DIST, l'alleanza tra Atenei per capire (e progettare) il territorio compie 40 anni
Il primo luglio 1985 nasceva un esperimento unico nel panorama accademico italiano: il Dipartimento Interateneo Territorio (DIST), frutto della collaborazione tra l'Università di Torino e il Politecnico. Quarant'anni dopo, il progetto continua a evolversi. Ne abbiamo parlato con Stefano Ferraris, vicedirettore per la componente UniTo dal 2018 al 2023.
Professore, quanti dipartimenti interateneo esistono in Italia?
Solo due: oltre al DIST c'è il Dipartimento di Fisica a Bari. Ma quest'ultimo è monodisciplinare e serve principalmente a semplificare la gestione dei fisici tra i due atenei locali.
Come mai sono così pochi?
Perché, paradossalmente, spesso complicano invece di semplificare. La burocrazia universitaria e i sistemi informatici sono pensati per contenitori ben separati, non per strutture ibride. Per esempio, nei progetti finanziati da enti come l'Unione Europea o il Ministero, il responsabile scientifico deve appartenere allo stesso ateneo che gestisce il progetto. Questo significa che noi docenti UniTo dobbiamo appoggiarci ai centri gestionali del nostro ateneo, anche se il lavoro si svolge al DIST.
E allora perché continuate con questo modello?
Perché i vantaggi superano di gran lunga le difficoltà burocratiche. Il DIST consente una visione d'insieme sulla vita universitaria cittadina: Torino ha solo due atenei, e la collaborazione tra di essi può essere molto efficace. In contesti più complessi, come Roma o Milano, sarebbe molto più difficile.
Quali altri benefici offre questa struttura?
La quotidiana vicinanza tra persone di discipline diverse è un grande valore. Condividiamo, ad esempio, la sede del Castello del Valentino con il Dipartimento di Architettura e Design del Poli. È vero che oggi si collabora anche a distanza, ma il confronto informale, anche davanti a un caffè, favorisce idee e sinergie. Fare ricerca e didattica tra approcci differenti è molto stimolante.
Quanti sono i settori disciplinari rappresentati al DIST?
All’epoca della direttrice Patrizia Lombardi (oggi vicerettrice del Politecnico) erano 23. Ora sono sicuramente di più, ma ho perso il conto. L’attuale direttore, Andrea Bocco, ha proprio cercato di valorizzare questa pluralità con due giornate di incontro, Urban Desires, lo scorso novembre.
Non è difficile far convivere questa "biodiversità" accademica?
A volte sì, ma è una ricchezza. In un contesto accademico dove la specializzazione è sempre più spinta, avere un luogo dove si incrociano prospettive diverse permette di leggere i problemi in modo più articolato. Il territorio, in particolare, richiede uno sguardo ampio.
Cosa intendete esattamente con "territorio"?
È un concetto complesso: un insieme di attività umane e di elementi fisici distribuiti nello spazio, che si trasformano nel tempo. Quando ero al liceo, non capivo perché mio padre insisteva sull’importanza del catasto o del piano regolatore. Ora so che sono strumenti fondamentali per capire come le persone vivono e modificano lo spazio. Proprio per questo, nel 1984, l’urbanista del Poli Roberto Gambino e il geografo Giuseppe Dematteis di UniTo proposero la creazione di un dipartimento interateneo. Il progetto fu affidato ad Agata Spaziante e Anna Segre, e nel 1985 nacque ufficialmente il DIST.
Lei ha anche un ricordo personale di quegli anni...
Si, avevo una borsa di studio al Politecnico e ricordo Agata Spaziante impegnata a progettare il teleriscaldamento per Torino. All’epoca sembrava un’idea futuristica. Ma l’attenzione all’ambiente richiede la capacità di guardare lontano. È lo stesso spirito che anima oggi gruppi come quello di Estimo, che si occupa di valutazione economica e ambientale degli interventi, o i nostri esperti di informatica e geomatica, che ci aiutano a immaginare gli strumenti del futuro.
Anche il paesaggio è al centro delle vostre ricerche?
Certo. Il professor Gambino contribuì a redigere il Piano Territoriale e quello Paesistico per la Regione Piemonte. Oggi il tema è affrontato anche da storici dell’architettura, che esplorano il legame tra patrimonio culturale e paesaggio. A ottobre, ad esempio, ospiteremo un convegno internazionale sul tema al Castello del Valentino, in collaborazione con i giuristi di UniTo.
Alcuni esempi concreti di progetti recenti?
Oggi la gestione del territorio richiede competenze trasversali: geografi, urbanisti, architetti, scienziati ambientali e molti altri. Pensiamo, ad esempio, agli studi sugli effetti delle ondate di calore in città, come raccontato su La Stampa. Oppure ai progetti sull’acqua potabile, sempre più urgente per effetto del cambiamento climatico. Nel porticato del dipartimento sono esposti pannelli realizzati dai nostri laboratori di cartografia (LARTU) e di flussi ambientali (LABFLUX), che mostrano i dati su acqua e CO₂ in chiave divulgativa.