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Una settimana su Marte: l’astrofisico torinese che ha simulato la vita sul Pianeta Rosso

Nel deserto dello Utah una stazione scientifica riproduce le condizioni abitative marziane: il racconto di Alessandro Liberatore, il ricercatore che ha partecipato alla “spedizione” come crew scientist
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Ricercatore vestito da astronauta che cammina nel deserto dello Utah

Astrofisico con dottorato all’Università di Torino e oggi ricercatore nella sede torinese dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Alessandro Liberatore può dire di essere appena tornato da una missione su Marte. 

Selezionato tra oltre 500 candidati da tutto il mondo, tra novembre e dicembre 2025 ha vissuto e lavorato nella stazione scientifica che riproduce le condizioni abitative del Pianeta Rosso in uno dei luoghi più remoti e inospitali della Terra: il deserto dello Utah. Abbiamo ripercorso con lui questa esperienza straordinaria.

Di che cosa si occupa nella sua attività di ricerca e a quale esperienza ha partecipato? 

Mi occupo di fisica solare, in particolare dello studio delle eruzioni solari, cercando di ricavare i parametri fisici che ne descrivono l’origine, l’evoluzione e l’interazione con l’ambiente spaziale circostante. Questi fenomeni giocano un ruolo fondamentale nella cosiddetta “meteorologia spaziale” (o space weather), ovvero l’insieme di condizioni nello spazio che influenzano la Terra, i satelliti, le telecomunicazioni e le infrastrutture tecnologiche, ma che saranno sempre più cruciali anche per le future missioni di esplorazione umana verso la Luna e Marte.

L’esperienza a cui ho partecipato è stata una simulazione di missione di esplorazione marziana presso la Mars Desert Research Station (MDRS), nel deserto dello Utah, una delle strutture più realistiche al mondo per questo tipo di attività. Per una settimana, tra novembre e dicembre 2025, abbiamo vissuto e lavorato come se fossimo su Marte, testando procedure operative, scientifiche e umane che potrebbero essere adottate in una futura missione reale.

Il mio lavoro è collaterale, ma strettamente connesso, allo studio dell’esplorazione spaziale: così come per un marinaio è essenziale conoscere le condizioni del mare, dei venti e del meteo prima di imbarcarsi, allo stesso modo, prima di avventurarsi nello spazio, è fondamentale imparare a conoscere i parametri del vento solare e prevedere la possibile presenza di eruzioni solari che potrebbero compromettere la tecnologia e la salute di chi è a bordo.

Anche per questo ho deciso di candidarmi a questa simulazione di missione marziana: volevo sperimentare in prima persona il contesto in cui queste conoscenze scientifiche troveranno applicazione concreta, sentirmi un po’ dalla parte del marinaio e capire meglio come la ricerca che svolgiamo a terra si traduce nelle sfide reali dell’esplorazione umana dello spazio.

Che tipo di selezione ha dovuto superare?

La selezione è stata internazionale e piuttosto competitiva. È stato necessario presentare un curriculum scientifico, una lettera motivazionale e sostenere un colloquio, dimostrando di poter contribuire in modo concreto alla missione sia dal punto di vista scientifico sia da quello fisico. Vengono valutate anche la capacità di lavorare in gruppo, di adattarsi a condizioni di isolamento e di gestire situazioni di stress, aspetti fondamentali in un contesto di esplorazione spaziale.

I candidati erano circa 600, provenienti da tutto il mondo e con profili molto qualificati. Di questi, solo 18 sono stati selezionati, cercando di rispettare criteri simili a quelli attualmente utilizzati per la selezione delle crew di astronauti, come la distribuzione di genere, il range di età, i titoli di studio e l’eventuale esperienza militare.

Tra i 18 selezionati, solo tre erano italiani e, in modo piuttosto curioso, tutti e tre legati a Torino. È un dettaglio che fa sorridere, ma che mostra anche quanto il territorio torinese sia fortemente inserito nel panorama della ricerca e dell’industria spaziale. In particolare i “torinesi” eravamo io, Alessandro Balossino, ingegnere formato al Politecnico di Torino e attualmente responsabile della ricerca e sviluppo di Argotec, azienda torinese leader nel settore spaziale; e Tania Gres, di origine francese ma ormai “torinese d’adozione”, che dopo la formazione accademica ha scelto Torino come base professionale ed è oggi ingegnera presso la sede di Thales Alenia Space nella nostra città.

Come era composta la squadra e quale era il suo ruolo?

I 18 selezionati sono stati suddivisi in tre crew, che hanno partecipato alle missioni in settimane separate. Ogni squadra, compresa la mia, era quindi composta da sei persone, con competenze diverse e complementari: ingegneri, fisici, e personale con formazione ed esperienza in ambito medico o biologico, tutti provenienti da Paesi diversi. In particolare, la mia crew era composta da un italiano (io, nel ruolo di crew scientist), una canadese (co-commander), una francese (GreenHab officer) e tre americani (rispettivamente co-commander, crew medic e crew engineer).

Io ricoprivo il ruolo di crew scientist, occupandomi delle attività scientifiche legate all’osservazione e all’analisi dell’ambiente esterno durante le uscite sul “suolo marziano”, ma anche della gestione e dell’organizzazione dei dati raccolti, che dovevano essere analizzati e archiviati seguendo procedure ben definite.

Come in una vera missione spaziale, il mio ruolo non si limitava però alla sola attività scientifica: partecipavo anche a tutte le operazioni quotidiane della base. Questo includeva il rispetto di una schedule molto rigorosa, che comprendeva attività fisica, manutenzione dei sistemi, supporto agli altri membri della crew e gestione della vita comune. Ogni membro della crew doveva contribuire al funzionamento complessivo della missione, esattamente come accadrebbe in un contesto reale.

Ci racconta una giornata tipo durante la simulazione?

Le giornate erano intense e rigorosamente pianificate. Ci si svegliava ogni giorno intorno alle 6:00 del mattino, si controllavano i sistemi della base e si iniziavano le attività previste. Le uscite all’esterno, le cosiddette EVA (Extra-Vehicular Activities), richiedevano l’uso di tute spaziali simulate e il rispetto di protocolli molto stringenti riguardo agli orari, alla gestione dell’attrezzatura e ai percorsi da seguire.

Ogni EVA durava fino a un’ora e veniva svolta in coppia; ognuno di noi partecipava ad almeno una o due EVA al giorno. Spesso ci spostavamo su rover per raggiungere zone più lontane dalla base. Le tute erano ingombranti e scomode, e la comunicazione diretta tra di noi era praticamente impossibile una volta all’esterno, se non tramite radio, proprio come succederebbe durante una vera missione su Marte. Inoltre, eravamo equipaggiati con sensori che tracciavano la nostra posizione durante tutta l’uscita, registravano i dati biometrici e annotavano tutto ciò che osservavamo e dove puntavamo lo sguardo.

Il resto della giornata era dedicato all’analisi dei dati raccolti, alla stesura dei report scientifici, alla manutenzione della stazione e al rispetto del programma quotidiano, che includeva attività fisica e gestione della vita comune della crew. Le attività si concludevano intorno alle 18-19, quando cenavamo insieme usando solo cibo disidratato: un’esperienza culinaria discutibile, ma comunque divertente. Dopo cena eravamo tutti molto stanchi e ci ritiravamo a dormire spesso molto presto, intorno alle 22. Essendo in completo isolamento, non avevamo neanche accesso ad internet. C’era possibilità di connessione solo per un’ora tra le 21 e le 22, quando potevamo controllare messaggi, email, e aggiornamenti dal mondo esterno.

La Mars Desert Research Station (MDRS), nel deserto dello Utah
La Mars Desert Research Station (MDRS), nel deserto dello Utah
Ricercatore vestito da astronauta che cammina nel deserto dello Utah
Un rover nel deserto dello Utah
Uno dei rover utilizzati per gli spostamenti nel deserto dello Utah
Uno dei moduli della MDRS
Uno dei moduli della MDRS
Alessandro Liberatore e una collega nella stazione di simulazione spaziale
Alessandro Liberatore e una collega nella stazione di simulazione spaziale
Alessandro Liberatore
Alessandro Liberatore

Quale valore aggiunto ha portato questa esperienza alla sua attività? E personalmente?

Dal punto di vista professionale, è stata un’esperienza molto particolare perché mi ha permesso di vedere l’importanza concreta del mio lavoro: “quello che sto facendo permetterà un giorno a delle persone di fare ciò”. E come studiare l’attività della nostra stella possa servire a proteggere strumenti e persone in questi che saranno ambienti estremi. Poter sperimentare in un contesto operativo realistico dà poi importanti spunti su come la ricerca scientifica si integra con i vincoli di una missione spaziale reale. 

Personalmente, è stata una prova intensa ma anche molto divertente: vivere in isolamento, in uno spazio molto limitato come quello della base, in un ambiente esterno comunque ostile, ti costringe a confrontarti con i tuoi limiti, ma anche a scoprire le tue capacità di adattamento e collaborazione. Mi ha ricordato alcune missioni scientifiche che ho fatto in Antartide qualche anno fa (con le dovute differenze… soprattutto di temperatura!). Infine, ovviamente, è stato affascinante provare a immedesimarmi in quello che potrebbe essere il quotidiano di un astronauta marziano.

Cosa abbiamo capito di Marte dopo questa simulazione?

Più che fornire risposte definitive su Marte, queste simulazioni ci aiutano a capire come noi potremmo vivere e lavorare sul pianeta rosso. Ci mostrano quanto sia complesso gestire anche le attività più semplici, come orientarsi in un ambiente quasi del tutto omogeneo e privo di punti di riferimento, e quanto siano delicate le dinamiche di gruppo nei momenti di difficoltà, disorientamento e isolamento. In un contesto estremo come questo, diventa evidente quanto sia cruciale trovare un equilibrio tra tecnologia, scienza e fattore umano.

La speranza è che esperimenti di questo tipo possano contribuire anche a identificare la “crew ideale”, ossia una combinazione ottimale di numero di partecipanti, età, formazione e competenze, in grado di massimizzare l’efficienza della missione e minimizzare potenziali problemi legati alla convivenza e alla gestione delle attività in un ambiente così ostile.

Pensa che ci andremo un giorno su Marte?

Sì, penso che l’essere umano andrà su Marte. Non domani, ma nei prossimi decenni. Le sfide sono enormi, soprattutto dal punto di vista umano e biologico, e proprio qui entra in gioco ciò a cui mi dedico: finché non saremo in grado di prevedere eventi eruttivi solari e di proteggere sia l’equipaggiamento sia gli astronauti dalle radiazioni solari di sorta (e da molte altre tipologie di radiazioni spaziali), una missione su Marte non potrà essere considerata sicura. Infatti, un problema è che su Marte gli astronauti dovranno rimanere per periodi molto lunghi, e l’esposizione prolungata a queste radiazioni può avere conseguenze gravi sulla loro salute.

Esperienze come questa servono comunque a prepararci e fare piccoli passi avanti per capire al meglio le esigenze scientifiche e umane di una futura missione reale, avvicinandoci lentamente a quel traguardo.

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