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Storie di estati urbane: un itinerario letterario tra le città del mondo

Da Virginia Woolf a Ivan Vladislavić, passando per Cesare Pavese: otto romanzi scelti da docenti e ricercatori per raccontare canicole, solitudini, educazioni sentimentali, rivolte e cambiamento climatico, da Londra a Johannesburg
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Bancarelle Lucca

Un giro del mondo in otto tappe, corrispondenti a otto romanzi. E a otto città. Dalla Parigi tardo ottocentesca di Flaubert ai sobborghi wasp newyorkesi degli anni Sessanta, passando per l’aria di una fresca estate londinese nella prima metà del secolo scorso e per il Sessantotto a Monaco di Baviera. Senza dimenticare Torino, immortalata nella “bella estate” di Cesare Pavese – che con quel romanzo nel 1950 vinse lo Strega – e le “notti bianche” di Pietroburgo, un tempo sospeso che diventa il teatro di un incontro nelle memorabili pagine di Fëdor Dostoevskij. E infine, uno sguardo sulle città contemporanee alle prese con il cambiamento climatico: Barcellona, osservata con gli occhi innocenti e stupiti di un alieno che vi si trova bloccato, alla ricerca del suo compagno di missione, e Johannesburg, soffocata dall’estate australe e minacciata da un irriducibile tagliatore di alberi che – come fa notare lo scrittore sudafricano Ivan Vladisvić – non sono protetti dalla Legge e non hanno dunque alcun diritto.

La ricerca di temi non ancora toccati dalle pagine delle letterature di tutti i tempi è forse la sfida delle nuove scrittrici e dei nuovi scrittori, ma certo l’estate in città non è tra questi. Lo sospettavamo, e abbiamo chiesto a otto docenti e ricercatori che nel nostro Ateneo studiano e insegnano diverse tradizioni letterarie di scegliere un’opera, e di raccontarcela. Il risultato è una miscellanea che accosta Virginia Woolf, Flaubert, John Cheever, Dostoevskij e Pavese ad autori forse meno noti come Uwe Timm, Edoardo Mendoza e Ivan Vladisvić. Consigli di lettura per chi quest’estate resterà in città, ma validi anche per chi parte.

 

Aria d’estate: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (1925)

Fu un giorno d’estate, il 13 giugno 1923, a ispirare il romanzo La Signora Dalloway. Dell’autrice, Virginia Woolf (1882-1941), si celebra in questi anni il centenario dei mirabili capolavori, pubblicati negli anni Venti del secolo scorso. Sorprendentemente, a ben pensarci, il romanzo si apre con uno spalancarsi di finestre e porte smontate dai cardini, come per accordare alla casa, alle stanze e a chi ci vive una grande boccata d’aria, come un profondo respiro, per ossigenarsi:

“La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei.

Perché Lucy aveva fin troppo da fare. Bisognava togliere le porte dai cardini […] E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come se fosse scaturita per dei bambini su una spiaggia.

Che allegria! Che tuffo! Aveva sempre avuto quella sensazione quando, con un sommesso cigolio dei cardini, lo stesso che udiva ora, spalancava le portefinestre a Burton e si tuffava nell’aria aperta.”

Ogni volta che rileggo queste parole penso all'architetto austriaco Heinrich Hundertwasser, il quale nel 1972, all’invito a esprimere un desiderio, aveva risposto affermando il diritto di ciascuno a una finestra e il dovere di cura verso un albero. Principio che dà il titolo a uno dei suoi Manifesti teorici: Il diritto della finestra, il dovere dell'albero.

Carmen Concilio, docente di Letteratura Inglese e Letteratura Postcoloniale in lingua inglese

 

Canicola parigina: Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert (1881)

Bouvard e Pécuchet, il romanzo incompiuto di Flaubert, non è un capolavoro assoluto come Madame Bovary. Ma è un’opera formidabile, percorsa da un delizioso sense of humour che ci fa amare i due personaggi e le loro disavventure “scientifiche”. E che ci fa ridere non solo delle “idee correnti”, dei luoghi comuni, ma di buona parte delle idee che la borghesia francese proponeva come un vero e proprio credo.

Bouvard e Pécuchet sono due copisti, molto più veri del sopravvalutato scrivano Bartleby, che si incontrano per caso in una Parigi in preda alla canicola. “Con quel caldo”, questo l’incipit del romanzo, “trentatré gradi, in Boulevard Bourdon non c’era anima viva”. Assai meno dei 42 dei giorni scorsi, ma comunque già molto per camminare sotto il sole cocente. Un primo rimedio Bouvard lo offre a Pécuchet dicendogli di togliersi la redingote, come ha fatto lui. E, come lui, di infischiarsene di quello che poteva dire la gente. E più tardi, quando Pécuchet invita Bouvard a casa sua, in quella stanza con tutte le finestre chiuse perché temeva le correnti d’aria, Bouvard gli consiglia di non starsene con indosso un camiciotto di flanella. Finalmente, nella notte, Pécuchet se lo toglierà. Ma come sfuggire davvero alla canicola cittadina? Si potrebbe andare in campagna, dicono, ma non nei dintorni di Parigi. E infatti, quando Bouvard riceve un’inaspettata eredità, i due vanno a vivere in un paesino della Normandia di Flaubert, dove l’estate è mite. Lo era. In questi giorni ci sono dai 27 ai 29 gradi.

Paolo Bertinetti, docente emerito di Letteratura Inglese

 

La città de La bella estate di Cesare Pavese (1949)

“Ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze son vuote”. Nella poesia Lavorare stanca, che dà il titolo all’intera sua raccolta d’esordio, Cesare Pavese fissa Torino in un’ora immobile: il caldo trattiene le strade, il sole allunga il silenzio, la città sembra aspettare la sera. Eppure, in altri versi pavesiani, l’estate urbana non è soltanto vuoto: ci sono le “vie fresche di mezza mattina” di Città in campagna, piene “di portici e di gente”; c’è il Po di Crepuscolo di sabbiatori, dove “i barconi risalgono adagio”, lungo le rive popolate di giovani coppie di amanti. Di giorno la “folla”, i “corpi nel sole”, la sera i “lumi” scintillanti della città che si riflettono nel fiume, simboli di un paesaggio vivo. 

Così è pure la Torino descritta nelle prime pagine del noto romanzo La bella estate. Pavese la osserva attraverso Ginia e le sue amiche, ragazze che lavorano, escono, vanno a ballare, fantasticano sul Po e in collina, dove ogni giorno pare promettere qualcosa di nuovo: una sera diversa, un’avventura, la possibilità improvvisa di non essere più quelli di prima. “A quei tempi era sempre festa”, recita il noto incipit del romanzo, “bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte”. Non è un caso che per Ginia, così come per i tre protagonisti del successivo Diavolo sulle colline, l’estate coincida simbolicamente con l’età giovanile, con la stagione della vita in bilico tra passioni, tentazioni e inquietudini. I personaggi pavesiani scoprono la città e la società ma anche sé stessi e la loro  “bella estate” finisce non quando cambia il tempo, ma quando si accorgono di essere cambiati, di esserne usciti con una consapevolezza nuova. 

Per questo, quando Ginia, sola “in mezzo al fango e alla neve”, prova a consolarsi pensando che “le stagioni ci sono sempre, la speranza suona già incrinata: l’estate tornerà, certo, ma non tornerà l’innocenza con cui l’aveva vissuta. Alla festa della giovinezza subentra la “rigida e trasparente notte invernale” della maturità, dove delle promesse adolescenziali restano soltanto i frutti, amari, della disillusione.

Chiara Tavella, docente di Letteratura Italiana

 

Il Sessantotto a Monaco: Heißer Sommer di Uwe Timm (1974)

L’estate in città in genere è sempre calda, ma a Monaco di Baviera nel 1967 fu addirittura rovente. Lo scrittore tedesco Uwe Timm, nel suo romanzo Heisser Sommer (Estate calda, 1974) ne racconta il decorso sullo sfondo delle agitazioni studentesche del Sessantotto. 

Lo studente Ullrich Krause, protagonista della vicenda, studente dell’Università a Monaco di Baviera immaturo e poco motivato, nell’estate del 1967, dopo aver lasciato la sua ragazza che aveva abortito un figlio suo, trascorre disimpegnato le sue giornate al lago Badesee. Fino a quando non apprende dai giornali dell’assassinio di Benno Ohnesorg – omicidio che ha dato avvio alle proteste studentesche in Germania – e la notizia lo avvicina alla politica, di cui fino a quel momento si era disinteressato, fino a smettere di studiare. 

In questo romanzo, l’estate in città è metafora della maturazione, attraverso la protesta, di un individuo che esce dalla propria crisalide individualista e si batte per ideali collettivi. Ma l'estate è breve e i bollori cedono presto il passo ad ardori (e consigli) più miti. Ullrich rifiuta la violenza nella quale le proteste inevitabilmente scivolano, riprende quindi a studiare e riallaccia anche i rapporti con l’ex fidanzata, poiché impara a riconoscere i lati oscuri dell’idealismo, che non portano a nulla. 

Questa intuizione tardiva è lo sguardo sereno, a posteriori, di Uwe Timm, un ex sessantottino ormai in pace con sé stesso, rivolto verso l’impegno appassionato dei rivoluzionari. L’autore rende plausibili le motivazioni della dedizione agli ideali politici in cui un tempo si riconosceva, senza però idealizzarle. 

Silvia Ulrich, docente di Letteratura Tedesca

 

A Barcellona senza Gurb: Nessuna notizia di Gurb di Edoardo Mendoza (1990)

Nelle città siamo tutti estranei e, in fondo, tutti stranieri, specie d’estate, quando le condizioni si fanno più estreme. Con il cambiamento climatico, poi, la città che abitiamo può diventare un pianeta sconosciuto e inospitale. 

Ci gioverà, allora, calarci nell’alieno senza nome precipitato nella Barcellona preolimpica, protagonista di Nessuna notizia di Gurb (1990) di Edoardo Mendoza e nel suo sguardo stupito e leggero, privo di malinconia. Vorrebbe tornare a casa, ma deve ritrovare il compagno di missione Gurb. Poiché viaggia “sotto forma acorporea”, nella sua quête dovrà assumere le fattezze “degli abitanti della zona”, ma fa una scelta di personaggi a dir poco strampalata, almeno quanto l’armatura di Don Chisciotte, che a Barcellona ci era finito all’inizio di un’estate di quattro secoli prima. Ecco qualche stralcio dal suo diario di esploratore, quando temperatura e umidità cominciano a salire e i venti a calare.

“15.45 A casa. L’appartamento è afoso, soprattutto a quest’ora. Installerei l’aria condizionata, se non fosse che gli apparati producono una vibrazione che mi distrugge le articolazioni. […] Il ventilatore è più sopportabile, ma quando è in moto mi viene la nausea, perché non riesco a staccare gli occhi dalle pale.

18:00 Esco a fare una passeggiata. Le strade sono più animate del solito, perché, con l’arrivo del caldo, ogni buon cittadino si affretta ad occupare il suo posto ai tavoli che i bar piazzano tra i bidoni della spazzatura. Lì il buon cittadino si assorda, si contamina e si intossica, paga il dovuto e torna a casa. Incoraggiato dal suo esempio, mi compro un gelato. Poiché è la prima volta che vedo questo prodotto, mi mangio prima il cono. Poi non so cosa fare con la palla che mi resta in mano, mi confondo, perdo la testa e finisco per buttare quel che rimane del gelato in un cestino”.

Faremmo bene anche noi a tenere il nostro diario, mentre cerchiamo di capire come vivere nella nostra ‘nuova’ città. E se ci prende la malinconia, possiamo stemperarla con la playlist di boleros che l’alieno seleziona in una notte brava con Pilarín Kao, un cinese finito anche lui per caso a Barcellona.

Paola Calef, docente di Letteratura Spagnola

 

Le piscine dei sobborghi newyorkesi ne Il nuotatore di John Cheever (1964)

“Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: ‘Ho bevuto troppo ieri sera’”. A John Cheever, uno dei più grandi narratori americani, basta una manciata di parole per immergere il lettore nell’afa soffocante dei sobborghi wasp di New York. La socialità di geografie isolate e solo apparentemente tranquille è evocata sin dalla descrizione di vialetti e giardini ordinati, piscine private, e country club esclusivi, e dalle inconfessabili alleanze d’alcol e sesso dei loro facoltosi fruitori. “Il nuotatore” (The New Yorker, 1964) di questo splendido racconto è Neddy Merrill, un uomo appena entrato nella mezza età, ma orgoglioso della sua ancora sgargiante prestanza fisica. Concepisce una fantasia tanto innocente quanto bizzarra: tornare a casa attraversando a nuoto tutte le piscine private (e una pubblica) che separano l’abitazione degli amici in cui si trova. Man mano che procede, però, il tragitto si fa sempre più enigmatico. Gli incontri con vicini e conoscenti rivelano tensioni, debiti, malattie e relazioni deteriorate di cui il protagonista sembra non essere pienamente consapevole. Anche il tempo si altera: quella che era iniziata come un’avventura di un pomeriggio estivo sembra trasformarsi nel passaggio di un’intera stagione. Il finale, che coincide con l'arrivo di Neddy a casa, si colloca al confine tra sogno e allegoria e lascia aperte numerose interpretazioni.

Daniela Fargione, docente di Letterature Anglo-Americane

 

La città abbandonata de Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij (1848)

Mi sembrava di essere stato abbandonato da tutti, visto che l'intera città aveva fatto i bagagli ed era partita all'improvviso per raggiungere le case di campagna”. Questa frase potrebbe suonare universale: privata di luogo o tempo precisi, descrive la ritualità estiva con cui molte città si svuotano, mentre i loro abitanti partono per qualche giorno di riposo. Nell’originale di questa citazione, ‘città’ sostituisce ‘Pietroburgo’, straordinaria capitale nata da un atto di capriccio, violenza sulla natura e sopraffazione sugli uomini. Nelle Notti bianche di Dostoevskij la Pietroburgo estiva diventa uno spazio sospeso, teatro dell'incontro tra Nasten'ka e il Sognatore. È una città immersa in un tempo irreale: una notte che non è davvero notte e un giorno che non dovrebbe essere più, sotto un cielo stellato e luminosissimo. Per il Sognatore, Pietroburgo è una presenza familiare: egli conosce i volti che incontra quotidianamente, anche se quei passanti probabilmente non si accorgono nemmeno della sua esistenza, e vive un rapporto quasi intimo con le sue strade e con le sue case, come se ogni edificio fosse un interlocutore silenzioso. Ma se il cielo estivo regala meraviglia, è la solitudine a lasciare il Sognatore sgomento: la città assume dunque una connotazione a suo modo negativa, anche se per motivi differenti dalla Pietroburgo estiva di Delitto e castigo, che in un luglio eccezionalmente afoso sembra quasi ostile a chi non può permettersi di lasciare la città ed è costretto a respirare la sua aria pesante, a farsi largo tra la folla e a sopportare il caldo, gli odori e il degrado delle strade. Il Sognatore delle Notti, invece, osserva con ansia lo svuotarsi estivo della città, abbandonata da tutti coloro che si trasferiscono nelle dacie, sentendosi improvvisamente ancora più solo tra le strade che fino a quel momento gli avevano fatto compagnia.

Igor Piumetti, PhD in Letteratura Russa

 

Estate senza alberi: The Near North di Ivan Vladisvić (2024)

Ivan Vladislavić è, tra gli scrittori sudafricani contemporanei, una voce attenta all’abitare e agli spazi urbani. La sua curatela di saggi su architettura e urbanistica durante gli anni dell’apartheid (Architecture, apartheid and after, 1998, con Hilton Judin) rimane un archivio documentale strategico per capire le relazioni sociali durante e dopo la segregazione razziale. Nel suo ultimo romanzo, The Near North (2025), affronta l’ecofobia di coloro che odiano gli alberi in città e vedono le foglie sparse al suolo come sporcizia indesiderabile: “But there are people everywhere for whom a tree is either a nuisance or firewood waiting to happen”. Questo odio comporta che in alcuni quartieri si verifichi una vera e propria guerra contro gli alberi. In città sempre più calde, soprattutto d’estate – e Johannesburg non fa eccezione nell’estate australe che va da dicembre a marzo – la presenza di alberi mitiga le ondate di calore, produce ombra e frescura e dona appagamento estetico con la bellezza del verde, si pensi alle Jacarande in fiore. Il romanzo narra l’episodio grottesco di un intero quartiere aggredito dal rumore di una motosega e dall’azione di un uomo determinato a tagliare tutti gli alberi nei dintorni. Fermarlo non è facile. D’altro canto, scrive l’autore, le piante non hanno voce e non hanno diritti: “Surely a tree, even a disreputable alien, she argued, one that’s been in the neighbourhood longer than you’ve been on the planet, has a claim on the earth in which it’s rooted. Lawyers were consulted and their opinions did not reassure. Growing things, it turned out, are not protected by the law. They have no rights”.

Carmen Concilio, docente di Letteratura Inglese e Letteratura Postcoloniale in lingua inglese

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