Lefebvriani, perché lo scontro con Roma non è finito
La consacrazione di nuovi vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, celebrata il primo luglio a Écône, in Svizzera, nonostante il monito di Papa Leone XIV, riporta al centro una frattura aperta nel 1988 che affonda le sue radici nel rifiuto di alcuni insegnamenti del Concilio Vaticano II. Per capire chi sono oggi i lefebvriani, quali sono le ragioni del loro dissenso e quali scenari si aprono per la Chiesa cattolica, ne parliamo con Stefania Palmisano, sociologa del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino, dove insegna Religioni nel mondo globalizzato e Religioni, spiritualità e globalizzazione. È inoltre referente dell’Ateneo per il dialogo interculturale con le istituzioni religiose.
Professoressa, ci può spiegare meglio chi sono oggi i lefebvriani?
Per fare chiarezza nella galassia tradizionalista, cui i lefebvriani appartengono, occorre precisare che in essa si possono rintracciare tre diversi orientamenti, distinti a seconda del tipo di opposizione al Concilio Vaticano II. La prima, apocalittica, ritiene che con il Concilio la Chiesa sia finita, che chi occupa la sede episcopale di Roma non sia il vero Papa, che si debba convocare un conclave alternativo, attendere l’elezione miracolosa di un Papa angelico o semplicemente aspettare l’imminente fine del mondo. Questa opposizione si denomina in genere “sedevacantista”, in quanto ritiene che la Sede Apostolica sia vacante e che chi siede sul trono di Pietro non sia veramente Papa. La seconda opposizione, conservatrice, vive con disagio alcuni documenti e riforme conciliari e post-conciliari ma vuole rimanere fedele a Roma e al Papa, da cui attende semmai spiegazioni e chiarimenti, talora sollecitati con maggiore o minore vigore. La terza, quella per cui più correntemente si usa l’etichetta “tradizionalista”, in parte contestata dagli stessi cui è applicata, rifiuta il Concilio – o almeno molti suoi documenti – e le riforme post-conciliari, nello stesso tempo affermando di non avere dubbi sul fatto che chi occupa la Sede Apostolica sia veramente il Papa e precisando che intende seguirlo solo nel suo Magistero infallibile, di cui non farebbero parte i documenti del Vaticano II, ma non, invece, nel suo Magistero ordinario che, in quanto “fallibile”, potrebbe essere apertamente rifiutato. Questa terza area trova nella Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), la sua maggiore organizzazione, verso la quale, prima di Papa Francesco, altri gruppi più piccoli e intellettuali, che pure ne condividevano lo schema generale di critica al Concilio, si tenevano più distanti a causa della sua “separatezza” da Roma, che essi invece cercavano di evitare. L’elezione di Papa Francesco, però, ha favorito una ricomposizione della terza area.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X è attualmente presente in 65 Stati – 32 Paesi con sacerdoti residenti e 33 Paesi con sacerdoti in missione –, con 575 sacerdoti di 35 nazionalità, di cui 3 vescovi, più 198 seminaristi di 29 Paesi, 102 fratelli di 19 Paesi, 76 oblate di 29 nazionalità, 181 suore “apparentate”, 1 casa generalizia, 6 seminari, 14 distretti, 2 case autonome, 162 priorati – dei quali 38 in Francia –, 750 chiese, cappelle e centri di Messa, 2 istituti universitari, 100 scuole, 7 case di riposo. In Italia essa è presente con i priorati di Albano Laziale (Roma), Spadarolo di Rimini (Rimini), Lanzago di Silea (Treviso) e Montalenghe (Torino). Intorno a queste realtà gravitano circa un migliaio di fedeli.
Perché la consacrazione di nuovi vescovi senza il mandato del Papa è considerata un fatto così grave?
La consacrazione dei vescovi senza mandato pontificio è grave perché equivale alla proclamazione di uno scisma. Così facendo i lefebvriani infrangono la comunione gerarchica: il vescovo non è tale per iniziativa privata, ma dentro la successione apostolica vissuta in comunione con il successore di Pietro e con il suo collegio episcopale. Questa infrazione è tanto più grave per il fatto che implica, per la seconda volta, la scomunica automatica (peraltro dopo aver ricevuto, nel 2009, il perdono da Benedetto XVI per la prima), e ciò avviene nonostante gli avvertimenti e la pazienza dimostrata da Papa Leone. Se la Fraternità rifà oggi lo stesso gesto è perché vuole manifestare un dissenso, che è soprattutto dottrinale. Ma di quali “ragioni dottrinali” si tratta? Si ha spesso l’impressione che in primo piano ci sia la questione della cosiddetta “Messa in latino” e della liturgia anteriore alla riforma di Paolo VI, cui la Fraternità resta tenacemente attaccata. Certamente l’importanza della questione liturgica non va sottovalutata. Tuttavia, esistono altre comunità che celebrano prevalentemente, o anche esclusivamente, la Messa nella forma precedente alla riforma e che hanno trovato un modus vivendi con la Santa Sede. Il problema è più ampio di questo, e va ricercato nell’incapacità di accogliere il significato ecclesiologico del Concilio Vaticano II, il che sottende una diversa comprensione della Chiesa.
Questa vicenda affonda le sue radici nel 1988 e nel rifiuto di alcune scelte del Concilio Vaticano II. Perché, a quasi quarant’anni da allora e a oltre sessant’anni dal Concilio, quella ferita non si è ancora rimarginata?
Pur avendo a suo tempo firmato tutti i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), mons. Lefebvre emerse negli anni 1970 e 1980 come il maggiore oppositore cattolico del Concilio e delle riforme post-conciliari, incorrendo nella sospensione a divinis il 22 luglio 1976 e – dopo avere consacrato senza l’autorizzazione di Roma quattro vescovi – nella scomunica il 30 giugno 1988. La scomunica colpiva anche i quattro vescovi da lui consacrati, ma nei loro confronti è stata rimessa il 21 gennaio 2009, nel quadro di discussioni volute da Papa Benedetto XVI che avrebbero dovuto portare la Fraternità Sacerdotale San Pio X a un rientro nella piena comunione ecclesiale.
Nonostante il passare del tempo, e i gesti compiuti, la ferita non si è rimarginata perché, di base, c’è una forte distanza dottrinale. Il problema, però, come accennato, non è solo la liturgia, come potrebbe sembrare. La questione decisiva è invece quella relativa alla libertà di religione. Ciò che divide la Fraternità dalla Santa Sede sono i documenti del Concilio Ecumenico e, in particolare, il decreto sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. Con questo decreto, secondo mons. Lefebvre, la Chiesa del Vaticano II avrebbe rinunciato all’ideale di una società cristiana e di uno Stato cattolico, avrebbe tradito la dottrina della regalità sociale di Gesù Cristo e avrebbe ceduto al liberalismo politico. Detto in altri termini, la Fraternità vuole che lo Stato riconosca la Chiesa cattolica e impedisca il culto pubblico delle “false religioni”. Questa richiesta è conforme alla dottrina della regalità sociale che i membri della Fraternità proclamano affermando che una buona politica è quella del Cristo Re, quindi far regnare Gesù Cristo. In altre parole, i lefebvriani non accettano il pluralismo religioso.
Si tratta di una vicenda che riguarda una piccola minoranza o di una frattura che interpella tutta la Chiesa cattolica?
Si tratta di una frattura che interpella tutta la Chiesa cattolica. I lefebvriani non riconoscono che la libertà religiosa sia un diritto inscritto nella natura umana, come vuole Dignitatis humanae, ma la considerano una forma di relativismo. Ciò mina profondamente non solo il mondo cattolico post-conciliare, ma la stessa concezione dello Stato. E ora anche questo diventerà un pensiero di Leone, eletto Papa per ricucire le tante ferite aperte nella Chiesa.
Mentre la pratica religiosa diminuisce, sembrano crescere le richieste di una Chiesa più tradizionale. È una contraddizione solo apparente? Che cosa ci dice questo del cattolicesimo e della società di oggi?
Le ultime statistiche in tema di religione non fanno che rammentarci che la partecipazione al culto domenicale e la religione di chiesa, non solo in Europa occidentale ma anche in Nord America, stanno vivendo una crisi probabilmente irreversibile e un declino senza precedenti. In questo contesto alcune ricerche rivelano un aumento di interesse per il mondo tradizionalista. Benché una geografia dei siti Internet e dei gruppi “tradizionalisti” non sia facile – e dipenda, ovviamente, anche dalla difficile definizione di “tradizionalismo” – si può affermare che oggi in Italia la presenza di gruppi che prediligono la liturgia tradizionale in lingua latina e posizioni teologiche conservatrici ma che nello stesso tempo rimangono in piena comunione con la Santa Sede, accettando anche i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, sia ben più consistente rispetto a quella della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Secondo molti studiosi, in tempi di crisi, il bisogno di certezze e di identità esclusive riporta le persone nelle chiese; tutta la Chiesa subisce il fascino di questo ritorno ma, per quanto chiassoso, non compensa certo le uscite che, da tempo, si vanno registrando.