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In ricordo di Maria Teresa Pichetto, che portò la cultura in carcere

Tra le fondatrici del Polo universitario per studenti detenuti: l'eredità di una docente che ha creduto nel diritto allo studio per tutti
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Prof.ssa Maria Teresa Pichetto

Maria Teresa Pichetto è stata professoressa ordinaria di Storia delle dottrine politiche in quella che era la Facoltà di Scienze Politiche. Allieva di Luigi Firpo, ha accompagnato la nascita e la crescita della Facoltà nei vari passaggi della sua lunga carriera. Autrice di molti studi su J. Stuart Mill, le sue opere hanno spaziato sul pensiero di Saint-Simon, di Joseph de Maistre, di Locke, sul socialismo prima di Marx, sulle radici dell’antisemitismo e su figure come Massimo d'Azeglio, Vittorio Alfieri, Giovanni Botero, Carlo Tancredi Falletti di Barolo. 

Ma accanto all’impegno nella didattica e nella ricerca, Maria Teresa (Lilli, anche per noi) è stata protagonista, prima come docente e collaboratrice, poi e fino al 2013 come responsabile istituzionale in qualità di Delegata del Rettore, del lungo percorso compiuto dall’Ateneo torinese per offrire a persone detenute l’opportunità di seguire gli studi universitari.

Un percorso che iniziò negli anni ’80, quando per la prima volta alcuni detenuti “politici” chiesero di aprire un dialogo con alcuni docenti della Facoltà di Scienze Politiche con l’obiettivo di riprendere gli studi interrotti. Da questi primi contatti si sviluppò la convinzione, nei docenti di quella Facoltà, che fosse possibile intraprendere un vero e proprio percorso progettuale non solo per rispondere a pochi detenuti particolarmente interessati, ma per promuovere presso tante persone private della libertà, a Torino e sull’intero territorio nazionale, la prospettiva e la concreta possibilità di studiare. Un percorso che portò a costituire, in accordo con l’amministrazione penitenziaria, nella Casa Circondariale di Torino, una sezione “dedicata”, un vero e proprio Polo Universitario Penitenziario. Dove fosse possibile incontrare i docenti, seguire lezioni, svolgere seminari, studiare e sostenere esami, pervenire al conseguimento della laurea. Prima in Scienze Politiche, in seguito anche in Giurisprudenza, poi, sempre più, in molti altri corsi di laurea triennali e magistrali di interesse delle persone ristrette. Con l’unico vincolo di possedere i titoli che danno accesso all’università, come qualunque altro cittadino o cittadina italiana.

In questo progetto, che parte dagli anni ’80 ed arriva a oggi (con uno sviluppo che ha portato ad avere iscritti all’Università di Torino, in questo Anno Accademico, più di 170 detenuti e detenute ristretti in 7 istituti piemontesi), Maria Teresa Pichetto si è sempre impegnata, insieme a tante e tanti colleghe e colleghi. Ispirata certo ai valori cristiani che ne animavano tutti gli impegni di volontariato e di promozione culturale che oggi qui sono stati evocati, ma sempre anche ai principi che insieme a tante altre università che hanno seguito l’esempio di Torino ci sforziamo di promuovere e difendere: i principi che stanno scritti nella nostra Costituzione (pensiamo all’art. 3 sull’uguaglianza e sulla pari dignità di tutti i cittadini e all’art. 34 sull’accesso ai più alti gradi di istruzione) che si declinano nell’affermazione e nella pratica, attraverso l’impegno in carcere delle università,  del diritto a perseguire gli studi universitari anche da parte di chi è privato della libertà personale, ma che non per questo cessa di essere titolare di tutti gli altri diritti. In nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini e del loro essere meritevoli di veder rispettata la loro dignità non in modo astratto, ma in quanto lo Stato e le sue istituzioni (dunque anche le università), si impegnino a rimuovere gli ostacoli che quella uguaglianza e quei diritti negano. E ancora, ispirati da un altro articolo della stessa Costituzione, l’art. 27 (“le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati”), cui si dà attuazione nella misura in cui si offrono alle persone detenute opportunità di crescita personale, di rielaborazione della propria vicenda, di maturazione attraverso uno sguardo sul mondo e sugli altri diverso e più consapevole. Tutte cose che la cultura e lo studio possono offrire, diventando in questo modo occasioni e strumenti di conoscenza e stimoli che possono favorire il riscatto e un positivo reinserimento sociale e che dunque, se si vuole ridurre la recidiva, dovrebbero essere garantiti a tutti.

In questa direzione è andato l’impegno di Maria Teresa, con costanza rara per più di quarant’anni, dunque anche dopo il pensionamento, soprattutto nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, ma anche, negli ultimi anni, nella Casa di Reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo, dove si è aperta una nuova sezione dedicata al Polo Universitario per detenuti di Alta Sicurezza, spesso con pene lunghe e con una vitale esigenza di dare un senso – anche attraverso lo studio – a un tempo altrimenti vuoto. 

Una presenza, quella della professoressa Pichetto, caratterizzata da grande rigore nell’insegnamento e dal non venir mai meno al principio di trattare gli studenti detenuti come gli altri studenti universitari, pretendendo lo stesso impegno richiesto a tutti.  Ma ponendosi, nei loro confronti, con grande attenzione e sensibilità per le condizioni da essi vissute e per le specificità del contesto in cui si insegna. Insieme a quel garbo e quella gentilezza che la caratterizzavano e che proprio in quel contesto, nelle relazioni, spesso sono assenti. Tratti che tutti le riconoscevano, le direzioni degli Istituti, il personale dell’area trattamentale, gli agenti della Polizia penitenziaria. Ma soprattutto gli studenti e i “suoi” laureati. Uomini spesso segnati da vicende tragiche, autori di reati anche gravi, giovani e meno giovani, che l’aspettavano e sempre le hanno riservato attenzione, rispetto, direi affetto e riconoscenza per un impegno mantenuto anche ad una età avanzata. 

Non posso non ricordare con ammirazione che a me, subentrato a lei nel 2013 come delegato del Rettore, per tutti questi anni ha continuato a offrire la propria disponibilità a tenere lezioni. E ancora pochi giorni fa promise alle tutor del progetto che – dopo il viaggio che doveva intraprendere – sarebbe tornata in carcere.

Nel suo libro, dal titolo emblematico Se la cultura entra in carcere, ha offerto una testimonianza importante di quale può essere il senso civico e valoriale che deve animare quanti svolgono il ruolo di trasmissione del sapere e della cultura: portare saperi e cultura anche in un luogo come il carcere, perché quel luogo è parte della società, è parte della comunità locale, del territorio su cui esplica le sue missioni l’Università. Non può dunque essere ignorato da chi vi vive e vi insegna. E più ampiamente non può essere lasciato alla deriva come “un mondo a parte”, in cui chi lo abita (i detenuti, ma anche chi vi lavora) non merita attenzione. Un contesto solamente di punizione e di sofferenza, che nega speranza e opportunità di riscatto, come sempre più, in questi tempi, qualcuno lo vorrebbe.

Maria Teresa Pichetto è stata in questo senso esempio per la comunità accademica, ma anche per tutti noi, come cittadini. Grazie Lilli.