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Il diavolo veste (ancora) Prada

Dal ceruleo al potere silenzioso di Miranda, il film culto resta un caso di studio perfetto per le fashion theories
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Emily Blunt, Meryl Streep and Anne Hathaway
Emily Blunt, Meryl Streep e Anne Hathaway alla premiere de Il diavolo veste Prada 2 (Jeff Spicer/Getty Images)

Dopo vent’anni di attesa – e infiniti rumours – ecco (finalmente) il sequel de Il Diavolo veste Prada pronto a debuttare in Italia il 29 di aprile. Era il 13 di ottobre del 2006 quando, per la prima volta, nelle sale nostrane risuonarono le note di "Suddenly I See" di KT Tunstall: quello che ai tempi non sapevamo ancora era che i 109 minuti successivi sarebbero entrati per direttissima negli annali della moda. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo (semi-autobiografico) di Lauren Weisberger, aveva già conquistato il pubblico statunitense alcuni mesi prima con le avventure di Andy, Emily, Miranda e Nigel. Fenomeno a stelle e strisce o icona internazionale? Ai posteri l’ardua sentenza. E noi, in quanto posteri, possiamo cercare - a quattro lustri di distanza - di identificare tre o quattro motivi per i quali questo verdetto non è tanto ostico e quindi oggi identifichiamo, a pieno titolo, The Devil Wears Prada come un caposaldo dei casi di studio sulla moda.

Ceruleo?

Il monologo è entrato nella storia del cinema. Il maglioncino azzurro infeltrito che non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, (ma) è effettivamente ceruleo ha fatto epoca. Ma i riferimenti non sono del tutto corretti. Si sa che - da copione iniziale - la pietra della discordia non avrebbe dovuto essere un colore bensì, sussurrano i bene informati, una certa fantasia scozzese. E, dunque, perché il ceruleo? Se andiamo a ben guardare proprio il ceruleo fu il primo “colore pantone dell’anno” (era il 2000, il filone partiva qui) e benché i riferimenti a Yves Saint Laurent che nel 2002 annunciò il suo ritiro non fosse esattamente corretto è vero, d’altra parte, che la maison produce dal 1971 una fragranza (Rive gauche) che è venduta, da oltre cinquant’anni, in una bottiglietta appunto cerulea. E Oscar de la Renta? Nella sua collezione 2002 di ceruleo non c’è traccia, ma il colore appare con prepotenza nella Spring/Summer Collection targata 2024, nella quale c’è un abito indossato, tra l’altro, da Emily Blunt sul red carpet dei PGA Awards 35th Producers Guild of del 2024. 

Il potere del non detto (e del detto benissimo)

Se il ceruleo è il manifesto esplicito del film, il vero linguaggio de Il Diavolo veste Prada è, però, quello implicito. Miranda Priestly non urla quasi mai: non ne ha bisogno. È nell’alzata di sopracciglio, nella pausa calibrata, nel celebre “That’s all” che si consuma una grammatica del potere che la moda ha interiorizzato da sempre. E non è un caso. Meryl Streep costruisce il personaggio proprio su questo scarto rispetto all’aspettativa: mentre tutti si immaginavano una direttrice stridente e autoritaria, lei sceglie il sussurro - ispirandosi, pare, alla calma glaciale di Clint Eastwood - costringendo chi le sta attorno ad ascoltare. Il risultato è un ribaltamento sottile ma decisivo: non è chi parla più forte ad avere potere, ma chi obbliga gli altri a tendere l’orecchio. E Miranda, più che un personaggio, diventa così una sintassi: quella dell’autorità che non si spiega, si esercita.

“Chanel, hai un bisogno disperato di Chanel!”

Andy Sachs cambia, da neolaureata un po’ naif a fashion icon consapevole (il momento nel quale il suo telefonino affonda nella fontana di place de la Concorde è simbolo della sua nuova self-consciousness). Lo sappiamo, lo vediamo, ma soprattutto Andy - letteralmente - indossa il suo cambiamento. Il film costruisce uno dei più efficaci esempi di storytelling attraverso il costume design (che, non a caso, è firmato da quella Patricia Field che abbiamo già conosciuto in Sex and The City e che per Il Diavolo veste Prada ha vinto l’Oscar nel 2007): da outsider impacciata a insider perfettamente integrata. Non è un semplice makeover, ma una progressiva adesione a un sistema di codici che finisce per ridefinire anche la percezione di sé. E dietro questa trasformazione, tutt’altro che spontanea, si nasconde un lavoro quasi industriale: il guardaroba del film supera il milione di dollari e diventa a tutti gli effetti un dispositivo narrativo. Ogni look è un passaggio di stato, ogni accessorio un segnale di appartenenza. Qualcosa di analogo dal punto di vista cinematografico? Solo il guardaroba di Vivian (aka Julia Roberts) in Pretty Woman

A questo punto la domanda è inevitabile: perché tornarci sopra, oggi, a distanza di quasi vent’anni - e proprio mentre il sequel arriva nelle sale? Forse perché Il Diavolo veste Prada non è mai stato (solo) un film sulla moda. O meglio: lo è stato nel senso più pieno del termine. Dietro la patina lucida delle passerelle e delle redazioni patinate, il film mostra - senza mai dichiararlo apertamente - la natura profondamente industriale del sistema: riunioni, scadenze, gerarchie rigidissime, crisi logistiche. Il glamour è solo la superficie di un meccanismo complesso, dove anche i dettagli più iconici sono il risultato di continui aggiustamenti. Ed è forse qui che risiede la sua longevità: nella capacità di tenere insieme due livelli apparentemente inconciliabili. Da un lato demistifica, dall’altro mitizza. Mostra la fatica per alimentare il desiderio. Trasforma il processo in leggenda. E allora il punto che ci terrà tutti incollati alla poltrona quando avremo l’occasione di “vedere il 2” è proprio: cosa resta (e cosa cambia) di quel sistema oggi. Perché, in fondo, Miranda, Andy, Emily e Nigel non hanno mai smesso davvero di lavorare. Hanno solo cambiato piattaforma, velocità, lessico.

Il 29 aprile segna dunque un ritorno, sì. Ma soprattutto una conferma: che la moda, come il cinema, continua a vivere di riscritture. E che, a distanza di anni, siamo ancora tutti lì - più o meno consapevolmente - a scegliere, ogni giorno, il nostro personale ceruleo.