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Messico nel caos: stretto tra le pressioni di Trump, la guerra ai narcos e l’ansia per i Mondiali

L’uccisione del Mencho, a capo di uno dei più potenti cartelli della droga, ha scatenato violenze in tutto il Paese. Con la storica Bertaccini indaghiamo le ragioni di questa escalation: “La guerra ai cartelli non si vince solo eliminando i capi”
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Messico El Mencho
Una vista del luogo in cui l’Esercito messicano ha ucciso El Mencho (Stringer/Anadolu via Getty Images)

Da alcuni giorni il Messico è al centro dell’attenzione internazionale a causa dell’ondata di violenza che ha colpito il Paese a seguito dell’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”. Il capo del potente Cartel Jalisco Nueva Generación (CJNG), considerato uno dei narcotrafficanti più ricercati al mondo, è stato ucciso il 22 febbraio scorso durante un’operazione militare delle forze messicane. El Mencho è stato localizzato e colpito in una zona montuosa dello stato di Jalisco. Poco dopo la notizia della sua morte, gruppi legati al cartello hanno lanciato una violenta rappresaglia in numerosi stati. Il bilancio dei disordini si conta in decine di vittime e centinaia di blocchi stradali mentre il governo ha disposto il rafforzamento delle truppe per ristabilire l’ordine. Questo episodio si inserisce in un contesto di lunga guerra ai cartelli messicani e solleva interrogativi sulle conseguenze politiche, di sicurezza interna e sull’impatto sociale in vista dei Mondiali di Calcio 2026 che il Paese si appresta a co-ospitare. Abbiamo analizzato le ragioni storiche e sociali che hanno portato a questo picco di violenza insieme a Tiziana Bertaccini, storica dell’America Latina al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un’escalation di violenza in Messico dopo l’uccisione del Mencho. Come si è arrivati a questo punto? 

Il processo di escalation della violenza dura almeno dall’inizio del secolo, ma il contesto è quello di una guerra continua che affonda le radici già negli anni Settanta, con la cosiddetta Guerra Sucia, per poi arrivare alla guerra al narcotraffico. Il punto di non ritorno si verifica durante la presidenza di Felipe Calderón, che governa il Messico dal 2006 al 2012 e lancia ufficialmente la guerra contro il narcotraffico. In realtà il narcotraffico esisteva già prima. Durante il regime del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) c’era una forma di controllo, ma negli ultimi anni di quella fase e durante la transizione democratica i cartelli avevano iniziato a combattersi apertamente per il controllo dei territori. Con la dichiarazione di guerra di Calderón si verifica un’ulteriore escalation: oltre allo scontro tra cartelli per il dominio delle diverse aree del Paese, si apre una guerra frontale contro lo Stato, che però è a sua volta fortemente coinvolto e penetrato dal narcotraffico.

Si tratta di una guerra con migliaia di morti e di desaparecidos. Le politiche di sicurezza adottate in questi anni si sono rivelate sostanzialmente inefficaci. Dopo la linea della “mano dura” di Calderón, centrata sugli arresti di alto profilo dei grandi capi, la strategia viene di fatto mantenuta anche dal presidente successivo, Enrique Peña Nieto del PRI. Peña Nieto cerca di ridurre l’esposizione mediatica del problema, ma il problema non è risolto. Proprio durante il suo mandato si verifica un altro momento decisivo: la sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa nel 2014, che rappresenta un ulteriore punto di non ritorno nella crisi di violenza del Paese.

La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato una nuova politica di sicurezza nazionale. Quali cambiamenti concreti comporta rispetto alle strategie precedenti? 

Il cambiamento rispetto nella strategia nazionale si era già registrato con Andrés Manuel López Obrador, predecessore di Sheinbaum. López Obrador aveva lanciato la strategia riassunta nello slogan “Abrazos, no balazos” – abbracci e non pallottole – con l’intenzione di superare la guerra frontale al narcotraffico e concentrarsi sulle cause strutturali della violenza. Paradossalmente, nello stesso periodo era stata istituita la Guardia Nazionale, che nel tempo è diventata un corpo con forte carattere militare, afferente al Ministero della Difesa. La nuova presidentessa presenta sul piano della sicurezza una strategia articolata in quattro punti. Il primo è l’attenzione alle cause sociali della violenza. Il secondo è il consolidamento della Guardia Nazionale, che nel passaggio tra le due presidenze è stata formalmente integrata nel Ministero della Difesa. Gli elementi nuovi sono il rafforzamento dell’intelligence e dell’investigazione, attraverso la creazione di un sistema nazionale di intelligence e una maggiore collaborazione, tra le diverse entità federative. Sheinbaum ha nominato Segretario alla Sicurezza Omar García Harfuch, che aveva già lavorato con lei a Città del Messico quando era sindaca. In quella fase era stata costruita una rete di coordinamento tra autorità che, secondo i dati ufficiali, aveva prodotto una riduzione degli indici delittuosi nella capitale.

Stiamo assistendo a una militarizzazione del Paese?

La versione ufficiale della presidenza nega che la Guardia Nazionale rappresenti un processo di militarizzazione e la presenta come uno strumento virtuoso. Tuttavia, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha recentemente segnalato che questo processo ha creato un sistema che lede i diritti umani. La strategia di López Obrador è stata fallimentare: durante i sei anni di governo si sono registrati circa 196.000 morti, il livello più alto mai raggiunto. Secondo i dati ufficiali, nel primo anno della nuova strategia di Sheinbaum gli omicidi sarebbero scesi da circa 26.715 a 20.674. Nell'ultima mañanera, proprio dopo l'arresto del Mencho, sono stati annunciati migliaia di laboratori distrutti, tonnellate di fentanyl e altre droghe sequestrate e numerosi capi arrestati. Rimane però un dato poco evidenziato: quello dei desaparecidos. Nel corso del secolo si parla di circa 128.000 persone scomparse, e tra il 2024 e il 2025 si registrano oltre 14.000 nuovi casi, con un aumento percentuale rispetto all’anno precedente, anche a Città del Messico e tra donne e minori. Se si considera che la maggior parte dei desaparecidos dovrebbe essere conteggiata insieme alle vittime, il quadro complessivo cambia e si arriverebbe a cifre addirittura superiori agli anni precedenti. È un dato che va verificato, ma che non può essere ignorato nel valutare l’efficacia della strategia.

Quanto è stato determinante il ruolo degli Stati Uniti nell’operazione che ha portato alla morte del Mencho? 

Secondo le fonti ufficiali messicane, il ruolo degli Stati Uniti è stato limitato alla condivisione di informazioni e dati di intelligence, in linea con il rafforzamento di questo ambito nella nuova strategia di sicurezza. Nella conferenza stampa successiva all'operazione, le autorità hanno insistito sul fatto che l’azione militare sia stata gestita interamente dal Messico, nel pieno rispetto della sovranità nazionale. Tuttavia, il contesto potrebbe mostrare una cooperazione più ampia. Non bisogna dimenticare la pressione di Trump sul Messico per quanto riguarda la lotta al narcotraffico. Sul Mencho negli Stati Uniti pendeva una taglia di 15 milioni di dollari e il cartello di Jalisco, insieme a quello di Sinaloa e ad altri gruppi, era stato classificato come organizzazione terroristica. Un mese prima era stata annunciata la creazione di una forza di azione congiunta anticartello tra forze messicane e statunitensi, coordinata attraverso il Comando Nord degli Stati Uniti, con l’obiettivo di rafforzare la raccolta e l’analisi di informazioni sui cartelli. Secondo dichiarazioni statunitensi, in questo ambito vengono utilizzate anche competenze maturate nel contrasto a organizzazioni terroristiche internazionali come Al-Qaeda.

Sheinbaum si trova, quindi, stretta tra due problemi? 

Sì, la forza e la pressione degli Stati Uniti e dall'altra parte la narcopolitica interna e tutto quello che è uno Stato che è comunque fortemente penetrato dal narcotraffico. Lo abbiamo visto nelle elezioni, nel ritorno della violenza politica, nel fatto che il narcotraffico a livello locale riesce a gestire i territori. Inoltre, nel settembre del 2025 la DEA aveva arrestato già 670 persone, sequestrato migliaia di chili di droga in un’operazione contro le reti del cartello di Jalisco e nel novembre dell’anno precedente, sempre agenti degli Stati Uniti avevano catturato il genero del Mencho e altri familiari erano stati arrestati da autorità messicane. 

Ma c’è un altro dato abbastanza inquietante da prendere in considerazione ed è che prima dell’azione era stato autorizzato l’ingresso nel Paese di marines dagli Stati Uniti “solo per attività di addestramento”, fatto senza precedenti nei governi recenti. Questo appare in contrasto con la retorica sovranista e con il rifiuto ufficiale di un intervento diretto delle truppe statunitensi, più volte richiesto e minacciato durante l’amministrazione Trump. Stiamo parlando quindi di una cooperazione con le forze armate degli Stati Uniti molto forte. Se la posizione ufficiale è quella di una “coordinazione senza subordinazione”, mi sembra invece che si tratti quantomeno di un compromesso, in questa stretta in cui si trova Sheinbaum.

Questa crisi esplode in un anno particolare per il Messico, che sta per co-ospitare i Mondiali di Calcio. Ci saranno ripercussioni?

Il nodo centrale è la sicurezza. A pochi mesi dai Mondiali, sono stati ritrovati resti umani nei pressi di uno degli stadi coinvolti nell’evento. Dopo l’operazione contro El Mencho si sono verificati narco-bloqueos che hanno paralizzato per alcune ore diversi stati della repubblica, una reazione territoriale molto più ampia rispetto a casi precedenti, come l’arresto del figlio del Chapo a Culiacán.

Il precedente delle Olimpiadi del 1968, precedute dal massacro di Tlatelolco, ricorda come in momenti simili la priorità per il governo sia mantenere l’ordine e presentare un’immagine di stabilità al mondo. È probabile quindi che l’obiettivo principale sia evitare ulteriori destabilizzazioni prima e durante i Mondiali, garantendo che l’evento si svolga senza incidenti e che il Paese appaia sotto controllo.

Con la morte del Mencho, come cambia il mercato della droga?

In Messico ci sono alcune tra le organizzazioni criminali più grandi, sofisticate e violente dell’emisfero, con reti transnazionali e armamenti — tra l’altro spesso provenienti dagli Stati Uniti — migliori di quelli della polizia e dell'esercito. Il cartello di Jalisco, Nueva Generación (CJNG), è tra i più estesi e strutturati. Le strategie basate sull’arresto dei grandi leader non hanno eliminato i cartelli. Spesso ne hanno provocato la frammentazione in gruppi e cellule. Lo stesso cartello di Jalisco nasce da una scissione e nel tempo ha generato ulteriori divisioni interne perché c'era stato un momento in cui si era detto che il Mencho, che manteneva sempre un profilo molto basso e molto nascosto, fosse morto.

Anche le battaglie fra i grandi cartelli hanno portato a formare tanti gruppi scissionisti, centinaia di cellule sparse ormai in tutto il Paese, che competono per le attività criminali dal furto del petrolio, che è un'attività recente di cui il cartello Jalisco gestisce una parte importante, all’estorsione, al traffico di esseri umani, traffico di migranti, spaccio di droga. CJNG è organizzato in modo verticale, ma con fazioni regionali semi-autonome che stringono alleanze con altri gruppi di attori criminali locali. Oggi il panorama è più fluido e diffuso rispetto a vent’anni fa, e quindi più difficile da contrastare. La morte del Mencho non implica automaticamente la fine dell’organizzazione. È plausibile una fase di frammentazione e di lotta interna per la successione, come già avvenuto in altri casi. Dopo un eventuale periodo di assestamento, le attività criminali potrebbero proseguire in forme simili. Non è possibile prevedere con certezza l’evoluzione, ma l’esperienza passata suggerisce che l’eliminazione di un leader non coincide necessariamente con la scomparsa del cartello.