione, ai compromessi, alla ricerca dell’interesse personale: “Tutto aveva da essere così nordico, così protestante”. Davvero “un soldato di Cromwell con la Bibbia nello zaino e il fucile a tracolla”, secondo l’aspirazione espressa a Pietro Chiodi.

Quali sono gli aspetti più moderni dell’opera di Fenoglio e qual è la sua eredità oggi?

Non amo molto l’idea, oggi di grande successo, che la letteratura debba essere moderna, che si debba inseguire l’attualità degli scrittori. Montale diceva che Dante è lo scrittore più inattuale, ma proprio per questo lo preferiva ad ogni altro. Eppure, nel caso di Fenoglio, il discorso mi sembra diverso. In Fenoglio c’è una componente etica decisiva. La pervasività del male nel mondo – la violenza della natura e la violenza dell’uomo, della storia – esigono la scelta. Ciascuno di noi deve scegliere da che parte stare. E per Fenoglio la scelta non ha fondamenti esterni, come la legge, lo stato, la religione; si fonda nell’umanità. Di Johnny che sale sulle colline per combattere, dice: “Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.  Il male non può essere vinto una volta per tutte: ma ad esso si può resistere, senza trionfalismi ingenui, ma anche senza paure né cedimenti (“l’ettorica preferenza per la difensiva” di Johnny, la sua volontà di “dir di no fino in fondo”). Nasce di qui quello che è uno dei miti più noti ed affascinanti: quello del “partigiano in aeternum”. Che non è però solo un mito, ma un impegno, un dovere. Non è un caso che, finita la guerra, Fenoglio non abbia riconsegnato le armi, come imponeva la legge. Tutti ci auguriamo che almeno per noi in Italia non sia mai più necessario combattere. Ma certo di questi tempi molti sono i valori per cui si deve resistere.

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