Solo un approccio decoloniale può aiutare l’Africa
Dall’agroecologia all’uso di energie rinnovabili, dalla gestione sostenibile delle risorse alla diversificazione delle colture, l’Africa – o meglio le Afriche – è un continente complesso, giovane e in evoluzione, impegnato in molte sfide, ma dove la fame rimane ancora in diverse zone una piaga. Con Cristiana Peano, presidente del CISAO (Centro Interdipartimentale di Ricerca e Cooperazione Tecnico‑Scientifica con l’Africa dell’Università di Torino) e docente del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari, analizziamo problemi e ambizioni, parliamo di agricoltura e ambiente in tempi di crisi climatica, di diritti e autodeterminazione, con l'obiettivo primario di cambiare le lenti con cui raccontiamo e guardiamo un continente.
Professoressa, qual è lo stato attuale dei sistemi alimentari in Africa e come si stanno trasformando grazie alle pratiche di transizione ecologica?
I sistemi alimentari africani sono afflitti da grandi sfide come l'insicurezza alimentare, ancora presente in molti territori, e gli effetti del cambiamento climatico (siccità, inondazioni), che colpiscono i sistemi meno resilienti. Anche i conflitti armati, l’instabilità politica, le migrazioni forzate, le disuguaglianze di accesso alla terra, alle risorse e ai mercati aggravano il problema alimentare. Ancora oggi il Sahel, il Corno d’Africa, le regioni del Sudan e le zone disturbate da conflitti, sono particolarmente colpite da fame acuta. In molti Paesi vi è una forte dipendenza dalle importazioni (e dipendenza dai prezzi “globali” del cibo) e un’estrema fragilità delle catene del valore (scarsa capacità di gestione della fase post-raccolta e di trasformazione per mancanza di infrastrutture). Per questi motivi, molti governi e iniziative intergovernative stanno cercando non solo di produrre cibo ma di trasformarlo localmente, confezionarlo e distribuirlo per generare occupazione, ridurre i costi di importazione, diminuire la perdita post‑raccolta. Programmi come il West Africa Food System Resilience Programme cercano di contrastare gli shock tramite strategie integrate: miglioramento delle filiere alimentari, infrastrutture, mercati, resilienza climatica.
Ci si interroga sul futuro di questi sistemi ed è di fondamentale importanza che la transizione ecologica non sia solamente un trasferimento di “pacchetti tecnologici”, ma che si ragioni insieme sui sistemi alimentari del futuro. Si parla molto dell’adozione di tecnologie agricole moderne, ma occorre non dimenticare la necessità di adottare tecnologie appropriate al contesto territoriale e sociale. Le pratiche di transizione ecologica che stanno guidando il cambiamento dovranno tenere in considerazione la diversificazione delle colture (in quanto la monocoltura rappresenta da sempre sistemi meno resilienti), la protezione degli ecosistemi e il supporto alla formazione e ricerca. Dinamiche di diversificazione potranno incidere favorevolmente su tutto il food system andando a supportare anche il miglioramento delle diete e la valorizzazione dell’intera supply chain (aumentando il potenziale economico). Quindi, non solo agricoltura in senso stretto, ma anche ambiente, salute (One Health), clima, gestione dell’acqua, governance territoriale, economia locale, aspetti sociali e culturali.
Che ruolo hanno le comunità locali e i piccoli produttori nella costruzione di sistemi alimentari più resilienti e sostenibili?
Giocano un ruolo cruciale, promuovendo la sostenibilità ambientale, la resilienza economica e la coesione sociale. In particolare, ci sono alcuni punti su cui l’azione delle comunità locali diventa di fondamentale importanza: la salvaguardia della biodiversità (i piccoli produttori spesso si concentrano su colture locali e tradizionali) e l’uso responsabile delle risorse naturali. Sicuramente sarà necessario incentivare la creazione di filiere locali e regionali (troppo spesso si è pensato che la soluzione fosse la produzione per l’esportazione), che riducano l'impatto ambientale, sostengano le economie locali e creino posti di lavoro. Inoltre, tali sistemi avvicinano i consumatori ai produttori e contribuiscono a un'alimentazione più sana e consapevole, colmando anche il divario informativo e partecipativo. In sintesi, le comunità locali possono influenzare direttamente le politiche alimentari a livello territoriale (ad esempio, mense scolastiche sostenibili, orti urbani, sovranità alimentare), dando voce ai cittadini e ai produttori nei processi decisionali.
Quali pratiche o tecnologie sostenibili stanno emergendo in Africa per rispondere ai cambiamenti climatici e alle pressioni sul suolo e sull’acqua?
Oggi in Africa non c’è un’unica via aperta, ma sono numerose le proposte. Da un lato, c’è una crescente pressione da parte di organizzazioni africane, come AFSA - African Food Sovereignty Alliance, affinché l’agroecologia diventi un pilastro nelle politiche nazionali/climatiche, con fondi che raggiungano gli agricoltori su piccola scala, le donne e le comunità indigene. Uno studio, che ha analizzato 17 Paesi africani con forte insicurezza alimentare, evidenzia che le pratiche agroecologiche hanno avuto impatti positivi per la maggior parte degli outcome misurati (94%) in termini di sicurezza alimentare, salute del suolo, biodiversità, uso ridotto di chimici, conservazione delle risorse naturali. Dall’altro lato, le pratiche sostenibili emergenti per affrontare i cambiamenti climatici e la pressione su suolo e acqua includono la intensificazione sostenibile e l'adozione di energie rinnovabili (solare, eolica, geotermica) per fornire energia pulita, in particolare alle zone rurali attraverso mini-grid e sistemi off-grid. Sul fronte idrico si utilizzano tecnologie per la purificazione dell'acqua e la gestione efficiente delle risorse, come sistemi solari per l'irrigazione e la depurazione delle acque reflue per produrre biogas e fertilizzanti. Ad esempio, nel bacino del Lago Vittoria si stanno adottando combinazioni di diverse soluzioni, come il trattamento delle acque reflue con acquacoltura.
In un’ottica di decolonizzazione, quali sono le narrazioni da superare o ribaltare rispetto all’Africa e al cibo?
Le narrazioni da superare rispetto all’Africa e al cibo sono molteplici e profondamente radicate nella storia coloniale, nella rappresentazione mediatica e nelle logiche dell’economia globale. L’Africa viene spesso rappresentata come un luogo di fame cronica, povertà e dipendenza dagli aiuti umanitari. Questo cancella la ricchezza delle tradizioni alimentari africane, le pratiche agricole sostenibili e la sovranità alimentare delle comunità locali. Inoltre, parlare di Africa e non di Afriche implica ignorare la straordinaria pluralità di popoli, lingue, territori e culture alimentari. La decolonizzazione del cibo in relazione all’Africa significa dare voce agli africani, ai produttori, alle cuoche, agli attivisti e agli intellettuali locali. Significa spostare lo sguardo da una visione caritatevole ed eurocentrica a una prospettiva di giustizia alimentare, memoria storica e autodeterminazione.
In che modo il CISAO promuove un approccio decoloniale nel settore agricolo e alimentare africano?
Lo fa in vari modi. Innanzitutto, intende superare la logica del “saper fare importato = superiore” rispetto ai saperi locali. La mission è costruire partenariati alla pari, con rispetto per culture, conoscenze tradizionali, governance locali; privilegiare pratiche sostenibili, che rispettino l’ambiente, la biodiversità, la sovranità alimentare dei popoli, piuttosto che modelli imposti esternamente. In particolare, l’azione del CISAO si basa sulla ricerca-azione partecipata e co-costruzione della conoscenza operando con partner africani (università, centri di ricerca, ong, autorità locali) per co-progettare soluzioni che rispondono ai problemi locali. Ciò assicura il coinvolgimento attivo degli agricoltori e delle comunità locali nei processi decisionali, lo studio delle condizioni locali, le conoscenze endogene. Inoltre, le azioni di scambio promosse dal CISAO permettono il confronto tra studenti e ricercatori africani e italiani, rafforzando il ruolo delle università nella programmazione dello sviluppo locale. Questo permette non solo che “i progetti” siano eseguiti da chi opera sul territorio, ma che siano capaci di generare ricerca, soluzioni e decisioni autonome È importante notare che, anche se con intenti decoloniali, ci sono sfide reali con cui confrontarsi quotidianamente come la provenienza dei finanziamenti (Unione europea, agenzie internazionali) spesso caratterizzati da condizioni che possono riflettere logiche “dell’offerta” piuttosto che della piena autodeterminazione locale. Infine, spesso esistono squilibri nelle capacità istituzionali, nella governance locale, che possono rendere difficile realizzare partenariati perfettamente equilibrati.
Il tema della fame è purtroppo ancora all’ordine del giorno. Come lo si può coniugare con la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali in Africa?
È profondamente intrecciato con quello della salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali. Affrontare la fame senza compromettere l’ecosistema è una sfida complessa ma possibile, a patto di adottare un approccio sostenibile e integrato. Per coniugare la lotta alla fame con la salvaguardia ambientale è fondamentale promuovere l'agricoltura sostenibile attraverso pratiche ecocompatibili, la gestione efficiente delle risorse idriche e del suolo, e il contrasto alla povertà e all'insicurezza alimentare, investendo in soluzioni a lungo termine. Il lungo termine è il tema centrale in quanto troppo spesso ci si è soffermati su soluzioni che non hanno modificato positivamente gli agroecosistemi ma hanno solo risolto momentaneamente delle problematiche. La cooperazione internazionale oggi deve superare l’approccio assistenzialista e sostenere progetti di lungo periodo, guidati dai bisogni reali delle popolazioni locali. Ad esempio la degradazione delle terre, la desertificazione e la deforestazione peggiorano l’insicurezza alimentare ed è quindi necessario soffermarsi anche sulla protezione delle foreste, dei bacini idrici e della biodiversità temi essenziali per garantire risorse nel lungo periodo. Progetti di riforestazione e gestione comunitaria delle risorse possono quindi rafforzare sia l’ambiente che le comunità locali. Per questo è interessante il crescente movimento sull’ agroecologia in Africa, che promuove la salvaguardia della biodiversità, il miglioramento della fertilità del suolo e la difesa delle colture senza l’uso di prodotti chimici di sintesi e il razionale uso dell’acqua. L’agroecologia per rafforzare la resilienza e l’autonomia alimentare sottolinea come le comunità locali debbano essere protagoniste delle scelte attraverso il coinvolgimento delle donne, dei giovani e dei gruppi vulnerabili anche se i tempi di cambiamento agroecologico sono lunghi (conversione, formazione, adattamento) e richiedono investimenti stabili. Combattere la fame in Africa non significa solo produrre più cibo, ma farlo in modo giusto, equo e sostenibile, proteggendo le risorse naturali per le generazioni future. Una visione integrata, che unisca sviluppo umano e tutela ambientale, è l’unica strada possibile per un futuro resiliente.