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Super Niño, cosa dice la scienza e perché è bene evitare allarmismi

Con il climatologo Claudio Cassardo analizziamo uno dei fenomeni atmosferici più discussi di queste settimane, quali effetti può avere sul clima globale e perché non va confuso con le cause delle ondate di calore in Italia e in Europa
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Le conseguenze di El Niño in Indonesia
Le conseguenze di El Niño in Indonesia (Kevin Herbian/NurPhoto via Getty Images)

Il possibile sviluppo di un nuovo episodio di El Niño sta alimentando un acceso dibattito, spesso accompagnato da toni allarmistici. Ma che cos’è davvero il cosiddetto “Super Niño”? Quali effetti può avere sul clima globale e quali, invece, sull’Europa e sull’Italia? Lo abbiamo chiesto a Claudio Cassardo, climatologo dell’Università di Torino, che chiarisce cosa dice oggi la ricerca scientifica, distinguendo tra variabilità naturale del clima e impatti del riscaldamento globale.

Si parla molto – e con toni allarmistici – dell’arrivo di un Super Niño e delle sue conseguenze. Di cosa si tratta?

I toni allarmistici purtroppo dominano spesso la narrazione mediatica quando si parla di meteorologia e clima. Il ricorso sempre più frequente a superlativi o a prefissi come “super”, basti pensare anche alle Super Lune, fa ormai parte della quotidianità delle notizie con l’unico scopo di attirare l’attenzione. Espressioni come “Super Niño” colpiscono l’immaginario collettivo, ma la realtà scientifica impone maggiore rigore.

In breve, El Niño è la fase calda di un ciclo climatico naturale e periodico noto come ENSO, El Niño-Southern Oscillation, che si sviluppa nelle acque dell’Oceano Pacifico equatoriale. Quando si parla di un evento eccezionalmente intenso, o “Super Niño”, ci si riferisce a un forte riscaldamento della superficie del Pacifico tropicale orientale. Questo fenomeno genera un massiccio rilascio di calore verso l’atmosfera, con anomalie di diversi gradi Celsius.

L’impatto globale è misurabile perché interessa una superficie enorme ed è statisticamente associato a un aumento temporaneo della temperatura media superficiale del pianeta compreso tra circa 0,1 e 0,3 °C. Se è corretto affermare che la sua influenza è molto significativa nelle aree più vicine al Pacifico, come la costa occidentale del Sud America, l’Indonesia e l’Australia, con effetti anche nel Sud-est asiatico, nell’Africa orientale e in parte sulle coste orientali del Nord America, è invece fuorviante associare automaticamente questo riscaldamento a una minaccia climatica diretta o a catastrofi imminenti in Europa. La complessità del sistema climatico ci insegna che un fenomeno imponente nel Pacifico non si traduce in modo lineare e identico in ogni parte del mondo.

Un fenomeno naturale di cui si sono registrate nella storia manifestazioni particolarmente intense. Da che cosa dipende?

L’innesco e l’intensità di El Niño dipendono dallo stretto accoppiamento tra la circolazione dell’atmosfera e le dinamiche dell’oceano. Atmosfera e oceano si influenzano reciprocamente. In condizioni normali, gli Alisei soffiano costantemente da est verso ovest attraverso il Pacifico equatoriale, spingendo le acque calde superficiali verso l’Asia e l’Indonesia e favorendo la risalita di acque profonde e fredde lungo le coste del Sud America. Si crea così un ricircolo che limita le temperature superficiali trasferendo il calore in profondità.

El Niño si attiva quando, a causa di fluttuazioni della pressione atmosferica su larga scala, gli Alisei si indeboliscono fino a poter parzialmente invertire la loro direzione. Questo modifica anche la circolazione oceanica: le acque superficiali tendono a ristagnare nella parte orientale del Pacifico, verso le coste sudamericane, il rimescolamento con quelle profonde e più fredde diminuisce e la distribuzione delle temperature oceaniche cambia profondamente, con effetti anche sulla convezione atmosferica.

Nella storia recente abbiamo registrato eventi eccezionali come quelli del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16. La loro intensità è legata a un meccanismo di feedback positivo: più l’oceano si scalda nella parte orientale del Pacifico, più i venti si indeboliscono, amplificando ulteriormente il riscaldamento in un circolo vizioso che si interrompe solo quando le dinamiche termiche profonde dell’oceano tornano a invertire la tendenza.

Durante El Niño la temperatura superficiale del Pacifico aumenta sensibilmente, mentre negli strati d’acqua più profondi, intorno ai 500 metri, le temperature risultano inferiori alla media. In pratica il calore non viene ridistribuito nell’oceano e, poiché le misure climatiche si basano sulle temperature superficiali, la temperatura media globale aumenta. La situazione opposta si verifica durante La Niña: il rimescolamento tra acque superficiali e profonde è più intenso, le acque superficiali sono più fredde della norma e la temperatura media globale mostra un’anomalia negativa compresa tra 0,1 e 0,3 °C.

Alcune ricerche indicano che, con il riscaldamento globale, El Niño potrebbe influenzare sempre più anche aree lontane dal Pacifico. Quali conseguenze potrebbe avere questo scenario per l’Europa e per l’Italia?

Quando analizziamo l’influenza di El Niño su aree geograficamente distanti parliamo di teleconnessioni. I dati storici e la letteratura scientifica, comprese le storiche mappe del CPC/NOAA, non mostrano una correlazione robusta e diretta tra lo sviluppo di El Niño e le anomalie termiche estive sul territorio europeo.

L’energia immessa nell’atmosfera dal fenomeno ENSO nel Pacifico deve attraversare migliaia di chilometri, dissipandosi e modificandosi lungo le onde planetarie di Rossby. Quando questo segnale arriva sull’Atlantico settentrionale e sull’Europa, la correlazione statistica con il tempo locale è molto debole. Dal punto di vista degli effetti diretti di ENSO, l’Europa rimane quindi un’area climaticamente poco influenzata.

Anche in uno scenario di riscaldamento globale, gli effetti sull’Italia non si manifestano attraverso un rapporto diretto di causa ed effetto. Si può osservare piuttosto una generale estremizzazione della variabilità meteorologica, ma gli eventi che interessano il nostro territorio continuano a dipendere soprattutto da dinamiche regionali molto più vicine.

Qual è la tendenza per i prossimi decenni, considerando anche il continuo aggravarsi della crisi climatica?

La tendenza per i prossimi decenni non indica necessariamente che l’azione umana stia modificando la frequenza naturale del ciclo ENSO. Ci dice però che gli effetti di El Niño agiranno su un clima profondamente cambiato. Il continuo aggravarsi della crisi climatica introduce infatti un importante fattore di amplificazione.

Quando un evento di El Niño si svilupperà, il calore che rilascerà non si sommerà più a un sistema climatico stabile, ma a un pianeta che accumula costantemente energia a causa delle emissioni antropiche. Per questo motivo i picchi di temperatura globale durante gli anni di El Niño potrebbero raggiungere valori record sempre più elevati, con ripercussioni sulla fusione dei ghiacci e sull’intensificazione degli eventi meteorologici estremi a livello globale.

Anche La Niña potrebbe attenuare sempre meno le temperature globali, perché il progressivo riscaldamento della troposfera tenderà a mascherarne gli effetti rinfrescanti. La vera tendenza, quindi, non è lo stravolgimento del ciclo naturale, ma la sua sovrapposizione a un livello medio di temperatura globale sempre più elevato.

Al di là del riscaldamento delle acque del Pacifico, le temperature in Europa sono molto alte da diverse settimane. Che estate dobbiamo aspettarci?

Se l’estate sarà caratterizzata da ripetute e intense ondate di calore in Europa e in Italia, il fattore principale non sarà El Niño. La causa va cercata nella profonda trasformazione del sistema climatico globale provocata dalle emissioni antropiche di gas climalteranti, in particolare anidride carbonica e metano.

L’accumulo di questi gas genera un costante surplus di energia nella troposfera e modifica la circolazione generale dell’atmosfera. In Europa questo cambiamento si traduce in una maggiore frequenza, persistenza ed estensione dei promontori anticiclonici subtropicali, collegati a un ampliamento delle ondulazioni planetarie. Queste strutture di alta pressione, che dal Nord Africa si estendono stabilmente verso il Mediterraneo occidentale e il resto del continente, rendono le ondate di calore più intense e durature.

Per capire come evolveranno le nostre estati non dobbiamo quindi guardare al Pacifico, ma monitorare i principali pattern di teleconnessione che influenzano il clima europeo, come la North Atlantic Oscillation, le anomalie termiche dell’Atlantico settentrionale e la variabilità della copertura nevosa eurasiatica e del ghiaccio artico. Dobbiamo quindi aspettarci estati strutturalmente più calde e più inclini agli eventi estremi, come conseguenza della crisi climatica, più che delle dinamiche tropicali del Pacifico.