Salta al contenuto principale

Wilderness di lusso, povertà reale: il lato oscuro del turismo in Africa

Alla scoperta delle contraddizioni che si nascondono dietro l’immagine di un continente selvaggio e alla ricerca di un turismo sostenibile
Temi dell'articolo
Articolo di
5 min
Colazione nel deserto in Namibia

I Paesi africani sono tradizionalmente destinatari più che generatori dei flussi turistici. Per molti di loro lo sviluppo economico nel breve termine resta prioritario rispetto alla conservazione delle risorse naturali in un’ottica di lungo periodo. Ma il turismo è un’attività che consuma risorse, crea rifiuti, genera specifici bisogni infrastrutturali e mira inevitabilmente alla massimizzazione dei profitti. In molti contesti africani, inoltre, il turismo è un settore di interesse nazionale e non esiste un sistema che dia l’opportunità alle comunità locali, direttamente interessate dal fenomeno turistico, di offrire il proprio contributo sociale partecipando attivamente alle iniziative di sviluppo e alla gestione delle risorse territoriali. 

Nel quarto incontro della rassegna Orizzonti sostenibili, dal titolo Turismo sostenibile e questioni socioculturali nei paesaggi dell'Africa Subsahariana, che si è svolto a Binaria - Centro Commensale (Torino), si è cercato di capire se in Africa è possibile sviluppare un turismo economicamente vantaggioso, ma che non distrugga le risorse da cui dipenderà il futuro del turismo stesso, in particolare l’ambiente fisico e il tessuto sociale della comunità ospitante. 

Un altro tema ha riguardato i protocolli di conservazione delle risorse naturali, in alcuni casi criticati perché ispirati a modelli poco rispettosi delle popolazioni locali. Di questi argomenti ne hanno parlato Barbara Sorgoni, docente di Antropologia culturale all’Università di Torino che si è occupata di storia dell’antropologia nel periodo coloniale e negli ultimi anni di migrazioni, e che dal 2023 ha avviato una collaborazione con l’Università della Namibia; e Kyle Graham Dexter, docente di conservazione della biodiversità all’Università di Torino che si occupa di ecologia ed evoluzione degli ecosistemi boschivi nelle zone tropicali, aride e nelle savane. Ha moderato l’incontro e il dibattito con il pubblico Riccardo Fortina, già Direttore del CISAO e docente al Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Ambientali di UniTo.

Il caso Namibia: conservazione, potere e conflitti

Sorgoni ha illustrato la situazione della Namibia, dove la conservazione degli ambienti naturali e l’offerta turistica sono prevalentemente valori e obiettivi dei donors del Nord del mondo, ma che non necessariamente coincidono con quelli degli interlocutori locali. Dopo l’indipendenza (il Paese è stato prima colonia tedesca poi sudafricana) vengono create le “Conservancies”, che in alcuni casi diventano strumenti dello Stato per regolamentare la gestione di flora e fauna anziché spazi dove affrontare le esigenze delle comunità locali. Ulteriore torsione di questo approccio si ha quando la wilderness diventa il massimo lusso desiderabile; la Namibia offre esempi di progetti di re-wilding di zone acquistate da grandi multinazionali e riconvertite al turismo con allontanamento forzato e ordini di espulsione delle popolazioni residenti. Ancora: in Namibia ci sono aree protette poco accessibili, dove le popolazioni locali, per aver combattuto a fianco dei Sudafricani durante la guerra di indipendenza, sono ancora oggi guardate con sospetto e ritenute dannose per la conservazione. 

Il turista che va in Namibia ignora questa situazione e ignora che le ragioni della conservazione sono state storicamente usate per allontanare le popolazioni locali dai loro territori ancestrali per incorporarle in stati di semi-schiavitù. O anche che esistono tuttora conflitti locali all’interno delle “Conservancies” per la scarsa chiarezza sulle autorità decisionali e per l’incertezza sulla proprietà della terra. 

Convivenze possibili e nuove criticità

In altre parti dell’Africa, la necessità di convivenza tra le esigenze delle popolazioni locali e dei turisti nelle aree protette porta invece a degli interessanti compromessi. Dexter ne descrive alcuni a partire dalle sue esperienze di campo in Botswana, Namibia e Angola.  

Nonostante una crescente tendenza a imporre vincoli sempre più restrittivi, o addirittura ad allontanare le popolazioni dalle aree protette, Dexter riporta alcuni esempi dove la convivenza tra i limiti imposti dalle aree protette e la necessità di consentire attività tradizionali da parte delle popolazioni locali residenti al loro interno o nelle aree limitrofe è possibile. Spesso questa convivenza avviene per una scarsa capacità di controllo dei divieti e uno scarso interesse a contrastarla. 

Il turismo, se da una parte è visto in modo favorevole perché ha importanti ricadute economiche su una parte della popolazione locale, dall’altra non può impedire la convivenza con forme tradizionali (illegali ma tollerate) di raccolta e caccia da parte delle popolazioni locali, che – nelle situazioni descritte da Dexter – non hanno ad oggi conseguenze negative sugli equilibri naturali e sulla biodiversità. 

Sono invece sicuramente più gravi le conseguenze di un’offerta turistica sempre più diffusa e finalizzata allo scatto fotografico del “selvaggio”, dove le popolazioni di aree sempre più remote stanno diventando oggetto di una forma aberrante di “turismo etnografico”.

La tutela della grande fauna selvatica africana (e il suo richiamo turistico) deve necessariamente coesistere con la presenza umana. Anche se oggi questa coesistenza sta diventando difficile, l’Africa deve continuare ad essere un modello di riferimento. Come visto, in molti contesti si possono sviluppare accordi “informali” che rappresentano, di fatto, forme di coesistenza riuscita. La sfida è quella di cercare di mantenere queste forme di coesistenza di fronte a pressioni sempre più crescenti, a partire da quella demografica. 

ne abbiamo parlato anche qui