Moda e sostenibilità: la Francia è la prima a limitare l’ultra-fast fashion
Un vestito acquistato a pochi euro può sembrare un affare. Dietro quel prezzo, però, si nasconde spesso un costo che non compare sullo scontrino: consumo intensivo di risorse, emissioni di gas serra, utilizzo di grandi quantità d'acqua e una crescente produzione di rifiuti tessili. L’espansione dell'ultra-fast fashion, alimentata da piattaforme digitali che lanciano migliaia di nuovi capi in tempi sempre più rapidi, ha trasformato questi impatti in una questione ambientale di primo piano. È anche per questo che la Francia è diventata il primo Paese europeo a intervenire con una legge specifica, aprendo un dibattito destinato ad andare ben oltre i confini nazionali.
L’ultra-fast fashion chiamata a pagare il costo ambientale
Approvata dal Parlamento francese il 29 giugno, dopo un iter legislativo durato oltre due anni, la legge prende di mira piattaforme come Shein, Temu e AliExpress, divenute negli anni il simbolo della moda ultra-rapida. Il testo introduce una definizione normativa di ultra-fast fashion, individuandola sulla base di due criteri: l'elevato numero di nuovi capi immessi sul mercato e la scarsa incentivazione alla loro riparazione, ossia situazioni in cui riparare un indumento risulta poco conveniente rispetto all'acquisto di uno nuovo.
Su questi criteri si basa anche il nuovo sistema di penalità economiche previsto dalla legge. Il provvedimento interviene sull’eco-contributo già applicato al settore tessile secondo il principio del “chi inquina paga”, premiando indirettamente i prodotti più durevoli e penalizzando quelli meno riparabili. Per i marchi che immettono sul mercato capi difficili da riparare, infatti, il contributo aumenterà progressivamente: la maggiorazione partirà nel 2026 e crescerà fino al 2030, quando potrà arrivare alla cifra di 20 euro per articolo, con un tetto fissato al 50% del prezzo. Le risorse raccolte serviranno a finanziare la raccolta, il riciclo e la riparazione dei prodotti tessili.
La legge interviene anche sul fronte della comunicazione e della trasparenza. Le piattaforme dovranno indicare il luogo di produzione dei capi e pubblicare messaggi che promuovano il riuso, la riparazione e il riciclo, informando i consumatori sugli impatti ambientali e sociali dei prodotti. La misura più incisiva riguarda però la pubblicità: vengono vietate le campagne promozionali dei marchi di ultra-fast fashion, anche attraverso gli influencer, che in caso di collaborazioni commerciali con questi brand potranno essere soggetti a una sanzione amministrativa fino a 100.000 euro. Il messaggio politico è chiaro: il prezzo di un vestito non dovrebbe riflettere soltanto il costo pagato dal consumatore, ma anche quello sostenuto dall'ambiente.
Restano esclusi i marchi del fast fashion tradizionale
Nonostante l'importanza del provvedimento, salutato dal governo francese come un passo avanti capace di coniugare transizione ecologica e tutela dell’occupazione, molti osservatori hanno definito il testo una versione watered-down, cioè ridimensionata rispetto alla proposta originaria. Durante l'iter parlamentare, infatti, il campo di applicazione della legge è stato ristretto alla sola ultra-fast fashion, escludendo così molti marchi del fast fashion tradizionale.
È una distinzione che ha suscitato diverse critiche. Sebbene i modelli di business siano differenti, gran parte della produzione avviene negli stessi luoghi e attraverso filiere simili. In molti casi, infatti, i produttori che riforniscono le piattaforme di ultra-fast fashion sono gli stessi che lavorano per marchi del fast fashion tradizionale. Le differenze riguardano soprattutto i volumi e la velocità con cui i nuovi prodotti arrivano sul mercato, ma gli impatti legati alla fase produttiva – dal consumo di risorse alle emissioni, fino alla generazione di rifiuti – restano in larga parte condivisi. Per questo, secondo numerose associazioni ambientaliste, concentrare le misure solo su alcuni grandi operatori rischia di lasciare irrisolta una parte rilevante del problema, in un settore come quello tessile che contribuisce a circa il 10% delle emissioni globali di gas serra.
La Francia ha aperto il dibattito, si spera
Al di là del confronto tra fast e ultra-fast fashion, la sfida va oltre i singoli marchi coinvolti e riguarda un sistema costruito sulla disponibilità continua di nuovi prodotti e sulla riduzione del tempo di utilizzo degli indumenti.
Resta quindi una domanda che supera il caso francese: può una regolamentazione nazionale incidere su un mercato globale, in cui produzione, vendita e consumo attraversano continuamente i confini? Più che chiudere il dibattito, la Francia sembra averlo aperto: il futuro della moda sostenibile dipenderà non solo dalle regole adottate dai singoli Paesi, ma anche dalla capacità di interrogarsi sul valore attribuito ai vestiti che acquistiamo e sulla velocità con cui il sistema li produce e li sostituisce.
Un ringraziamento a Dario Casalini, fondatore di Slow Fiber, per aver condiviso preziose osservazioni sul rapporto tra moda e responsabilità ambientale