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Ungheria dopo Orbán: cosa cambia davvero con la vittoria di Magyar

Affluenza record e maggioranza dei due terzi chiudono l’era della democratura illiberale. Ora il nuovo premier deve smantellare il sistema e ricostruire lo Stato di diritto, in un percorso non privo di ostacoli
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Péter Magyar festeggia la vittoria con i suoi sostenitori
Péter Magyar festeggia la vittoria con i suoi sostenitori (Janos Kummer/Getty Images)

Le elezioni ungheresi dello scorso 12 aprile hanno decretato la fine dei sedici anni di governo di Viktor Orbán e la vittoria di Péter Magyar, che guiderà il paese forte di una super maggioranza di due terzi dei seggi in Parlamento. Ne parliamo con Anna Menyhert, ungherese, docente di Studi ungheresi all'Università di Torino ed esperta di fama internazionale nel campo degli studi sul trauma. Con la sua classe di Lingua ungherese, nell’ultimo semestre ha seguito da vicino la campagna elettorale,  analizzando i discorsi di Péter Magyar e Viktor Orbán dal punto di vista retorico e con un'indagine sui riferimenti simbolici a cui i due leader attingono per mobilitare l’immaginario collettivo.

Come dobbiamo interpretare la vittoria di Péter Magyar? Rappresenta per l’Ungheria un’autentica svolta politica?

La vittoria di Péter Magyar non rappresenta solo un cambio di governo: è un evento politico di portata eccezionale nella storia contemporanea dell’Ungheria, un vero e proprio cambio di regime. Dopo sedici anni di governo ininterrotto di Orbán, ampiamente percepito come strutturalmente inattaccabile, questo risultato spezza un sistema che sembrava permanente. Ha votato quasi l’80% dei cittadini, un dato senza precedenti in Ungheria, e Tisza si è assicurato i due terzi dei seggi parlamentari: una maggioranza sufficiente per smantellare gran parte dell’impianto legislativo costruito da Orbán, riallineare il Paese agli standard europei e introdurre misure anticorruzione.

Il termine “svolta politica” è giustificato, ma va inteso anche in senso più profondo, a livello sociale. Il sistema Orbán infatti non ha trasformato soltanto istituzioni, diritto o finanza pubblica, ma ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale. La popolazione è stata esposta a un contesto mediatico controllato dallo Stato in cui disinformazione e semplificazione sono diventate la norma. Il risultato non è stato solo una forte polarizzazione politica, ma una vera e propria distorsione della realtà. Chi si opponeva al sistema ha spesso subito forme di marginalizzazione politica ed economica, talvolta con conseguenze sulla vita personale, che hanno spinto molti a lasciare il Paese. Il costo psicologico e culturale – tensione sociale, isolamento, apatia – richiederà tempo per essere elaborato.

Questo esito, tuttavia, non va letto come il risveglio improvviso di una società rimasta per anni passiva. La società ungherese, infatti, ha prodotto e alimentato forme di resistenza. Attori liberali, ambientalisti e civici hanno cercato per anni di sfidare il regime in condizioni fortemente sfavorevoli. Il movimento TISZA ha saputo riorganizzare questa opposizione frammentata, ricomponendone le energie attraverso un linguaggio politico radicalmente nuovo. Una strategia costruita dal basso, attraverso i social media, capace di andare ben oltre i confini tradizionali dell’opposizione.

L’Ungheria di Orbán è stata definita per anni una “democratura”, ovvero una democrazia illiberale. Quali erano le caratteristiche distintive di questo sistema e come ha modellato le istituzioni e la cultura politica ungheresi?

Il sistema costruito da Orbán può essere descritto come un ordine politico centralizzato, in cui procedure formalmente democratiche convivevano con una progressiva e sistematica concentrazione del potere – un ordine illiberale nella sostanza, ma democratico nella forma apparente. Il suo tratto distintivo è stata una trasformazione per così dire “controllata”: le elezioni restavano libere, ma il contesto istituzionale veniva gradualmente modellato – attraverso strumenti legali, come la ridefinizione dei collegi elettorali – per favorire il partito di governo.

Sul piano istituzionale, questo modello ha determinato una riorganizzazione di lungo periodo dello Stato. Posizioni chiave nella magistratura, nella procura, nelle autorità di regolazione e nella pubblica amministrazione sono state occupate da figure politicamente fedeli, spesso con mandati prolungati. Allo stesso tempo, il confine tra risorse pubbliche e interessi di partito si è fatto sempre più sfumato, anche attraverso reti economiche guidate dallo Stato e pratiche di appalti pubblici.

Altrettanto importante è stata la trasformazione della sfera pubblica. Si è affermato un sistema mediatico fortemente centralizzato, in cui le narrazioni filogovernative dominavano sia il servizio pubblico sia ampie porzioni dei media privati. L’accesso all’informazione è diventato diseguale, condizionato dall’orientamento politico, dall’area geografica e dalla generazione di appartenenza. Molti elettori di Fidesz – soprattutto nelle aree rurali, con accesso limitato ai media indipendenti – sono stati esposti a narrazioni propagandistiche fondate su esclusione e paura. Altri hanno invece aderito convintamente all’ideologia del partito, traendone anche benefici economici.

Il sistema ha inoltre normalizzato una concezione maggioritaria e conflittuale della politica: il governo inteso come affermazione di una volontà nazionale unitaria contro nemici interni ed esterni – dal “migrante illegale” alle presunte potenze straniere ostili, pronte a trascinare l’Ungheria in guerra.

In sedici anni, pratiche istituzionali, norme professionali e aspettative quotidiane si sono adattate a questo contesto. L’Ungheria, che nel 2004 era tra i Paesi più promettenti al momento dell’ingresso nell’Unione europea, è diventata economicamente più fragile, segnata dalla corruzione e da una diffusa stanchezza sociale.

L’Ungheria ora può tornare a essere una democrazia liberale? Quali sono i principali ostacoli che il nuovo governo dovrà affrontare?

L’Ungheria si trova oggi davanti a un compito enorme e, insieme, a un’occasione storica: ristabilire un equilibrio interno ed esterno e ricostruire un Paese che sia al tempo stesso vivibile per i suoi cittadini e credibile sul piano internazionale. Il sistema precedente era profondamente radicato, segnato da una dimensione di potere interna spesso venata di grandiosità megalomane, e si fondava anche su meccanismi di esclusione sociale e su abusi sistematici. Con una maggioranza dei due terzi, il nuovo governo ha la possibilità formale di modificare o sostituire l’impianto costituzionale e legislativo costruito da Orbán: una condizione storicamente rara, in cui gli strumenti usati per consolidare il sistema precedente possono ora essere impiegati per smantellarlo. La questione, quindi, non è se il cambiamento sia possibile sul piano legale, ma come verrà realizzato e con quale disciplina politica.

Un nodo centrale riguarda il rapporto con l’Unione Europea. Il ripristino dello stato di diritto non è solo una questione normativa, ma anche finanziaria: l’accesso ai fondi europei attualmente sospesi dipenderà da riforme credibili in materia di indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione e trasparenza negli appalti pubblici. In gioco c’è la ricostruzione di una fiducia erosa sistematicamente in sedici anni.

Gli ostacoli più concreti sono però di natura istituzionale. Posizioni chiave – nella procura, in parte della magistratura e nelle autorità di regolazione – restano occupate da figure nominate dal precedente governo, spesso con mandati di lunga durata. Péter Magyar ha già invitato pubblicamente i vertici di queste istituzioni a dimettersi. Un secondo livello critico riguarda l’economia e le amministrazioni locali, dove il governo si è intrecciato con reti di fedeltà politica: smantellarle richiederà non solo interventi normativi, ma anche il ripristino di procedure neutrali, quindi tempi più lunghi.

Nella sua prima conferenza stampa, Magyar ha delineato una strategia a due livelli: da un lato misure rapide sul piano legale e anticorruzione, dall’altro un processo di normalizzazione istituzionale. Tra gli impegni annunciati ci sono l’adesione alla Procura europea, la revisione degli appalti più sensibili, il ripristino della trasparenza nelle finanze pubbliche e l’avvicinamento dell’Ungheria all’area euro. Parallelamente, in linea con il suo stile politico, comunica questi passaggi direttamente alle comunità di Tisza attraverso i social media, mantenendo un canale continuo e informale tra azione di governo e partecipazione dei cittadini.

Anche nel settore dell'istruzione superiore, l'isolamento delle università ungheresi dovrebbe presto finire. La trasformazione delle università in istituzioni gestite da fondazioni con consigli di amministrazione legati alla politica ha portato la Commissione europea a sospendere i finanziamenti di Erasmus+ e Horizon Europe – una decisione che, nonostante i programmi di compensazione nazionali che hanno permesso la partecipazione ungherese a questi programmi, ha danneggiato in modo significativo la fiducia tra i partner accademici ungheresi ed europei.

Péter Magyar proviene dallo stesso partito di Orbán: la sua vittoria rappresenta una rottura autentica con quel sistema politico, al di là dei rapporti dell’Ungheria con l’Unione Europea?

Il fatto che Péter Magyar provenga dall’élite del precedente governo è un elemento centrale per comprenderne il successo. È un avvocato che ha lavorato per anni in istituzioni legate allo Stato durante l’era Orbán, è stato sposato con l’ex ministra della Giustizia Judit Varga e appartiene a una famiglia con radici profonde nella vita pubblica ungherese – suo prozio, Ferenc Mádl, è stato presidente della Repubblica. Conosceva il sistema dall’interno, e gli elettori lo hanno percepito chiaramente. Politicamente si colloca a destra, ma con uno stile particolarmente dinamico.

È diventato una figura pubblica all’inizio del 2024, durante una crisi politica innescata da una controversa grazia presidenziale legata a un caso di abuso su minori, che ha suscitato un’ondata di indignazione. La vicenda ha portato alle dimissioni della presidente Katalin Novák e di Judit Varga, ex moglie di Magyar. In quel contesto, Magyar è intervenuto sui media online e in un’intervista in diretta, criticando apertamente figure di primo piano del governo Orbán e portando alla luce pratiche interne e processi decisionali opachi.

Questo background lo ha reso credibile: gli elettori hanno riconosciuto la dimensione personale della sua scelta e si sono fidati della sua capacità di agire. Ha costruito da zero una nuova piattaforma politica, basata su comunicazione diretta, uso massivo dei social media e grandi mobilitazioni pubbliche, aggirando sia i media controllati dal governo sia un’opposizione tradizionale frammentata. Il movimento Tisza si presenta come informale, reattivo e fortemente personalizzato: un fenomeno genuinamente “dal basso”.

In questa fase, la rottura appare reale nelle intenzioni e nella direzione intrapresa, soprattutto su temi come stato di diritto, contrasto alla corruzione e autonomia delle istituzioni, dei media e dell’università. Per gli elettori di Tisza, il suo passato da insider è un punto di forza; per quelli di Fidesz, al contrario, è il segno di un tradimento. La tenuta di questa discontinuità dipenderà dalla capacità di tradurre queste intenzioni in strutture solide e durature.

Magyar ha vinto con un’affluenza record (oltre il 78%). Come interpreta questa mobilitazione e cosa ci dice sul profilo sociale e politico del suo elettorato?

Un’affluenza vicina all’80% è un dato senza precedenti nelle elezioni ungheresi e segnala un livello di mobilitazione straordinario. Indica che gli elettori hanno percepito questo voto come decisivo, come la possibilità concreta di produrre un cambiamento reale. Molti ungheresi residenti all’estero sono rientrati nel Paese per votare, condividendo sui social immagini dei loro viaggi. Sono arrivati da luoghi lontani come il Sudafrica e gli Stati Uniti, ma anche dalla vicina Austria e da altri paesi europei che ospitano grandi comunità ungheresi (Regno Unito, Germania, Paesi Bassi).

La campagna elettorale è stata insolitamente innovativa ed efficace. Magyar e il suo team hanno visitato circa 120 città in due anni e, con un gesto ad alto valore simbolico, lui stesso ha raggiunto la Transilvania a piedi in undici giorni per incontrare le comunità ungheresi. Ha inoltre resistito a una campagna di attacchi molto dura da parte del governo Orbán, spesso concentrata sulla sua vita privata, con il coinvolgimento anche dei servizi segreti contro il partito Tisza.

La mobilitazione è stata ampia e socialmente trasversale. L’aumento della partecipazione non ha riguardato solo le grandi città, ma anche centri minori e aree rurali. L’elettorato si è rivelato eterogeneo: ex votanti dell’opposizione, nuovi elettori e una quota di cittadini precedentemente vicini al governo o indecisi. Più che da una comune appartenenza ideologica, questi segmenti sono stati uniti dal desiderio condiviso di chiudere la stagione di Orbán e ricostruire un Paese vivibile.

Con circa 3,3 milioni di voti e 136 seggi su 199, Tisza ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, mentre Fidesz è sceso a circa 2,1 milioni di voti e 55 seggi. Il sistema elettorale disegnato sotto Orbán ha così finito per ritorcersi contro i suoi stessi artefici: i meccanismi che in passato amplificavano le maggioranze di Fidesz hanno prodotto questa volta una super maggioranza per il suo avversario, rovesciando la logica su cui il sistema era stato costruito.