Hormuz, la stretta che spaventa il mondo: le conseguenze economiche dell’attacco all’Iran
La crisi in Medio Oriente riporta al centro dell’agenda economica globale il tema dell’energia e della sicurezza delle forniture. I riflettori sono puntati sul Golfo Persico da cui transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas. Con Marco Sanfilippo, docente di Politica economica all’Università di Torino, analizziamo le conseguenze economiche determinate dall’escalation successiva all’attacco congiunto all'Iran da parte di Israele e Usa.
Il 28 febbraio, poche ore dopo l’inizio dell’intervento israelo-statunitense, Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz. Quali le ripercussioni sull’economia globale?
Purtroppo gli eventi degli ultimi anni ci hanno insegnato che shock globali quali pandemie, conflitti o interruzioni al commercio internazionale si propagano molto rapidamente sull’economia globale. In questo caso, il principale canale di trasmissione è evidente ed è rappresentato dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, vista l’importanza del blocco dei Paesi del Golfo e l’impossibilità di distribuire le risorse diversamente (es. via terra o tramite aumento di altri produttori). Inizialmente, ci si poteva aspettare una ripercussione maggiore sui paesi asiatici, i principali consumatori di petrolio e gas dal Golfo, ma stiamo già osservando effetti diffusi. Chiaramente, più a lungo durerà il conflitto, maggiori saranno gli effetti. A questo canale “diretto”, si aggiungono una serie di effetti indiretti, governati dall’incertezza. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha già evidenziato interruzioni ai flussi di commercio internazionale e volatilità dei mercati finanziari.
La guerra in Iran rischia di riacutizzare l’inflazione in Europa come accaduto con l’invasione russa in Ucraina? Quali settori sono più sensibili agli aumenti dei prezzi?
Chiaramente, aumenti nel costo delle materie prime si trasmettono rapidamente sia sui consumi energetici sia, indirettamente, sui settori che usano le materie prime in modo più abbondante. Tra questi, i trasporti, la chimica, l’agroalimentare (fertilizzanti) e le costruzioni (materiali + energia). Il Financial Times riportava qualche giorno fa uno scenario della Banca centrale europea (BCE) secondo cui un aumento dei prezzi del petrolio intorno ai 130 dollari potrebbe condurre l’Europa a una riduzione della crescita di 0,6 punti percentuali, e un aumento dell'inflazione di 0,8 punti.
Ci sono affinità con la crisi energetica degli anni Settanta causata dall’embargo dell’OPEC sui paesi filo-israeliani durante la guerra dello Yom Kippur?
Sicuramente il contesto. Ma, per il momento, è davvero difficile fare dei paragoni. Nei giorni scorsi un editoriale di Paul Krugman ragionava proprio su questo paragone, sostenendo che ci sono motivi per ritenere l’impatto di questa crisi meno pesante rispetto a 50 anni fa: (1) la minor dipendenza dell'economia mondiale dal petrolio oggi; (2) un contesto economico globale di bassa inflazione. Dall’altra parte, tuttavia, l’attuale maggiore integrazione finanziaria potrebbe avere degli effetti di propagazione che non abbiamo potuto osservare in un mondo meno globalizzato rispetto ad oggi.
Qualora il conflitto dovesse durare a lungo, quali sarebbero gli effetti sulla crescita, sull’occupazione e sulla stabilità sociale e finanziaria dell’Europa e sul sistema italiano?
È difficile determinare l’esposizione a un evento di cui non conosciamo ancora la portata. L’Europa, e soprattutto l'Italia, è oggi particolarmente esposta come importatore di gas liquefatto (GNL). La gran parte del gas arriva dal Qatar, che pesa per il 10% circa dell'import dell’UE e per circa il 50% dell'import italiano di GNL. Questa esposizione, ricordiamo, è conseguenza di quanto accaduto in seguito all’invasione russa in Ucraina. Durante la prima fase di quel conflitto il prezzo del gas salì di circa 5 volte e l'inflazione aumentò di 6 punti percentuali. Quindi in qualche modo sappiamo bene quanto vulnerabile sia il sistema italiano a un nuovo aumento dei prezzi, sia per il peso sulle famiglie che sulle imprese, con settori chiave (es. alimentare) particolarmente sensibili alla variazione dei prezzi dell’energia.
E quali effetti può avere sui flussi turistici internazionali?
Riguardo al turismo, non sono in grado di espormi, non è chiaro quanto sarà influenzato. Il canale più immediato è la connettività aerea e il costo del carburante, la crisi sta già colpendo i grandi hub del Golfo da cui passano centinaia di migliaia di passeggeri al giorno.