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L'insostenibile pesantezza del digitale

Ogni clic ha un prezzo invisibile: dall’estrazione dei minerali alle emissioni di CO2. Con l’economista ambientale Silvana Dalmazzone esploriamo il lato oscuro della rivoluzione digitale
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Città tecnologica

“Abbiamo scoperto che Internet ha un colore (il verde), un odore (di burro rancido) e anche un sapore, salato come l’acqua marina. Inoltre, emette anche un suono stridulo, simile a quello di un immenso alveare. In breve, abbiamo provato l’esperienza sensoriale dell’universo digitale, rendendoci conto della sua dismisura, dal momento che per mettere un semplice like utilizziamo quella che sarà a breve la più vasta infrastruttura mai costruita dall’uomo. Abbiamo creato un regno di cemento, fibra e acciaio, universalmente accessibile, chiamato a rispondere in un microsecondo. Un ‘intramondo’ costituito da data center, dighe idroelettriche, centrali a carbone e miniere di metalli strategici, uniti da una tripla ricerca: quella di potenza, velocità e… di freddo”. Con queste parole il giornalista francese Guillaume Pitron nel suo libro Inferno digitale (Luiss University Press, 2022) evoca un’idea materiale e fisica di ciò che per definizione siamo portati a pensare come immateriale: la tecnologia digitale.

Dietro l’apparente immaterialità del digitale si nasconde quindi un pesante impatto ambientale. L’inquinamento digitale è l’impatto ambientale negativo derivante dall’intero ciclo di vita delle tecnologie digitali: dall’estrazione delle materie prime necessarie alla produzione di dispositivi elettronici, ai consumi energetici elevati e alle emissioni di CO2 e gas serra prodotte da data center, infrastrutture di rete e servizi online (streaming, cloud, ricerche web), fino allo smaltimento dei rifiuti elettronici. Un aspetto cruciale del nostro mondo contemporaneo, ancora poco noto al grande pubblico. Ne parliamo con Silvana Dalmazzone, docente di Economia dell’ambiente al Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino. 

Una filiera pesante 

Partiamo dall’infrastruttura digitale, l’aspetto forse più facilmente considerabile come materiale. “L’infrastruttura digitale (data center, cloud, reti, dispositivi) richiede enormi quantità di energia. Un singolo data center consuma quanto una piccola città. A seconda delle stime, molto variabili perché dipendono dalle assunzioni sottostanti e dalle politiche di trasparenza delle aziende, l’information technology è responsabile del 4-8% delle emissioni globali di gas serra”, spiega Dalmazzone.  Un dato che equivale più o meno a quello di tutto il traffico aereo mondiale. “Solo che se le emissioni dell'aviazione si stanno progressivamente riducendo quelle del digitale stanno velocissimamente aumentando”.

Ma non sono solo le infrastrutture a pesare, è bene considerare tutti i componenti della filiera: “Anche il traffico dati legato ai servizi digitali (in buona parte streaming video, ma anche gaming, informazione, posta elettronica, transazioni di criptovalute – ogni attività online) ha un impatto. Il ‘peso’ climatico di una mail senza allegati è solo di 4 grammi di CO₂, ma ogni giorno nel mondo vengono inviate, si stima, 360 miliardi di mail e 100 miliardi di messaggi WhatsApp”. 

Anche la produzione e il ciclo di vita dei dispositivi genera impatti ambientali. “Produrre smartphone, Pc, microprocessori comporta l’estrazione di minerali (terre rare comprese), consumi idrici, emissioni inquinanti. Le quantificazioni che più frequentemente incontriamo sono quelle relative all’impronta di carbonio: la produzione di un laptop genera fra i 250 e 350 kg di CO₂ equivalente, a seconda dei modelli e delle fonti”, aggiunge la professoressa. E accanto a questo ci sono anche tutti gli impatti ecosistemici (e sociali) delle attività estrattive e le emissioni di inquinanti locali, “come composti organici volatili derivanti dai solventi usati per pulizia e rivestimenti, metalli pesanti per circuiti stampati e saldature, acidi utilizzati nei processi di semiconduttori, vari tipi di effluenti chimici negli scarichi”. 

Inoltre, il rapido e quasi ossessivo ricambio dei dispositivi tecnologici genera e-waste (RAEE), stimato in oltre 50 milioni di tonnellate l’anno a livello globale. Sono rifiuti con componenti tossiche ancora soggette a tassi di riciclaggio insufficienti.

Infine, c’è l’intelligenza artificiale su cui confluiscono molti degli interessi economici e tecnologici odierni. “L’addestramento e l’utilizzo di AI hanno – sottolinea Dalmazzone – un costo energetico enorme. Ogni ricerca su ChatGPT consuma 100 volte più energia di una ricerca tradizionale su Google, e qualunque stima di impatto viene rivista verso l’alto di anno in anno”.

La dimensione geografica e geopolitica

Come si è visto, il digitale non è affatto così dematerializzato e senza confini come si tenderebbe a pensare. “Si basa su infrastrutture fisiche (cavi sottomarini, data center, hub..) che hanno un importante valore strategico e il loro controllo è diventato un obiettivo geopolitico. Pensiamo, ad esempio, alla battaglia fra le Big Tech degli Stati Uniti e la Cina con Huawei”, precisa Dalmazzone.

“La produzione è concentrata in Asia (Taiwan, Corea del Sud e Cina), che domina il mercato dei chip, mentre il Nord America e l’Europa tendono ancora a dominare la progettazione e la proprietà intellettuale. Questa ‘geografia’ genera dipendenze in ambiti assolutamente strategici e dunque delle tensioni geopolitiche. Pensiamo, in questo caso, alle crisi dei chip”, spiega l’economista di UniTo.

Le politiche statunitensi di reshoring (rilocalizzazione) e interventi regolatori come il Chips Act testimoniano il tentativo occidentale di ridurre la dipendenza dall'Asia. “La Cina sembra nel frattempo puntare alla leadership nelle tecnologie verdi e nel 5G, mentre Africa e America Latina rimangono ai margini”.

Un aspetto fondamentale della dimensione geografica è quello delle disuguaglianze: “Anche per il digitale, come nella maggior parte degli altri ambiti, i costi ambientali, sanitari e sociali si concentrano – afferma Dalmazzone – nei paesi produttori di hardware, ovvero nel Sud globale, mentre la quota maggiore dei benefici economici e della fruizione di servizi viene goduta nei paesi del Nord del mondo.

Quali risposte di policy

Il digitale ha impieghi fondamentali in ambiti che sostengono l’indispensabile transizione ecologica: le smart grid (o rete intelligente), con l’utilizzo dell’AI per ottimizzare i consumi e gestire l'alimentazione tramite fonti rinnovabili.  “Questi sono ambiti che andrebbero sostenuti”, sostiene la professoressa.

“Dal punto di vista individuale – aggiunge – è importante che si diffonda consapevolezza sul fatto che ogni nostra azione online ha anch'essa un impatto ambientale non trascurabile, e che questa consapevolezza ci porti a comportamenti di responsabilità digitale. Per esempio, ridurre lo streaming non necessario e le spedizioni urbi et orbi di materiale ridondante. Ma anche prendere in considerazione al momento dell’acquisto scelte di design che favoriscano la riciclabilità e che ci sia poi un corretto conferimento dei RAEE a fine vita”.

È un impegno che deve riguardare aziende e Stati in primis. “Alcune imprese stanno adottando pratiche di Corporate Digital Responsibility (CDR), per tenere sotto controllo anche questa loro dimensione di impatto. Ma – conclude Dalmazzone – resta fondamentale il ruolo dei governi, l'intervento normativo coordinato a livello nazionale e sovranazionale”.

In Italia, il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica ha adottato linee guida – non ancora vincolanti – sulla gestione sostenibile dei data center. L’Unione europea con la Delegated Regulation (2024/1364) ha emanato una normativa che dal 2025 impone ai data center requisiti specifici per ridurne l'impatto ambientale: obbligo di sistemi di gestione energetica, uso di fonti rinnovabili, riutilizzo del calore e altro ancora. 

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