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“Ogni mattino sia un capodanno”: le feste secondo Edoardo Sanguineti

Nel giorno del compleanno del poeta - che oggi avrebbe compiuto 95 anni - una riflessione sul suo rapporto con le festività e le ricorrenze attraverso il carteggio inedito con il figlio Federico
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Sanguineti con i figli
Edoardo Sanguineti con i figli Federico e Alessandro negli anni Sessanta - Foto di Mario Dondero

Dicembre è tempo di feste, riti, bilanci, buoni propositi e progetti per il futuro. Era così anche per Edoardo Sanguineti, che in questo mese festeggiava pure il compleanno? "Sono nato a Genova il 9 dicembre 1930, in Salita S. Maria della Sanità", racconta in Genova per me, il libretto dedicato alla città natale che curiosamente si apre con un ricordo di Torino, città d’adozione e d’elezione: "È probabile che un Sagittario, con le sue quattro zampe, si trovi piuttosto spaesato in un porto di mare", scherza Sanguineti, ironizzando sull’inevitabilità che un nato sotto il segno del mitologico centauro potesse sentirsi felicemente a casa sotto la Mole, nella "città taurina per eccellenza, e dunque adatta a duri zoccoli e a spiriti aggressivi, anche se, […] temperati da un incrocio bestialmente umano e umanamente bestiale". Torino, dove Edoardo si trasferisce intorno ai tre anni, è la città in cui vive le tappe più significative della sua formazione professionale e artistica, ma anche il luogo in cui conosce e poi sposa Luciana e diventa padre per la prima volta, nel ‘55, con Federico, nato a dicembre come lui e come lui futuro poeta e critico. 

L’inedito carteggio con il primogenito – recentemente riemerso dagli archivi e oggi al centro di un progetto di edizione commentata a cura di Eleonisia Mandola – non si configura come un semplice scambio di lettere private tra un genitore e un figlio che abitano in due regioni diverse: è piuttosto un confronto epistolare lucido e instancabile tra due intellettuali protagonisti del secondo Novecento, alimentato dalle letture e dalla riflessione ermeneutica, che li porta a scriversi più di una volta al giorno, anche nei momenti in cui i due autori hanno la possibilità di incontrarsi di persona. È il caso di una lettera scritta da Edoardo nel 1979, proprio il 9 dicembre. Il poeta è a Genova e, pur sapendo essere imminente un appuntamento con il figlio, ha appena terminato una lettura di cui vuole renderlo partecipe. Sfrutta così l’occasione per scrivergli qualche riga in cui ci tiene a sottolineare innanzitutto la quasi coincidenza dell’anniversario della loro nascita: 

caro ventiquattrenne (quasi), 
il tuo babbo quarantanovenne lo sa bene, che questa lettera arriverà a Salerno dopo che ci saremo visti a Roma – ma è per non dimenticare una cosa: avrai visto, sull’"Unità" di ieri, la recensione al Lo Piparo del De Mauro; […] se, per avventura, l’hai perduta, la metto da parte, ed è a tua disposizione; […] quanto al mio compleanno, nulla di notabile, lavorativo al massimo; non è soltanto l’epoca delle parole incrociate, ma, dato che Hesse ti è caro, è anche l’epoca del giornalismo: e così, un pezzo per l’"Unità" sopra il romanzo "giallo" in Italia, e una rassegna di libri per l’"Europeo"… avevo intenzione di far festa, e di vedermi lo Stravinsky del Libertino, qui a Genova, […]; ma è andata così, invece;
ti, vi abbraccio,
tuo padre

Anche nel giorno del suo compleanno, dunque, Sanguineti è alla macchina da scrivere, tra letture e pezzi da consegnare, e il messaggio per l’imminente festa del figlio è un pretesto per proseguire il dialogo esegetico a due voci. 

frammento di una lettera di Federico Sanguineti al padre Edoardo
Frammento di una lettera di Federico Sanguineti al padre Edoardo, 1977

Anche due anni prima, nel ’77, la lettera inviata da Federico a Edoardo (di cui l'immagine riproduce un piccolo dettaglio), intercalava gli auguri di compleanno tra una più ampia riflessione sul metodo di insegnamento del padre e un giudizio polemico su un giornalista de L'Unità colpevole di essersi dimostrato, in un articolo sulla crisi del marxismo, "assai poco gramsciano, e molto pregramsciano davvero". Gli auguri passano in secondo piano rispetto al momento critico anche in occasione delle altre ricorrenze decembrine. In un’intervista rilasciata a W. Valli e uscita su La Repubblica il 23 dicembre 2008, Sanguineti rievoca infatti il "tempo lontano" dell’infanzia a Torino, con i festeggiamenti nel rispetto dell’"educazione tradizionale", "con il presepe" ma senza "l’albero", ma poi vira il discorso sui problemi della società contemporanea:

Abitavamo in un palazzo che aveva due scale, in una, in un alloggio, stavamo noi, nell’altra la famiglia di mio zio. Lui, pittore dilettante piuttosto bravo, era uno specialista nel dipingere il fondale del presepe con i colori tipici del tramonto, e a me è rimasta impressa l’immagine di quel cielo rosso che stava alle spalle delle statuine, di tutto. Il Natale era un giorno di festa, per me bambino, poi, a poco a poco mi staccai dal presepe, dal culto dei regali, dall' arrivo del Bambin Gesù che li portava e, gradualmente, assunsi uno sguardo laico, capii che quello era un mondo da favola, anche attraente, ma inconsistente.

Al "Natale di consumo", festa "laicizzata dagli anni del boom economico del dopoguerra", che rende ancora più evidente "la divaricazione fortissima tra chi può permettersi ogni lusso, […] la minoranza, e gli altri", Sanguineti preferisce il Capodanno, "festa più laica" e più coerente con una società "pagana tinta di cristianesimo".

Bando agli auguri, alle frasi di circostanza, agli utopici buoni propositi, dunque: già nell’88, in un pezzo uscito la Vigilia di Natale sul supplemento 7 del Corriere della Sera, il poeta pregava il "lettore", suo "simile e fratello" a "non provocarlo a formularsi auguri, né a  medesimo né ad altri" poiché ammetteva di non saperli "decentemente gestire". "Non lasciarmi dunque sognare, non stimolarmi a sperare, non avviarmi per i floridi sentieri dell’utopia", o, per dirla con il "gergo sacro" adatto alle "circostanze da calendario", "non indurmi in tentazione". "Come macchina desiderante", "posto che un simile concetto abbia ancora tollerabile circolazione", Sanguineti funziona "male, […] anzi malissimo": 

così mi sogno che si spengano i sogni, mi spero che si licenzino le speranze, mi coltivo la bella utopia che si liquidino tutte le belle utopie, di brutto, senza rimpianti. Che cosa mi desidero davvero, io dunque, da minimo eroe della stoltezza umana, io che mi adoro i progettini minimali, circoscritti con gelosa cura, praticabili con infinita cautela, in cui mi basta che mi aiuto io, come potrebbe aiutarsi poi chiunque, al posto mio? Ma è già questo stesso, appunto, questo che mi sono appena espresso, il mio primo, dissennatissimo desiderio.

Pur mal tollerando “le belle utopie”, il poeta, fino a un certo punto della sua vita, interpreta come un simbolico momento di passaggio il Capodanno. Non è forse un caso che i versi germinali di Laborintus, sua raccolta d’esordio, siano stati concepiti proprio nella notte di San Silvestro del 1950: "essendo nato il 9 dicembre, avevo appena compiuto vent’anni e la scelta non era casuale – confesserà in un’intervista radiofonica – era l’inizio della seconda metà del secolo e il mio proposito abbastanza delirante, se vuoi […] era quello di aprire la seconda metà del secolo". Sanguineti considerava "meraviglioso" il libro La grande festa in cui l’antropologo Vittorio Lanternari spiega che "tutti i popoli del mondo hanno un loro capodanno, che naturalmente non vuol dire il primo di gennaio". Secondo il poeta – che scriverà una prefazione per il saggio nel 2004 ma lo aveva già letto negli anni Settanta, quando fu pubblicato per la prima volta – "è un libro che non si raccomanderà mai abbastanza […] a chi, non incapodannendosi tutti i giorni, lo fa almeno una volta all’anno e vuole puntare sopra un dono colto, […] adatto alla circostanza", come si legge in un articolo uscito il 31 dicembre 1978 su Paese Sera, Capodanno tutto l’anno. Sarà allora curioso notare come la lettera inviata al figlio Federico il 29 dicembre del ’79 strizzi l’occhio proprio a Lanternari e contenga, oltre ai soliti consigli di lettura e all’annuncio dell’imminente uscita sulle colonne de L'Unità della neo-composta Ballata per gli anni Ottanta – gli "auguri, ancora e ancora, […] per la Grande Festa" non solo di fine anno ma anche di fine decennio, gli auguri per quei "felici anni Ottanta", da cui Sanguineti si aspettava un cambio di passo, "una svolta". Quindi anche lo stesso critico talvolta cadeva vittima di quel "capodannismo" che deprecava, la "malattia infantile" che diceva di essersi "trascinato dietro per un pezzo", al punto da finir "per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria", onde "si fanno propositi e ci si pente degli spropositi".

"Quando ti guardi a questo tuo mondo, 
pensati intanto che l'hai da cambiare, 
se tutto il mondo ti è mondo rotondo, 
nel verso giusto è da farlo girare: 
chi lo trasforma ha da andarci forte, 
e chi sta fermo ci ha le gambe corte"

Così recitano i versi della Ballata per gli anni Ottanta, pubblicata il 31 dicembre 1979, in cui Sanguineti, pur celebrando quel ’79 "finito finito", "morto e seppellito", ci invita piuttosto a preoccuparci delle "cose […] vive", ogni giorno, senza aspettare annualmente il compiersi del giro attorno al Sole, che avvenga in corrispondenza del compleanno, del Natale, o del 1° gennaio. 

Messi da parte quindi gli utopici buoni propositi e lasciando "sottintesi gli auguri", quelli di circostanza, "sempre, da adesso sino alla Befana, in blocco", come scrisse a Federico, il messaggio di Sanguineti per le feste non può che gramscianamente augurare che "ogni mattino sia […] un capodanno", per "fare i conti con se stessi" e provare poco per volta a "rinnovarsi ogni giorno" (Capodanno tutto l’anno, in Scribili, Feltrinelli, 1980).