Skip to main content

Srebrenica a 30 anni dal genocidio “erutta” ancora i suoi morti

Ogni 11 luglio si seppelliscono nuove vittime estratte dalle fosse comuni e riconosciute grazie al Dna. Sono l’immagine postuma di una tragedia costantemente rimossa e minimizzata in Europa. Riannodiamo i fili per capire cosa successe a due passi da casa
Article topics
6 min
Srebrenica
Sacrario di Potočari, Srebrenica

Oggi Srebrenica è una città spettrale. Incastrata tra montagne aspre, non ha più nulla del suo passato: non le fabbriche, né le terme, né le cave da cui si estraevano metalli nobili, soprattutto l’argento. Srebrenica, infatti, significa “zona argentifera”, dall'antica denominazione latina.

Nel 1991 conta circa 37.000 abitanti, dei quali oltre il 70% di fede musulmana. Quando la guerra nell’ex Jugoslavia contagia la Bosnia, ciò che la condanna al genocidio è la sua posizione strategica sull’asse Srebrenica–Žepa, fondamentale per l’obiettivo serbo di unificare, sotto il proprio controllo, la valle della Drina.

A trent’anni dalla caduta di Srebrenica, resta in Europa un vulnus sistematico di memoria e consapevolezza: ciò che è accaduto lì è oggetto di piena rimozione o, tuttalpiù, di normalizzazione. Una parte dell’Europa occidentale (anche quella ad Est è Europa), politica e culturale, ha scelto di minimizzare le proprie responsabilità e complicità nel genocidio dei bosgnacchi musulmani, non solo a Srebrenica. L’ultrasovranismo contemporaneo contribuisce a questa narrazione tossica, rileggendo i fatti alla luce di un presunto argine storico all’islamizzazione del continente. Così, la memoria svanisce: quando l’invasione russa dell’Ucraina è stata presentata da media, politici e istituzioni come “il ritorno della guerra in Europa dopo la Seconda guerra mondiale”, la rimozione si è manifestata in tutta la sua gravità.

Tra il 13 e il 16 luglio oltre 8mila uomini di ogni età vengono sterminati dai serbo-bosniaci del generale Mladić

Ricordiamo dunque cos’è stata Srebrenica.

Dopo anni di bombardamenti dal vicino confine serbo, l’11 luglio 1995 le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladić violano la zona protetta dall’ONU e occupano l’enclave. La città viene abbandonata a se stessa: non la difendono i Caschi Blu né l’Armija bosniaca. Il tragico inganno ai danni della popolazione civile si consuma davanti alle telecamere: Mladić entra a Srebrenica con gran corte mediatica. Prende in braccio e accarezza bambini tra la folla terrorizzata, rassicura gli abitanti sulla sorte che li aspetta. Poche ore dopo, però, brinda con abbondante rakija insieme al comandante del contingente ONU, l’olandese Thom Karremans, visibilmente spaventato e alticcio. Il battaglione è al sicuro, mentre viene concordata la deportazione di massa degli uomini di Srebrenica verso i luoghi della mattanza.

Tra il 13 e il 16 luglio, sotto gli occhi della comunità internazionale, 8.372 uomini di ogni età vengono sterminati con metodo rigoroso e gettati in fosse comuni sparse nella vasta area circostante: Zvornik, Kravica, Bratunac, Orahovac, Petkovci, Kula, Ročević. Una geografia estesa e articolata dello sterminio, progettata e realizzata in tempo record da Ljubiša Beara.

Beara, allora capo della sicurezza dell’esercito serbo-bosniaco, organizza un’efficiente macchina di morte e non è impresa facile. Poco noto al grande pubblico – a differenza del più celebre cugino Vladimir, leggendario portiere della nazionale di calcio jugoslava degli anni Cinquanta – Ljubiša è un anonimo ufficiale di carriera che così vive la sua sola e unica “grande occasione” da soldato.

È lui a sovrintendere ogni aspetto della deportazione e dell’esecuzione dei prigionieri: dal trasporto alla custodia, dall’organizzazione dei plotoni di esecuzione all’occultamento dei cadaveri, fino alla pianificazione delle fosse comuni. Riesce a trovare risorse assai scarse: autobus, carburante, ruspe e persino assassini per completare il piano di eliminazione. Non ce ne sono abbastanza, tocca farne arrivare altri da Višegrad. 

Il 14 luglio, superati tutti gli ostacoli politici, logistici e gerarchici, lo sterminio è in corso a pieno regime. Quel giorno, Beara festeggia il suo cinquantaseiesimo compleanno da solo in una stanza d’albergo a Bratunac.

La rimozione collettiva di Srebrenica è una strategia di diniego delle responsabilità del nostro Occidente

Nei giorni precedenti la separazione tra uomini e donne – sempre sotto lo sguardo passivo dei Caschi Blu – circa 15.000 civili, diffidenti verso le promesse serbe e occidentali, tentano la fuga per la salvezza nei boschi minati verso Tuzla, città controllata dall’Armija. “La marcia della morte” è un percorso infernale: mine, imboscate, attacchi a sorpresa seminano quotidianamente centinaia di cadaveri lungo il cammino. I catturati vengono costretti a richiamare con false rassicurazioni amici e parenti e poi uccisi tutti insieme. Si sa di donne che, per non cadere nelle mani dei carnefici che praticano lo stupro etnico come arma di guerra, si tolgono la vita nel bosco: si sono trovati corpi impiccati agli alberi nella boscaglia.

Non so quante fossero quelle donne, ma una sì, la conoscevo. Si chiamava S. Era una ragazza piena di vita, appassionata di musica rock, con gli occhi del colore delle acque della Neretva. Alla fine raggiungeranno Tuzla vivi in meno di 4.000.

La rimozione collettiva di Srebrenica non riguarda il dolore. È da sempre una strategia di diniego delle responsabilità politiche e militari del nostro Occidente. Ricordare cosa ha fatto la nostra Europa ai bosniaci significa fare i conti con la nostra identità di europei. Meglio evitare. 

Cosa abbiamo fatto? L’embargo sulle armi, imposto mentre il conflitto era in corso, trasforma la Bosnia in vittima predestinata: i serbo-bosniaci potevano contare su un arsenale lasciato loro dalla JNA, l’ex esercito federale jugoslavo. I croati sulle forniture acquistate col traffico illegale grazie al danaro dei ricchi emigrati. La Bosnia, invece, organizza quel po’ di reazione con le sole armi della malavita locale. 

Le cosiddette “zone protette” create dalla Risoluzione 819 dell’ONU, a partire dall’aprile 1993, sono tali solo sulla carta. Le regole d’ingaggio restrittive, il numero esiguo di soldati e il loro scarso equipaggiamento rendono impossibile una vera difesa delle città assediate. Sarajevo, ad esempio, si difende non grazie ai Caschi Blu, anzi spesso nonostante la loro presenza.

Testimonianza dell’abisso morale raggiunto dai Caschi Blu olandesi sono i graffiti lasciati sui muri della base

Mai come nei Balcani le truppe ONU furono riconosciute, anche dal Tribunale Internazionale de l’Aia, come attori primari del contrabbando, del mercato nero, della droga e della prostituzione.

Particolarmente odiosa, perché giuridicamente e storicamente riconosciuta come criminale, è la condotta del contingente olandese del Dutchbat a Srebrenica: prima per la sua inazione nel consentire la conquista della città, poi per la collaborazione con le forze serbe nella separazione degli uomini dalle donne, pur sapendo che ciò significava deportazione e morte. Consegnano loro migliaia di bosgnacchi ai serbi, pronti per il genocidio etnico.

Testimonianza dell’abisso morale raggiunto dai Caschi Blu olandesi sono i graffiti lasciati sui muri della base, oggi conservati nella Genocide Memorial Exhibition proprio di fronte al sacrario di Potočari. Il più noto, celebrato dall’opera di una giovane fotografa sarajevese, dice: “No teeth...? A mustache...? Smell like shit...? Bosnian girl!”.

Ogni anno, l’11 luglio, migliaia di persone percorrono a piedi la strada principale che da Bratunac porta a Potočari, per commemorare la strage. Al Memoriale delle vittime, le famiglie si raccolgono intorno alle tombe dei propri cari, ci parlano, mangiano all’ombra della lapide e di qualche ombrello parasole. Al culmine della cerimonia, sotto un sole implacabile, si seppelliscono le vittime estratte dalle fosse comuni e riconosciute grazie al Dna nel corso dell’ultimo anno.

Srebrenica continua ancora oggi a eruttare i suoi morti. Nel fragoroso silenzio dell’assenza della nostra Europa.