I dischi del 2025, quando la musica si rivela invece di manifestarsi
In un panorama musicale sempre più saturo di stimoli immediati, abbiamo scelto otto dischi che percorrono la via opposta: abitano il tempo lento, la fragilità, la sottrazione. In una playlist più ampia abbiamo selezionato 80 brani per 80 album per rappresentare e ascoltare il 2025 in musica.
Ichiko Aoba - Luminescent Creatures
La chitarrista e cantautrice giapponese compie un ulteriore passo verso la dissoluzione della forma-canzone a favore di un linguaggio più ambientale e immaginativo. Un’architettura di silenzi e risonanze. Lontano dall’intimità dei suoi primi lavori, Luminescent Creatures esplora mondi sonori autosufficienti, costruiti come ecosistemi più che come raccolte di brani. Le chitarre classiche, il piano timido, i legni sospesi e i field recording articolano una musica che non si manifesta, ma si rivela lentamente. Non c’è comfort né consolazione, solo un senso costante di delicatezza instabile, come se ogni suono potesse spezzarsi da un momento all’altro. Un disco che rifiuta la spettacolarità per abitare l’ascolto profondo.
Blood Orange - Essex Honey
L'ultimo disco di Blood Orange è un lavoro che rinuncia a qualsiasi forma di seduzione immediata per muoversi in uno spazio di memoria, perdita e sospensione. Devonté Hynes trasforma il ritorno nell’Essex dell’infanzia e il lutto per la perdita della madre in un ambiente sonoro frammentato, fatto di pianoforti trattenuti, synth opachi, rumori ambientali e voci che appaiono e scompaiono come fantasmi. Le collaborazioni (tra cui Lorde e Caroline Polachek) non interrompono mai il flusso, ma lo attraversano come echi lontani, contribuendo a un senso di instabilità emotiva costante. È un disco che abita il vuoto più che riempirlo, e che trova la propria forza proprio nella rinuncia, trasformando il dolore in un paesaggio sonoro fragile e profondamente umano.
caroline - caroline 2
Essenziali nei titoli degli album, quanto sovrastrutturati – senza rinunciare al minimalismo – nei brani che li compongono. Sono i caroline, rigorosamente in minuscolo: band britannica formata da otto elementi, che sembrano andare per conto loro ma stanno benissimo insieme e sono in grado di creare composizioni ardite quanto semplici, tra avant-folk e post-rock. Anche questa seconda tappa della loro carriera è una piccola perla da ascoltare e riascoltare. Il tutto tra le destrutturazioni in salsa midwest dei Joan of Arc e gli intrecci melodici dei Dirty Projectors.
Chicago Underground Duo - Hyperglyph
Nell’inestricabile e inesauribile produzione del trombettista e polistrumentista Rob Mazurek, i Chicago Underground Duo sono ormai un punto fermo, nonostante il progetto sia stato declinato in varie formule. Con il sodale Chad Taylor, batterista e percussionista, in Hyperglyph – uscito per i tipi di International Anthem – dà vita a un album strepitoso, denso e stratificato, visionario, a tratti persino festoso, in bilico tra il free jazz di Chicago e i ritmi africani. Groove, tempi dispari e linee melodiche di tromba si combinano in un magma di influenze che va dal post-rock dei Tortoise al Miles Davis elettrico, fino all’ethio-jazz di Mulatu Astatke.
Richard Dawson - End of the Middle
Narratore minimale e sbilenco, Richard Dawson fotografa con il suo folk scheletrico e irregolare scampoli di intima e spesso sofferta realtà nella provincia inglese. I saldi di Santo Stefano visti nel riflesso di un manichino in Boxing Day sales o i rimpianti di un’anziana nella bellissima e drammatica Gondola: Non sono mai andata a Venezia e non so quante estati mi restano. End of the Middle è un ritratto ravvicinato della classe media inglese e della sua crisi. Se in The Ruby Cord raccontava personaggi bizzarri e borderline, qui Dawson si concentra su un sistema che scricchiola.
Andrea Lazlo De Simone - Una lunghissima ombra
Una lunghissima ombra si aggira per la storia della musica italiana. È quella di Andrea Lazlo De Simone, i cui stilemi artistici erano già chiari nelle uscite precedenti, ma che ora sono crepuscolarmente orchestrati nella sua opera più compiuta, uscita a fine ottobre. In bilico tra sogno e malinconia, memoria e visione, il disco si apre con Il buio e si chiude con la title track manifesto dell’album, passando per La notte, Quando e Non è reale dove gli inserti elettronici contribuiscono a definire il paesaggio sonoro.
Eiko Ishibashi - Antigone
Ai margini della forma-canzone, una mappa di sogni grezzi e segreti sussurrati: una suite di ombre e bagliori che riflette un mondo stanco e sospeso. Eiko Ishibashi costruisce un paesaggio mutevole, dove jazz obliquo, orchestrazioni cameristiche (curate insieme all’eterno socio Jim O’Rourke), elettronica analogica e residui di pop si intrecciano senza trovare un centro definitivo. La musica avanza per accumuli imperfetti, per derive lente e improvvise fratture, come se ogni brano fosse il frammento di un film mai girato. Ishibashi costruisce un album che sembra declinare la catastrofe più come un sussurro che come un’esplosione.
Joanne Robertson - Blurrr
Blurrr è un campo magnetico in cui la musicista, pittrice e poeta Joanne Robertson frammenta pulsioni pop e impulsi noise fino a farli perdere in un labirinto di riverberi e tensioni sottili. La sua voce è una frequenza instabile che si insinua tra strati di synth abrasivi, chitarre taglienti e pause sospese, evocando l’idea di un io fratturato, continuamente in dialogo con se stesso e con il rumore che lo attraversa. Il violoncello del compositore Oliver Coates, presente in tre brani del disco, non accompagna né decora, ma agisce come forza perturbante, introducendo tensioni fisiche, archi spezzati, risonanze che sembrano incrinare lo spazio stesso dei brani. Un disco dove fragilità e dissonanza diventano forma espressiva.