Mali, una crisi senza fine: perché si è riacceso il conflitto
Da alcuni giorni il Mali attraversa una delle fasi più violente e destabilizzanti degli ultimi anni, segnata da un’offensiva coordinata senza precedenti contro la giunta militare al potere. Ne abbiamo discusso con Roberto Beneduce, docente di Antropologia culturale all’Università di Torino, che conduce ricerche nel Paese dal 1988. Nel 2025 ha pubblicato per Bollati Boringhieri Il rancore del tempo. Follia, cura e violenza sull’altopiano dogon (Mali).
Dal 25 aprile in Mali diversi gruppi armati stanno compiendo attacchi coordinati in molte zone del Paese, scontrandosi anche con l’esercito regolare: cosa sta succedendo?
I recenti attacchi registrati a Gao e a Kidal, nel nord, a Konna, Mopti – città fluviale sul Niger – e a Sevare, nel centro del paese, e soprattutto a Kati (città militare di importanza strategica, a pochi chilometri dalla capitale, Bamako, dove è stato ucciso il ministro della difesa, Sadio Camara, e gravemente ferito Modibo Koné, responsabile dei servizi di sicurezza), segnano un punto di svolta nella grave crisi politico-militare che il paese attraversa dal 2012, le cui caratteristiche sono paradigmatiche dell’annodarsi di conflitti locali e nazionali con interessi internazionali. I recenti attacchi rivelano però molte cose. Non si tratta solo della capacità di agire in modo coordinato su tutto il territorio nazionale, ricorrendo a tecnologie militari e informazioni rese disponibili grazie a una efficace rete di collaborazioni anche con paesi stranieri. Già nel 2024 il violento attacco che a Tinzaouaten era costato la vita a numerosi membri dell’Africa Corps (le forze russe cooperanti con il governo di transizione), era stato realizzato grazie alle informazioni e alle armi offerte dall’Ucraina, come aveva ammesso Andryi Yusov, responsabile dei servizi di intelligence di Kiev. Né si tratta soltanto dell’abilità nello sfruttare il periodo di caos determinato dall’aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e di Israele contro il Libano, mentre i governi di tutto il mondo sono paralizzati dalla minaccia energetica e del tutto impotenti nel far rispettare quel che resta del diritto internazionale (ciò che il genocidio di Gaza aveva già tragicamente dimostrato). È un salto di qualità nella capacità di trarre vantaggio dai nuovi assetti internazionali quello che i recenti attacchi hanno dimostrato: come il recente incontro fra il presidente degli Stati Uniti e Abu Mohammad al Jolani (nato a Riad da una famiglia siriana e noto con il nome di battaglia Ahmed Al-Chara). Che un uomo ricercato a livello internazionale sino a pochi mesi fa, considerato terrorista e membro di Al-Qaida in Siria, firmi un patto con Trump per la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) e venga accolto con tutti gli onori alla Casa Bianca, mostra non solo la tragica volatilità di nozioni come “terrorismo”, “islamista”, “diritti umani”, ma anche come in Mali le milizie antigovernative, accusate di essere alleate di gruppi islamisti (Al-Qaida e ISIS-Sahel), hanno saputo cogliere un momento particolarmente propizio per acquisire visibilità, ridefinire il fronte delle possibili alleanze e ottenere una riabilitazione a livello internazionale. Tra le dune del Sahel, possiamo intravedere il sorriso ironico di Osama bin Laden…
Qual è il contesto politico di questi attacchi? Chi detiene il potere nel Paese?
Ancora una volta bisogna intrecciare piani diversi e ripercorrere il filo degli eventi. Dopo l’indipendenza, nel 1960, il Mali ha visto spesso l’opposizione delle popolazioni tuareg, in particolare di alcuni dei suoi clan, che denunciavano l’abbandono delle regioni settentrionali da parte del governo centrale, le violenze da parte delle forze armate, mentre sognavano l’autonomia politica organizzandosi anche militarmente in vista di questo obiettivo. La repressione governativa è stata spesso feroce, come nel 1969, inasprendo rancori e diffidenze che si alimentavano anche di motivi etnico-razziali (il sistema economico tuareg è stato descritto come fondato sullo sfruttamento della manodopera dei Bella, definiti talvolta come “schiavi”: sebbene questo termine sia improprio, i Bella di fatto sono schiacciati sul gradino economico-sociale più basso di un sistema gerarchico che ne ha sempre regolato rigidamente il grado di autonomia). I rapporti con l’Algeria sono stati anch’essi motivo di instabilità, non solo per l’alleanza storica dei governi algerini con i gruppi tuareg, ma anche a causa del conflitto per l’accesso a una regione ricchissima in giacimenti di petrolio, gas e altre risorse naturali. È però con l’assassinio di Gheddafi, orchestrato dalle potenze occidentali, che la situazione muta radicalmente. Il progetto panafricanista di Gheddafi (che prevedeva tra l’altro di creare una nuova moneta abolendo quella esistente: il franco CFA) aveva generato non poche preoccupazioni, soprattutto in Francia. L’acronimo della moneta è d’altronde eloquente: un tempo stava per “Colonie Francesi d’Africa”, diventando poi “Comunità Finanziaria in Africa” per i paesi dell’Africa occidentale e “Cooperazione Finanziaria in Africa centrale” per quelli della regione centrale. Il franco CFA è di fatto la “traccia monetaria” del persistente colonialismo francese. Facile concludere che la Francia aveva buoni motivi per sperare che questo progetto fallisse e continuare a operare indisturbata in un’area dove i suoi interessi sono numerosi (l’uranio in Niger, fra l’altro). La crisi libica avrebbe però liberato infiniti depositi di armi, e reso particolarmente agevole il traffico di droga: la relativa stabilità realizzata in Mali dal governo di Amadou Toumani Touré, va così in frantumi. Mobilitati dal flusso di armi, i Tuareg che si riconoscono nel MNLA (Mouvement National de libération de l’Azawad) decideranno di proclamare l’indipendenza nel 2012 su una vasta area del paese, l’Azawad, da tempo rivendicata come propria (circa i due terzi del Mali), mentre diversi gruppi islamisti promuovono da parte loro attacchi a caserme ed edifici pubblici, proclamando la sharia nei villaggi occupati e l’imminente nascita di uno stato islamico. Nessun paese riconoscerà però il nuovo stato. In un contesto di grave incertezza, il capitano Amadou Sanogo, giovane militare di origine dogon, depone Touré e attua un colpo di stato con l’intento di scuotere il governo e far fronte alla crisi. Per fermare l’avanzata delle milizie sarà decisivo però l’intervento militare francese (operazione Serval, attuata sino al 2014 e operazione Barkhane, sino al 2022) congiuntamente con l‘intervento delle truppe ONU (operazioni MISMA e MINUSMA, quest’ultima sino al 2023). Le critiche alla Francia saranno però via via più numerose per l’approccio coloniale alla crisi. Il presidente Ibrahim Boubakar Keïta, eletto nel 2013, sarà da molti considerato un fantoccio nelle mani del governo francese. Ma è la decisione di impedire le elezioni per il referendum costituzionale del 2013 nella regione di Kidal, feudo tuareg, per motivi di sicurezza (secondo alcuni sulla base delle indicazioni dei gruppi e degli interessi locali, secondo altri per decisione concordata con la Francia), ad avviare la rottura che si sarebbe consumata negli anni seguenti con Parigi, che del resto non ha mai nascosto le sue simpatie con il movimento tuareg e il sostegno indiretto ai suoi progetti di autonomia. Certo è che impedire che nella città simbolo dei Tuareg, Kidal, si votasse, ha costituito una ferita simbolica non ancora sanata per molti intellettuali e politici del paese: Kidal è diventata la metafora di una sovranità nazionale diminuita, nutrendo un forte risentimento contro l’antica potenza coloniale, accresciutosi in seguito al controllo delle operazioni militari contro le milizie ribelli che, se da un lato sembrava favorire queste ultime, dall’altro limitava l’autonomia dell’esercito governativo. È in questo clima che ha luogo il nuovo colpo di stato del 2020 e l’arresto del presidente Keïta.
Da quando ha preso il potere, la giunta militare ha gradualmente espulso dal Mali sia i soldati francesi sia quelli della missione di pace dell’ONU, impegnati nel contrasto ai gruppi armati, sostituendoli con i russi del gruppo Wagner. Qual è stato il ruolo di queste forze mercenarie nel Paese? Cambierà la loro posizione dopo gli attacchi di questi giorni?
Sì, l’espulsione delle forze militari francesi e di quelle ONU ha avuto come motivo anche la presa d’atto che, dopo anni di presenza, i gruppi antigovernativi avevano solo accresciuto il controllo territoriale: centinaia di scuole pubbliche chiuse, le prefetture e i municipi di molti distretti del nord e del centro del paese impossibilitati a funzionare, il lavoro nei campi reso difficile a causa delle violenze, la paura diventata ormai quotidiana dentro un clima di incertezza e di sospetto generalizzato. Nelle regioni centrali del paese si era sviluppato intanto il movimento islamista Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa, il cui radicamento all’interno della popolazione peul, maggioritaria nelle regioni centrali del paese, ha indotto a una erronea caratterizzazione “etnica” del conflitto. Il capo della giunta militare e del governo di transizione, Assimi Goïta, dopo la presa del potere, definiva intanto una stretta alleanza politico-militare con la Russia e le truppe mercenarie del gruppo Wagner prima, l’Africa Corps poi (dopo il 2023 il gruppo Wagner veniva riorganizzato e la direzione affidata direttamente al governo di Mosca). Da una colonizzazione all’altra, si potrebbe dire, resa necessaria dall’oggettiva debolezza dell’esercito nel respingere gli attacchi e la minaccia di una disintegrazione territoriale (una debolezza certo non casuale: i numerosi programmi di cooperazione e di addestramento militare hanno solo prodotto inefficienze e una dipendenza cronica, come veniva documentato già anni fa in altre ex-colonie della Francia). Le violenze contro i civili, i raccolti, le case e persino contro gli animali, hanno intanto devastato la vita del paese. In risposta alle violenze, gruppi di autodifesa sono nati in diverse aree, soprattutto sull’altopiano dogon, e hanno visto le società dei cacciatori rituali (Donson) partecipare spesso ad azioni di contenimento degli attacchi e di appoggio alle forze governative con il nome di Dan Na Ambassougou (“I cacciatori che si confidano a Dio”). Gli ultimi eventi preannunciano un periodo di ancora maggiore incertezza. Kidal, dopo essere stata liberata nel 2023, è stata nuovamente occupata in questi giorni dalle milizie tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), e l’evacuazione secondo quanto affermato su X da un comunicato del FLA, è stata concordata con l’Africa Corps “allo scopo di garantire una ritirata sicura”. Ciò dà la misura della complessità della situazione militare sul terreno e dei rapporti di forza, lasciando facilmente immaginare, in un ciclo di vendette e contro-vendette, il prezzo che continuerà a pagare la popolazione civile in ragione delle sue necessarie alleanze: accettare di piegarsi alla sharia per poter continuare a recarsi nei campi è stato considerato un tradimento da parte dei Dan Na Ambassougou (responsabili anch’essi di orribili massacri, come ad Ogossagou, nel 2019), e viceversa chi non sottoscriveva gli accordi imposti dalle milizie del fronte islamico (JNIM, FLM, ecc.) veniva sottoposto a violenze di ogni genere in quanto considerato alleato del governo centrale.
Chi sono le forze ribelli che si oppongono alla giunta militare, quali sono i loro obiettivi?
Nel corso degli anni si è assistito al proliferare di una vertigine di acronimi, milizie, fusioni, alleanze provvisorie tra gruppi i cui obiettivi e il cui programma politico rimane spesso difficile da decifrare. Se l’Isis e Al-Qaida condividono entrambi il comune presupposto salafita, gli osservatori sono concordi nel sottolineare il carattere più pragmatico del secondo, che si manifesta nella sua capacità di ancorarsi a livello locale trovando accordi e negoziando compromessi. Non è un caso che il Jama’at Nusrat al Islam wal Muslimeen (JNIM), “Gruppo di sostegno all’Islam e ai Musulmani” (nato nel 2017 e legato ad Al-Qaida), si sia alleato recentemente con il Front de libération de l’Azawad (FLA). A questi gruppi vanno aggiunti il MUJAO (Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale) e Ansar Din, diretto da Iyad Ag Ghalki, un militante e politico tuareg che aveva guidato la ribellione degli anni Novanta a Menaka. Oltre a questi gruppi, una formazione diventata rilevante negli scorsi anni è senza dubbio quella di Kouffa, già menzionata (Katiba Macina), al cui interno sono confluiti giovani peul frustrati dall’assenza di risposte del governo, dalle tensioni economiche fra vecchi e nuovi proprietari di bestiame, dal crescente impoverimento del territorio a cui hanno concorso diversi fattori (crisi climatica, conflitto fondiario, riduzione dei pascoli, ecc.). Oggi la scena è senza dubbio dominata dal Fronte di liberazione dell’Azawad e dal gruppo JNIM. I loro obiettivi (l’indipendenza delle regioni abitate in prevalenza dalle popolazioni tuareg per i primi, l’instaurazione della sharia per i secondi) non hanno consentito fino ad oggi un’alleanza strutturale, e tuttavia è stato il loro accordo che ha cambiato i rapporti di forza e permesso l’attuale successo: che cosa saranno disposti a concedersi reciprocamente, in che misura riusciranno a imporre i propri ben diversi programmi al governo centrale e, soprattutto, all’opinione internazionale, è ancora presto per dirlo.
L’Unione Europea ha condannato i recenti attacchi, ribadendo la propria preoccupazione per la stabilità del Sahel. Perché la crisi maliana è considerata l’epicentro dell’instabilità nella regione?
Tanto l’Unione Europea quanto le Nazioni Unite hanno fermamente condannato i recenti attacchi che minano l’unità territoriale (soprattutto da parte del FLA, che chiede l’indipendenza dell’Azawad) e introducono la minaccia della sharia e del salafismo in alcune delle loro più preoccupanti espressioni. La crisi del Mali è però non solo il riflesso dell’instabilità della regione, ma espressione di una lotta infinita tra antiche potenze coloniali e paesi sorti dall’indipendenza. Recentemente il Niger (fondamentale con le sue risorse di uranio per l’economia e il nucleare francese), il Burkina Faso (il cui presidente Sankara fu assassinato durante un colpo di stato guidato dal suo vice, Blaise Compaoré, con il sostegno dei servizi segreti francesi) e il Mali di Goïta avevano creato una nuova unità politico-territoriale, l’AES, Alliance des États du Sahel, la possibilità di libera circolazione per i loro cittadini e una comune modalità di identificazione biometrica, e immaginato il progetto di una moneta comune diversa dal franco CFA. Un progetto che evidentemente non può essere tollerato da un colonialismo che solo ha cambiato i suoi abiti, ma mantenuto ancora più stretta la presa dei suoi artigli sulle risorse naturali (l’estrattivismo feroce è il comune orizzonte che vede confluire oggi gli interessi di molti stati e delle lobbies energetiche che ne governano l’agenda). A questo orizzonte di instabilità locale, se ne aggiunge un altro: il conflitto in Mali non è che una proiezione tropicale di quello europeo fra NATO e Russia. Non è certo un caso che ancora una volta dal territorio francese proprio oggi il portavoce del FLA, Mohamed Elmaouloud Ramadane abbia ripetuto che la Russia deve abbandonare l’intero territorio dell’Azawad, ritenendo di fatto quest’ultimo già indipendente e separato dal Mali. Non saremo sorpresi di vedere domani difendere dagli organismi internazionali, dall’Unione Europea o dalla NATO l’integrità territoriale in un caso, essere disposti a rinunciarvi in un altro. Non saremo sorpresi di vedere la stessa Russia indotta a ridurre il suo impegno in Mali in cambio di altro in Europa. Abbiamo appreso a riconoscere in queste etiche flessibili del diritto solo o soprattutto l’ambizione di un capitalismo neoliberale che guarda alle risorse da accaparrare: terre rare, giacimenti di petrolio, uranio, gas, pietre preziose, corpi. L’accumulazione primitiva ha solo cambiato i suoi parametri, non la sua logica e i suoi obiettivi. Certo, la crisi del Mali può essere considerata epicentro dell’instabilità del Sahel e delle sue minacce (desertificazione, economie di guerra, corridoi privilegiati per il mercato della droga, ecc.), ma forse meglio sarebbe definirla come paradigma di una guerra neocoloniale, che vede l’intreccio perfetto di tutti i possibili elementi di rischio (conflitto religioso, economico, fondiario, relativo alle risorse naturali) nella lunga durata di un’antica storia di sfruttamento e di conquista che aveva già mostrato tutta la sua violenza e il suo cinismo con il progetto delle monoculture e dell’Office du Niger in epoca coloniale.
Quali sono le conseguenze sulla popolazione? L’aumento dei conflitti può intensificare i flussi migratori verso l’Europa?
Purtroppo, le conseguenze sulla popolazione sono devastanti: da oltre 14 anni il Mali ha conosciuto un drammatico impoverimento (e un processo analogo vede oggi il Burkina Faso affrontare le stesse minacce e gli stessi rischi), con intere aree del paese diventate inaccessibili per motivi di sicurezza, e progetti di lavoro o di studio di tanti giovani ormai annientati. L’annuncio fatto ieri (28 aprile 2026) dalle forze ribelli di un imminente blocco della capitale è la prova di una crisi dall’esito imprevedibile che ha già provocato migliaia di vittime. Quello che è un paese da sempre ricco di risorse, di artisti, di ricercatrici e ricercatori, di memorie e di saperi, vive la maledizione che ben conosciamo: guerra, povertà, esodo. Chi frequenta questi luoghi da tempo è però meno preoccupato dall’eventuale intensificarsi dei flussi migratori verso l’Europa quanto soprattutto dal dolore che viene inferto a questo paese e alla sua popolazione minacciata da un’incertezza crescente, avvelenata dal sentimento di una diffidenza generalizzata, e da una guerra che solo rivela i progetti di spossessamento delle sue ricchezze.