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“This is my blood”. L'impero del rosso Valentino

Per il grande stilista recentemente scomparso, la scelta di un colore è stata ben più di un marchio: un'idea di eleganza coltivata nel tempo
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Valentino
Lo stilista Valentino durante la Settimana della moda di Parigi (Michel Dufour/WireImage)

Nel vocabolario della moda contemporanea, il campo semantico della regalità sopravvive come un relitto problematico. È un lessico che dovrebbe appartenere a un tempo concluso, incompatibile, com’è, con la conquistata orizzontalità democratica del gusto, con la velocità delle tendenze e con l’idea stessa di consumo. E tuttavia, proprio questo orizzonte semantico riaffiora con insistenza nel modo in cui la cultura della moda nomina i suoi grandi autori: King Karl LagerfeldRe Giorgio Armani, l’Imperatore Valentino. Titoli che denunciano il bisogno di riconoscere ancora, dentro un sistema che proclama la fine delle autorità, figure capaci di imporre una forma, una durata, una misura.

La couture di Valentino, negli anni, ha operato – con coerenza quasi ostinata – in un regime di continuità raffinata, in cui ogni collezione sembrava nascere dalla precedente per lieve scarto, per impercettibile riallineamento. In questo senso, dell’idea di impero sopravvive soprattutto il concetto di tenuta: la capacità di mantenere intatto un lessico formale attraversando decenni di mutamenti culturali e simbolici, ma anche industriali. Con la sua morte, avvenuta il 19 gennaio all’età di novantatré anni, si chiude definitivamente la parabola di quello che già in vita era stato definito The Last Emperor, come titola il documentario che Matt Tyrnauer gli dedica nel 2009: un ritratto che rincorre Valentino mentre lavora, mentre si irrita per una scenografia non all’altezza di una sua sfilata, mentre si preoccupa per la salute degli inseparabili carlini. “This is my blood, you know? What do I have to do? Like I love a beautiful lady, I love a beautiful dog, I love a beautiful piece of furniture. I love beauty. It’s not my fault“.

A sostenere la meraviglia favolistica di un richiamo atavico verso la bellezza c’è però un percorso professionale eccezionale: Valentino arriva alla moda da una provincia italiana estranea ai centri canonici del potere culturale, portando con sé la convinzione che l’eleganza non sia un talento immediato, ma un sapere da apprendere, un linguaggio da interiorizzare. A Parigi, dove si forma alla Chambre Syndicale de la Couture, entra in contatto con un sistema che, nel secondo dopoguerra, custodisce ancora l’autorità indiscussa dell’haute couture: un ambiente in cui l’intuizione individuale può certo giocare un ruolo decisivo, ma sempre all’interno di una disciplina rigorosa, fondata su una catena di competenze e su un rispetto quasi liturgico per il mestiere. Questo apprendistato si consolida negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche, dove Valentino affina una sensibilità per il movimento controllato del tessuto, per l’equilibrio tra struttura e leggerezza, per il ricamo complesso da incorporare senza parvenza di fatica nell’abito. A questo percorso si aggiunge poi l’esperienza italiana presso Emilio Schuberth, che contribuisce a radicare ulteriormente il suo rapporto con una couture pensata a misura del corpo femminile.

Una simile formazione non produce tuttavia un epigono. Nel 1959 Valentino apre il primo atelier a Roma, in via Condotti, insieme a Giancarlo Giammetti. La città attraversa in quegli anni una fase di trasformazione ambigua e fertilissima. Roma è capitale cinematografica internazionale – è la stagione della Dolce Vita, della Hollywood sul Tevere – e allo stesso tempo luogo di una mondanità stratificata, in cui aristocrazie residue, borghesia emergente e star system convivono senza fondersi del tutto. È una città esposta allo sguardo del mondo, ma non ancora normalizzata come sistema produttivo.

Nel lavoro di Valentino, a ben vedere, l’oggi, ma il tempo in generale – inteso tanto come stagionalità della moda quanto come urgenza di forme nuove – sembra non essere mai stato un problema da risolvere. Come se la ciclicità stessa del sistema non intaccasse quell’immanenza che è propria dei lunghi regni. Urgenza della novità, rottura programmatica, dichiarazione di principio restano ai margini, in una sorta di virtuosa rinuncia allo spiegarsi. Il celebre rosso che porta il suo nome funziona esattamente in questa direzione: una sintesi che cattura lo sguardo, proprio come accadde a Valentino quando, da giovane, scorse tra il pubblico dell’Opera di Barcellona una donna vestita di quel colore. In questi giorni si è parlato molto del suo rosso come di un marchio – l’unico vero marchio, parrebbe, insieme al logogramma “V” – tanto che Vogue ha dedicato all’Imperatore della moda una copertina interamente tinta; ma il rosso di Valentino è soprattutto una decisione formale reiterata, il passaggio di autorità dalla forma, teoricamente punto d’onore di ogni stilista, a qualcosa di più intenso e insieme inafferrabile: il colore, un’idea di eleganza coltivata nel tempo.

Alla fine degli anni Novanta, Valentino e il suo socio e compagno di una vita, Giancarlo Giammetti, cedono la proprietà della maison, avviandone l’ingresso in una struttura industriale sempre più articolata. Tra passaggi di controllo e riorganizzazioni societarie, il marchio approda nel 2012 a Mayhoola for Investments S.P.C., inscrivendosi stabilmente nelle logiche del capitalismo globale del lusso. Ma nel frattempo, Valentino è già altrove: la sua fedeltà a un’idea di eleganza come misura e continuità spiega anche la singolarità del suo ritiro, nel 2007. Valentino lascia quando la sua grammatica è ancora intatta, scegliendo di non assistere alla propria trasformazione in citazione.

Il suo lascito non coincide, insomma, con una serie di abiti memorabili, ma con un’idea di eleganza allo stesso tempo semplice e inspiegabile – come lo è un colore, appunto. In questo senso, la regalità che attraversa il suo lavoro non appartiene a un mondo perduto. È una possibilità ancora aperta. Valentino resta una figura anacronistica nel senso più produttivo del termine; e se la regalità, come categoria, conserva ancora oggi una qualche pertinenza, lo deve anche a questa lezione silenziosa sul modo di concepire l’abito: non si tratta di dominare attraverso la forma, ma di far sì che risulti impossibile distogliere lo sguardo.