Perché il blocco dello Stretto di Hormuz minaccia la sicurezza alimentare
In una recente conferenza stampa delle Nazioni Unite sugli effetti nei mercati globali del conflitto in Iran e nella zona del Golfo, il capo economista della FAO Máximo Torero ha posto l’attenzione non solo sul tema dell’energia, ma anche su quello dei fertilizzanti e della sicurezza alimentare. Questo perché lo Stretto di Hormuz è una via cruciale non solo per il trasporto di petrolio e gas naturale, ma anche, appunto, di fertilizzanti.
Con Carlo Grignani, professore di Agronomia del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, abbiamo indagato le connessioni tra il mondo dell’agricoltura e l’attuale situazione geopolitica.
Professore, quali sono i principali componenti dei fertilizzanti più comuni?
I fertilizzanti più utilizzati in agricoltura si basano su tre elementi fondamentali: azoto, fosforo e potassio. Si tratta di nutrienti necessari anche per gli animali, e quindi per l’uomo, ma nel mondo vegetale il loro ruolo è ancora più essenziale. Senza dubbio, nelle piante il protagonista principale tra i tre elementi è l’azoto, che costituisce un mattone fondamentale delle proteine, molecole indispensabili per la crescita di ogni organismo. Anche l’occhio meno esperto, dopo una fertilizzazione a base di azoto, può notare un intenso colore verde scuro delle foglie e una rapida crescita della coltura, fino ad arrivare addirittura a un eccesso di crescita, che prende il nome di lussureggiamento. Ciò è dovuto al fatto che l’azoto stimola la produzione di clorofilla e quindi la fotosintesi, il processo attraverso cui le piante producono energia.
Qui sta una differenza chiave tra il mondo animale e quello vegetale: le piante sono in grado di procurarsi energia in modo autonomo, mentre noi abbiamo bisogno di farlo attraverso l’alimentazione. Per questo l’azoto rappresenta la base dell’intera catena alimentare: noi mangiamo la carne o il latte perché le piante sono state in grado di accumulare l’azoto nelle proteine. Il fosforo interviene nei processi energetici della pianta, contribuendo ai meccanismi di trasferimento e utilizzo dell’energia, mentre il potassio regola l’equilibrio delle cellule, controllando gli scambi tra l’interno e l’esterno della membrana, garantendo così il corretto funzionamento degli organismi.
Perché i fertilizzanti risentono così tanto di questa crisi?
A differenza degli altri due elementi, l’azoto è strettamente legato all’energia e al suo costo. L’azoto è il più grande costituente dell’atmosfera e di fatto è una risorsa illimitata, ma nella sua forma naturale (N₂) non è direttamente utilizzabile dagli organismi viventi. Per renderlo utile in agricoltura, è necessario trasformarlo, cosa che avviene a livello industriale attraverso il processo Haber-Bosch, in grado di trasformare l’azoto atmosferico in ammoniaca, ma con un gran dispendio di energia. Questo spiega perché le crisi energetiche incidono direttamente sul costo dei fertilizzanti. In realtà vi sono in natura alcune piante capaci di catturare l’azoto atmosferico e renderlo disponibile, grazie al fatto che vivono in simbiosi con batteri del suolo: si tratta soprattutto di leguminose come soia, fagioli, piselli ed erba medica.
Prima del Novecento, l’agricoltura si basava quasi esclusivamente su questo processo biologico, chiamato azotofissazione, che però oggi, sebbene resti importantissimo, non è più sufficiente per la produzione agricola mondiale. Diverso è il caso di fosforo e potassio: avendo un’origine mineraria, il tema centrale non è l’energia, ma la dislocazione geografica delle risorse. I giacimenti di fosforo sono concentrati in poche aree del mondo, soprattutto in Marocco, seguito da Russia, Stati Uniti e Canada. È evidente che, in questo caso, il mantenimento della stabilità geopolitica nell’Africa settentrionale sarà un punto cruciale per garantirne la disponibilità. Il potassio crea meno problemi, sia perché richiede meno trasformazioni industriali, sia perché la sua diffusione è più estesa, con giacimenti anche in Europa, in particolare in Germania.
Qual è la situazione dell’Italia in questo scenario?
L’Italia è un Paese fortemente dipendente dall’estero sia per l’energia sia per le materie prime e quindi particolarmente soggetto all’aumento dei prezzi, che tra l’altro in questo settore avviene non tanto per una carenza immediata di prodotto, quanto per le aspettative sull’andamento del mercato. Nel caso dei fertilizzanti, infatti, contano molto i cosiddetti future, cioè le attese sull’evoluzione dei prezzi. È per questo che ogni aumento del costo del petrolio e del gas si riflette quasi automaticamente sui fertilizzanti, in particolare su quelli azotati, il cui processo produttivo richiede molta energia. Oggi, ad esempio, i concimi azotati registrano aumenti del 30–35%, mentre l’energia costa circa il 20–25% in più rispetto alla fase antecedente la crisi.
Va sottolineato che i Paesi ricchi di risorse energetiche sono spesso anche i principali produttori di fertilizzanti, perché possono impiegare l’energia in loco trasformandola in un prodotto facilmente trasportabile come l’urea, fondamentale per la produzione di fertilizzanti. In questo senso, il fertilizzante rappresenta anche una forma di “trasporto” dell’energia. In Italia è presente un solo grande impianto per la produzione di fertilizzanti azotati, legato a un’azienda norvegese, in provincia di Ravenna. Dipendendo fortemente dalle importazioni, il nostro Paese risente particolarmente in caso di blocchi logistici, tensioni geopolitiche, volatilità e aumento dei prezzi.
L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti potrebbe spingere gli agricoltori a ridurne l’uso. Lo ritiene un rischio concreto? E se sì, con quali effetti?
Il rischio è concreto: senza fertilizzanti il sistema agricolo può andare in crisi. Magari non un collasso immediato, perché il suolo è un grande serbatoio di fertilità: la sottile “pellicola” che ricopre le terre emerse contiene risorse che permettono di sopperire per un certo periodo alla mancanza di elementi nutritivi esterni. Gli effetti possono manifestarsi dopo uno, due o più anni, a seconda del tipo di suolo e del nutriente che manca. Tra tutti i nutrienti, quello più critico è l’azoto: essendo quello più attivo energeticamente, una sua carenza si riflette più rapidamente sulla produzione. Per spiegare le tipologie di rischio, possiamo prendere come esempio il frumento e il mais. Per fare un buon pane serve un certo contenuto proteico: anche se mangiamo il pane soprattutto per l’apporto di carboidrati, le proteine sono fondamentali per la qualità della farina. Se non si concima, non solo se ne produce meno, ma si ottiene anche una granella con meno proteine, quindi meno adatta alla panificazione. A quel punto si è costretti a compensare, ad esempio, importando grani di forza dall’estero o facendo miscele.
Nel caso del mais, il contenuto proteico è meno critico ma un mais non ben concimato è più debole e quindi più soggetto al rischio di attacchi da parte di insetti e funghi. I funghi producono micotossine, quindi non solo si rischia di avere meno produzione ma anche una granella meno salubre, con un impatto negativo sulla sicurezza alimentare. In sostanza, si produce meno e si produce peggio: in un Paese come l’Italia, che fa della sua eccellenza nell’agroalimentare un vanto, questo è senz’altro un problema.
Come si può correre ai ripari? Esistono prodotti, strumenti o tecniche alternative che ci consentirebbero di non essere dipendenti dai fertilizzanti chimici?
In questo senso è interessante quanto ha detto Máximo Torero: chi si occupa di fertilizzazione deve essere capace di "trarre vantaggio dalla crisi". Non nel senso di sfruttarla, ma di utilizzarla per aumentare la resilienza del sistema, cioè la sua capacità di affrontare e assorbire shock futuri. Aumentare la coltivazione delle leguminose è una delle principali direttrici delle politiche ambientali a livello globale. Tutti gli attori coinvolti — ricercatori, agricoltori e politici — spingono in questa direzione, perché le leguminose permettono di aumentare il processo di azotofissazione e quindi di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti chimici.
Tuttavia, questo non basta, perché l’agricoltura oggi deve far fronte a una popolazione mondiale che punta ad arrivare ai 10 miliardi e non può basarsi esclusivamente su processi naturali: il ricorso ai fertilizzanti in agricoltura, dal Novecento in poi, è imprescindibile. Se l’agricoltore in natura potesse ottenere risultati alternativi, e quindi meno costosi, lo farebbe. L’aumento dei costi dei fertilizzanti sta contribuendo ad accelerare quelle pratiche, già in corso, legate all’efficienza agronomica, incentivando le politiche e le azioni legate al recupero, al riutilizzo e quindi alla rimessa in circolo dell’azoto di scarto da parte degli allevamenti e dell'agroindustria. Maggiore è l’efficienza con cui utilizziamo i nutrienti, maggiore è la nostra resilienza, non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale.
In questo quadro, le politiche europee giocano un ruolo centrale. Spesso vengono criticate perché considerate un freno all’economia, ma in realtà puntano proprio a rendere il sistema agricolo più efficiente e meno dipendente da fattori esterni. Misure orientate alla sostenibilità, alla riduzione degli sprechi e all’uso più razionale dei fertilizzanti non sono solo scelte ambientali, ma anche strategie per aumentare la resilienza del sistema in un contesto di crescente instabilità.