Cachessia neoplastica, la sindrome che “consuma” il corpo: a Torino un anno di consapevolezza e la vigna che cura
Un anno fa, il 26 settembre 2025, la Mole Antonelliana si accendeva del Nastro della Consapevolezza per la prima Giornata Mondiale dedicata alla cachessia neoplastica: la sindrome da deperimento – perdita di peso corporeo, forza muscolare ed energie – che accompagna moltissimi pazienti oncologici ma che resta, ancora oggi, largamente sconosciuta al grande pubblico. L’iniziativa, nata a margine dell’VIII Convegno Internazionale sulla Cachessia Neoplastica ospitato a Torino dalla Cancer Cachexia Society in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino, si rinnova ogni anno, l’ultimo venerdì di settembre, per rafforzare l’importanza di questa condizione patologica.
A Torino la ricerca sulla cachessia è particolarmente attiva: oltre al Dipartimento di Scienze
Cliniche e Biologiche, anche il Molecular Biotechnology Center e il Dipartimento di
Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino conducono studi
dedicati a chiarirne i meccanismi patogenetici e allo sviluppo di nuove strategie
terapeutiche.
La professoressa Paola Costelli dell’Università di Torino ci ricorda perché è importante parlarne: "La cachessia neoplastica si sviluppa in circa l’80% dei pazienti con cancro avanzato, ma viene riconosciuta precocemente solo in una minima parte dei casi. Si stima che sia responsabile di circa il 30% dei decessi per cancro, più del tumore stesso. Riconoscerla per tempo permette di mantenere il paziente in condizioni fisiche migliori, senza dover sospendere o ridurre le terapie antitumorali, con effetti diretti sulla qualità della vita e sulle possibilità di guarigione. Riuscire a comunicarla significa attivare progetti clinici e sensibilizzare medici di base, pazienti e enti decisori per rafforzare le cure".
"La cachessia non è una condizione ineluttabile, ma una complicanza da prevenire" – integra la psiconcologa e psicoterapeuta Maria Vittoria Pacchiana Parravicini - "riconoscerla e trattarla precocemente, attraverso una solida alleanza terapeutica multidisciplinare, può cambiare il destino di cura del paziente".
Nello stesso spirito – portare la cura anche fuori dagli spazi tradizionali della medicina – pochi giorni fa, il 7 settembre, è stato avviato, a breve distanza da Torino, un progetto che guarda nella stessa direzione. Nel parco dell’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano è stata inaugurata Rivìtere, la prima vigna terapeutica realizzata dentro una struttura ospedaliera pubblica in Italia: circa 900 metri quadrati, sei aree coltivate più uno spazio sensoriale, 390 barbatelle di varietà resistenti PIWI e sensori digitali che consentono di raccogliere dati clinici e ambientali per misurare scientificamente l’impatto della terapia in ambiente naturale. Il progetto, promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi insieme alla startup Citiculture e all’Associazione San Luigi Gonzaga Onlus, con il sostegno di Fondazione Reale e Fondazione CRT, coinvolge pazienti con disabilità neurologiche, patologie oncologiche e malattie croniche: la cura della vigna diventa un percorso per allenare movimento, coordinazione, equilibrio e autonomia, oltre che un’occasione di socialità tra pazienti, familiari e caregiver.
"Continuiamo un percorso preciso: utilizzare anche gli spazi esterni dell’ospedale come luoghi nei quali continuare concretamente la cura", ha dichiarato il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi Gonzaga, Davide Minniti, all’inaugurazione del 7 settembre.
Due iniziative diverse per storia e per scala – una giornata internazionale di sensibilizzazione, un nuovo spazio di cura alle porte di Torino – che raccontano la stessa attenzione: quella per tutto ciò che, oltre alla terapia in senso stretto, aiuta i pazienti oncologici a restare più forti, più autonomi e meno soli.
Per maggiori informazioni: https://www.cancercachexianetwork.org/