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L’immigrazione a Torino: una relazione stabile e dalle molteplici sfaccettature

In occasione della presentazione del Rapporto 2024 dell'Osservatorio interistituzionale sulle persone straniere nella Città metropolitana di Torino pubblichiamo l'introduzione al volume
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Articolo di Stella Pinna Pintor, Roberta Valetti
12 min
Mappa Torino

Osservare per comprendere, comprendere per programmare. È questo il nesso che intreccia studio, aggiornamento e ideazione di servizi, attività, pratiche; sino al livello più alto, quello delle politiche. L’osservatorio è dunque uno strumento al servizio di chi, per ricerca o mandato istituzionale, necessita di una lettura attenta (e annualmente aggiornata) della realtà. Da essa può trarre elementi che contribuiscono a progettare e gestire servizi pubblici. Ogni osservazione della realtà richiede però una ‘cassetta degli attrezzi’ per essere compresa e risultare così utile e funzionale. Allo stesso tempo, è importante sapere trasmettere ciò che un occhio attento e formato coglie e intuisce, grazie all’esperienza e al confronto all’interno delle diverse istituzioni. Il passaggio dal contributo dei diversi enti ad una lettura complessiva necessita tuttavia di uno sguardo trasversale ed esterno. Per quindici anni tale attività è stata garantita da Francesco Ciafaloni, già ingegnere, poi importante anima della casa editrice Einaudi ed esperto di migrazioni. Fu fra i primi a Torino ad occuparsi di immigrazione, studiando quella che sarebbe stata una trasformazione cruciale del Paese. Ha consegnato, a ricercatori e ricercatrici e policy-makers, molte ricerche e scritti, ma qui è opportuno ricordare Uguali e Diversi. Il mondo culturale, le reti di rapporti, i lavori degli immigrati non europei a Torino. Un testo importante, co-costruito con un gruppo di primo-migranti come ricercatori: era il 1991 e si affrontavano i temi della discriminazione di uomini e donne che iniziavano a gettare le basi di quella che oggi è una presenza strutturale, strutturante, stabile in (quasi) ogni ambito della società a Torino. Una città che allora stava superando lo shock dell’immigrazione meridionale per affrontare l’inizio della lunga crisi dell’industria dell’auto e la profonda trasformazione della propria articolazione economica e sociale tutt’ora in corso. Al ricordo dello studioso, del collega, del membro del gruppo dell’Osservatorio che molti degli estensori hanno conosciuto, è dedicato il volume di questo anno. 

Numeri, volti, percorsi: le persone straniere alla prova dell’inserimento strutturale 

Il Rapporto 2024 anche quest’anno si muove su due binari: l’aggiornamento dei dati e le riflessioni su un tema specifico, trasversale a tutti i contributi, ovvero i percorsi di stabilizzazione delle persone straniere, letti attraverso la lente di due collettività da lungo tempo parte della quotidianità nel territorio della realtà provinciale subalpina. 

Guardando allo scenario complessivo della città metropolitana, le persone residenti a fine 2024 erano 229.334, con un trend di iscrizioni anagrafiche in crescita in tutto il territorio che solo l’onda d’urto della pandemia ha frenato nel 2022. Crescono i numeri, con incidenze differenti a seconda delle diverse aree sub-provinciali, ma soprattutto avanza lentamente il cambiamento nelle caratteristiche demografiche dei protagonisti. La popolazione straniera resta per oltre tre quarti composta da persone in età attiva, ma a modificarsi sono il numero degli infra-quattordicenni  (in diminuzione) e degli ultra-65enni (in aumento). Siamo ancora lontani dalla sovrapposizione con i dati propri della sola componente italiana, ma interessa in questa sede sottolineare come la tendenza (avviata) all’assimilazione riproduttiva e l’iniziale ma progressivo ingresso nella terza età delle persone straniere sono indicatori importanti. Non solo di stabilizzazione ma della necessità (non ancora urgenza) di avviare riflessioni su quale sarà l’impatto per servizi, strutture socio-assistenziali, scuole, sistemi produttivi. In altre parole, la stabilizzazione che procede si inserisce in un più generale scenario di trasformazione demografica che, se in alcune realtà viene positivamente accolta per l’effetto immediato di rivitalizzazione di comuni a rischio spopolamento, in un futuro ormai prossimo rappresenterà un elemento da portare all’attenzione di stakeholder, mondo della scuola e della formazione, settori imprenditoriali e amministratori. Stabilizzazione quindi come riduzione potenziale delle differenze con la collettività italiana, almeno dal punto di vista demografico. Ma anche rispetto alle collettività sul territorio maggiormente rappresentate: Romania, Marocco e Cina. Sono state queste provenienze a contendersi il podio metropolitano nell’ultimo anno. Un paese UE e due extra-UE con caratteristiche differenti per lingua, cultura, tradizioni, inserimento occupazionale e dinamiche sociali, elementi che occorre ancora una volta sottolineare, per evidenziare il pluralismo culturale e religioso che connota il territorio torinese. 

Mettiamo subito in guardia le lettrici e i lettori più attenti dal fatto che il podio delle provenienze risultante dal capitolo della Città metropolitana (e quindi dalle anagrafi) sia diverso da quello presentato dall’osservatorio della Questura, che contabilizza solo coloro che non sono cittadini UE e che vede la seguente classifica: Marocco, Perù, Cina. Ricordiamo che il permesso di soggiorno può non coincidere per tutta la durata della sua validità con la residenza. La mobilità non è solo dall’estero verso il nostro Paese, ma anche fra province e regioni italiane. Detto in altri termini, la stabilizzazione procede, ma non è detto che si traduca nel mettere radici inamovibili nel territorio metropolitano. Ad esempio, nella città di Torino, nel 2024 il 6% dei residenti stranieri si è cancellato dalla anagrafe locale per trasferimento verso altri comuni vicini (in particolare la prima e la seconda cintura), in Italia o all’estero o per un altrove non registrato. Storie di altre migrazioni, che tuttavia non scalfiscono l’essere Torino una città interculturale de facto con 139.344 persone non italiane registrate nel proprio archivio demografico (16,1% sul totale degli iscritti), come illustra il contributo dei Servizi civici - ufficio statistica di riferimento. Dalla residenza alla scuola all’università, dal mondo del lavoro subordinato a quello autonomo: due facce della medaglia del duraturo consolidamento di presenze di origine immigrata. 

L’universo del lavoro è ancora prevalentemente quello delle prime generazioni e, purtroppo, ancora caratterizzato da profonde diseguaglianze in termini di sotto-inquadramento, collocazione in posizioni professionali pesanti e logoranti, come evidenziano i dati dell’Agenzia Piemonte Lavoro attraverso i Centri per l’impiego. Dato che emerge anche nella lettura dei dati relativi agli infortuni: una prospettiva quella dell’Inail che, d’altra parte, sottolinea un leggero aumento dei numeri (al netto del post-Covid) e coglie il processo di stabilizzazione nell’aumento dell’età fra le donne straniere e in una nuova visibilità dei giovani fra i casi trattati, che ampliano i settori interessati a quelli del turismo e dello svago. 

Se il lavoro è la cifra dell’integrazione, questa è decisamente al ribasso: in un mercato polarizzato fra alte professionalità e impieghi considerati a basso know how, come l’assistenza anziani, il rischio dello spreco di talenti e della trappola che continua a vedere il balzo in avanti solo possibile (e talora fittizio) nelle professioni dell’immigrazione è ancora alto. Eppure la stabilizzazione, con l’ingresso nella comunità dei cittadini e delle cittadine italiane, amplia il ventaglio delle professioni possibili, così come l’arrivo sul mercato delle seconde generazioni. I numeri ancora troppo bassi e il dibattito mediatico (ancorato prevalentemente al racconto della migrazione che preoccupa, che perturba le periferie e che compete per le risorse) non aiutano a far emergere chi già lungo residente o cittadino italiano è parte di ambiti professionali altri. Dalle e dagli insegnanti ai medici, dagli ingegneri a funzionari di assicurazioni e banche, psicologi, commercialisti e avvocati: storie di inserimenti, talora faticosi, sfidanti e di successo di fronte ad una ancora diffusa cultura che discrimina, negli annunci e nelle selezioni, come raccoglie il Nodo contro le discriminazioni della Città metropolitana e descrive nel capitolo redatto con Ires Piemonte. A non essere spesso oggetto di attenzione è anche il variegato mondo delle imprese a titolarità straniera, che ha, come si legge nei numeri della Camera di Commercio nella provincia di Torino, il terzo territorio in Italia per consistenza. Primato che si perde quando si guarda all’incidenza sul totale delle imprese, come ben si comprende pensando a realtà come Prato. Si tratta di un tassello della stabilizzazione che, sia pure giovane e concentrato in alcuni settori, mostra vitalità e capacità di resistenza alle fluttuazioni dell’economia, sebbene con un ridotto impatto in termini di occupazione generata, considerata la prevalenza di microimprese. Le storie di immigrazione (del passato italiano o di altre nazioni) raccontano come la sfida per tali imprese non sia solo quella della longevità o dell’espansione, ma anche quella del passaggio generazionale. Ed ogni storia di migrazione nel suo procedere racconta le alterne fortune della ‘generazione dopo’. 

I dati degli studenti e delle studentesse con cittadinanza non italiana nelle scuole dell’obbligo e nei due atenei torinesi (da intendersi, in questo contesto, solo coloro che sono iscritti con diploma italiano e non in ingresso direttamente dall’estero) rappresentano il presente in formazione e il futuro ormai prossimo all’inserimento lavorativo. Sempre di più (relativamente) in sintonia con quello che sono i coetanei italiani. Le differenze, anche nella scelta delle filiere delle scuole superiori, iniziano ad assottigliarsi, soprattutto per chi è nato in Italia: una tendenza che ancora non invita a mettersi comodi, vista la compresenza di gruppi con esigenze diversificate a cui prestare attenzione, come si evince dall’osservatorio dell’Ufficio Scolastico Regionale. È tuttavia importante, anche in un contesto di stabilizzazione delle famiglie e di percorsi di istruzione tutti italiani, continuare ad offrire attività che sostengano l’ambiente interculturale delle scuole. Come pure il centrale fattore dell’apprendimento continuo, per tutti gli attori in gioco. Apprendimento che entra anche nella formazione universitaria, dove diversi progetti hanno offerto occasione di formazione per personale docente e tecnico amministrativo. Del resto, anche la componente studentesca diviene più eterogenea per provenienza, percorsi, biografie formative, richiedendo conoscenze e competenze nuove e/o aggiornate. Un aspetto peculiare dei processi di internazionalizzazione ‘dall’interno’ a livello dei due atenei del territorio dove, riferendoci ai dati dell’Osservatorio regionale per l’università e per il diritto allo studio universitario, non vi sono solo gli studenti in arrivo dall’estero ma anche coloro che si diplomano in Italia (sia pure in diminuzione, forse anche per effetto delle acquisizioni di cittadinanza) e che in misura importante spendono la formazione ricevuta sul territorio locale e regionale.

L’equilibrio fragile fra nuovi arrivi e lungo residenti

Il cambio di passo è dunque avvenuto. Famiglie, adulti, giovani e minori raccontano di un territorio metropolitano di cui ormai la componente straniera è parte integrante. Sigillo per eccellenza di tale situazione sono le acquisizioni di cittadinanza e il conseguente ingresso ‘formale’ nella comunità delle cittadine e dei cittadini nazionali. Il dato, ritrovato in molti capitoli e articolato dal contributo congiunto di Regione Piemonte, Prefettura di Torino ed Osservatorio sull’immigrazione e il diritto d’asilo dell’Ires Piemonte, racconta di come un osservatorio sulle persone straniere sia chiamato – già nel prossimo futuro – a integrare i numeri con metodi qualitativi, capaci di raccontare esperienze al di là del dato. In questa direzione vanno le progettualità menzionate nel presente Rapporto: un patrimonio di attività, informazioni, iniziative di formazione, materiali che negli anni gli enti dell’Osservatorio, insieme a organizzazioni del Terzo Settore, hanno progettato e realizzato.

In questa operazione, anche culturale, la Prefettura di Torino è da oltre un decennio impegnata in co-progettare e guidare azioni ed interventi. Si tratta di iniziative che affiancano il mandato istituzionale che si esplicita attraverso lo Sportello Unico, quello della Cittadinanza e l’accoglienza dei CAS. I vari funzionari coinvolti nelle diverse aree colgono il trasformarsi, lento (le cittadinanze e le richieste di asilo) o repentino (la novità delle collettività del Bangladesh e dell’Afghanistan), del palcoscenico delle migrazioni nell’area metropolitana. Uffici con cui occorre interagire da parte di chi arriva o decide di diventare italiano o italiana ed allo stesso tempo postazione strategica per riflettere sull’universo umano che compone il mondo dell’immigrazione. Ed è anche grazie a queste attività, a cui si affianca il lavoro prezioso degli attori della prima accoglienza accompagnati dai professionisti della mediazione culturale, che lo sguardo sui fabbisogni formativi e di intervento si è ampliato, in un ideale continuum fra i progetti per ‘neo arrivati’ e quelli per ‘lungo residenti’. Nel primo caso l’obiettivo sono i servizi dedicati, nel secondo caso, ovvero dei servizi ‘per tutti’, che devono sempre più essere erogati attraverso la prospettiva interculturale. Infatti, chi è ‘qui da una vita’ (le seconde generazioni) o chi risiede in Italia da oltre dieci anni, interagisce con i comuni e/o i vari enti locali (o territoriali) come chi è cittadino italiano. I diversi contributi dell’assessorato regionale alla Sanità e degli uffici della Città di Torino bene esemplificano tale continuum, fra emergenze, nuovi ingressi e situazioni con una anzianità migratoria consistente. L’ufficio sovrazonale di epidemiologia Asl 3 sottolinea il lavoro necessario di informazione e accompagnamento alla tutela della salute e all’utilizzo dei servizi territoriali, oltre alla cruciale attenzione all’area materno infantile. Il Servizio stranieri e l’Ufficio minori stranieri continuano ad essere le strutture di frontiera, il cui osservatorio (per adulti, mamme-bambini e minori stranieri non accompagnati) illustra come entrare non è tutto. L’arrivo è la prima tappa di un percorso che per taluni si snoda nell’accoglienza e attraverso progetti di sostegno all’inserimento (apprendimento della lingua, orientamento sociale, supporto genitoriale, tutela della minore età). Per altri, si tratta di un porto dove ancorarsi, o tornare, quando la traiettoria dell’inserimento è partita in chiaroscuro o ha subito una battuta d’arresto, avviando un circolo vizioso che dalla perdita del lavoro conduce alla perdita della casa, del titolo di soggiorno. Situazioni minoritarie (come indicano i numeri) sul totale delle persone residenti, ma che devono essere accolte, comprese e accompagnate nel rispetto dei diritti e delle norme. Storie dove il confine fra il legale e l’illegale si fa più sfumato, il supporto intracomunitario diventa ambivalente, fra prese di distanza, welfare comunitario e pericolosi aiuti da restituire a caro prezzo. Dai ‘servizi di frontiera’ a quelli dei Distretti Sociali, i cui uffici rispondono a diverse esigenze sociali della popolazione residente, un osservatorio in altri termini sulla popolazione stabile, la cui quotidianità è attraversata da fatiche socio-economiche. Tre sono gli aspetti evidenziati da questo osservatorio: a) l’annosa questione della casa e la discriminazione nell’accesso al mercato sia dell’affitto sia dell’acquisto, b) l’invecchiamento e la gestione di una fase della vita che interroga le famiglie al loro interno (sostegno alla malattia, fragilità, malattie) e i servizi all’esterno, ancora non del tutto attrezzati all’arrivo di chi invecchierà in Italia, facendo diventare un ideale mai realizzato il ritorno in patria. Infine, c) la genitorialità fragile di fronte ad adolescenti in cerca di una strada, di una identità, di attenzione e riconoscimento. Alcuni di loro sono protagonisti della quotidianità dei servizi della Giustizia Minorile, la cui prospettiva invita a comprendere la pericolosità delle dicotomie: stranieri vs italiani, prime vs seconde generazioni. Adolescenti stranieri o italiani di origine straniera, così come i coetanei italiani di origine italiana, condividono l’urgenza di piani di reinserimento individualizzato. Realtà dove accanto alla giustizia lavorano professionisti in una co-costruzione di progetti finalizzati al reinserimento e ad una risocializzazione positiva, che sappia contrastare dinamiche oppositive, quando non violente, nei confronti dei beni pubblici o della proprietà privata, alla ricerca del senso dell’esistenza nell’apparire e nella forza del gruppo. Proprio il gruppo, dal 2024, sembra il riferimento in cui rifugiarsi, a cui affidarsi per la condivisione di attività illegali che garantiscono guadagni facili, anche a scapito di comportamenti antisociali. La prevenzione, come evidenziato dal contributo dei Carabinieri, è una attività costante, che coinvolge l’intorno educativo, dagli ambienti formali (le scuole) a quelli non formali e informali (i giardini, le piazze, alcuni spazi e edifici non presidiati da attività, servizi, progetti). L’investimento e la continuità nelle azioni di prevenzione, nella città che fu di Don Bosco, rappresentano azioni continuative, un impegno instancabile, una risorsa per l’intera comunità dei residenti e non solo per i diretti protagonisti. Un lavoro sinergico, che interroga ogni componente, indipendentemente dalla cittadinanza, dall’anzianità migratoria, dal ruolo e dalla professione.

Le autrici hanno curato il Rapporto 2024 dell'Osservatorio interistituzionale sulle persone straniere nella Città metropolitana di Torino