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Cosa ci insegna la Resistenza 80 anni dopo

I nuovi interessi della storiografia e i rischi per la memoria pubblica, a 80 anni dal 25 aprile 1945 lo storico Giovanni De Luna riflette sul senso di una scelta individuale e sulla consapevolezza di una data che ha cambiato la storia
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Torino, 6 maggio 1945. Sfilata della liberazione in piazza Vittorio Veneto
Torino, 6 maggio 1945. Sfilata della liberazione in piazza Vittorio Veneto

La scelta dopo l’8 settembre, i venti mesi sulle montagne, speranze e tormenti di un periodo vissuto con passione, che ha ribaltato il corso della storia. A ottant’anni dal 25 aprile 1945, la data che rappresenta la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, indaghiamo con lo storico Giovanni De Luna i rischi di una memoria che – anche con la scomparsa dei testimoni – si affievolisce e com’è cambiato lo sguardo della storiografia sulla Resistenza. Uno sguardo che, allontanandosi dalla retorica, ha provato maggiormente ad avvicinarsi alla realtà dei singoli individui e delle loro scelte.

Professore, sono passati ottant’anni dall’aprile del 1945 e i testimoni di quell’epoca stanno scomparendo. Come si trasmette il significato della Liberazione e cosa ancora ci insegna l’esperienza della Resistenza? 

Il fatto che non ci siano più testimoni o che quelli che ci sono diventano sempre più vecchi non è un grande ostacolo per la ricerca storica, perché comunque molte testimonianze sono state già rilasciate. D’altronde, sulla memoria si è lavorato a lungo. Non è tanto un problema di dibattito storiografico quanto di memoria pubblica. Nella memoria pubblica è evidente che il significato della Resistenza si stia appannando. Il rischio maggiore, credo, sia quello di una cornice celebrativa in cui, con un'enfasi troppo monumentale, ci si abbandona più alla retorica della celebrazione che non alla consapevolezza di quella data. Quella data è significativa perché è un ponte verso la Costituzione. 

Sta dicendo che senza il 25 aprile la Costituzione, così come la conosciamo, non ci sarebbe stata?

Sì, la Costituzione non nasce soltanto dall'Assemblea costituente e dai partiti che si riuniscono il 2 giugno del 1946, nasce proprio dalla scelta della Resistenza. Quando l'8 settembre 1943 si decide di andare in montagna, si sceglie il recupero della propria sovranità individuale, della propria autonomia e indipendenza. Dopo vent'anni di obbedienza, di “credere, obbedire e combattere”, che erano l’ora del fascismo, dopo vent'anni di disciplina, di gerarchia, di ordine, di legalità, la Resistenza è una scelta profondamente illegale. Al Nord avevi tre possibilità: o tutti a casa, regredendo nella vita domestica, nel piccolo guscio di casa propria, che era poi la metafora de La casa in collina usata da Pavese per Torino; oppure obbedire agli ordini di chi aveva il potere di farlo con la forza, accettando di andare nella Repubblica Sociale di Salò, accondiscendendo ai bandi; la terza possibilità era quella dell'autonomia, andare in montagna e prendere le armi contro l'ordine costituito. I giovani che allora fecero la scelta della montagna, fecero un atto di pura disobbedienza e furono una minoranza. Non è vero che d’un tratto il popolo italiano fosse antifascista. Ci fu una minoranza eroica, che si incaricò di riscattare questo Paese dall'ignavia dei saggi. Io credo che questa scelta individuale sia stata il presupposto fondamentale della Resistenza, quello che spiega il miracolo anche organizzativo della Resistenza. Il 25 aprile arrivarono a Torino 9mila uomini dalle montagne, tutti perfettamente inquadrati. Si pensi che l'8 settembre non c'era niente sul piano dell’opposizione al fascismo, se in venti mesi l'Italia si scrolla di dosso quel giogo è grazie alla radicalità della scelta dell'8 settembre.

L’interesse per la Resistenza antifascista è stato nel corso dei decenni diverso nelle declinazioni, negli approcci e nelle passioni. Abbiamo attraversato varie fasi fino a oggi. È così?

Le stagioni della memoria sono un aspetto interessante, perché ogni memoria ha una stagione diversa. Una memoria inquieta, che cambia a seconda delle fasi che hanno scandito la storia dell'Italia repubblicana. Abbiamo avuto negli anni Cinquanta una memoria difensiva, in cui i partigiani finiscono sotto attacco come rubagalline o promotori di una guerra civile. Poi, c'è la memoria dei Sessanta, che è una memoria invece più enfatica, più celebrativa, in cui si incomincia a parlare di Repubblica nata dalla Resistenza. C'è la memoria militante degli anni Settanta, quando le piazze ribollivano di passioni. E quella degli Ottanta, che torna a essere una memoria enfatica celebrativa con Craxi che inaugura la caserma della Guardia di Finanza a Milano o Gava che inaugura il monumento allo scugnizzo a Napoli. Ci sono, quindi, varie stagioni della memoria e quella di adesso è una stagione particolare proprio perché è una stagione di anziani che ripetono racconti che hanno già fatto tante volte ma lo fanno in una dimensione totalmente difensiva, perché oggi, è bene non dimenticarlo, abbiamo al governo un partito erede di quel tragico periodo.

Avendo già ampiamente scandagliato la cosiddetta storia maggiore, su cosa si concentrano gli ultimi studi sulla Resistenza?

Si è passati dallo studio della Resistenza a quello dei resistenti, dal racconto dei venti mesi nel suo complesso alle scelte dei singoli individui. Sull'onda delle ricerche di Claudio Pavone si è consolidata una stagione storiografica molto meno enfatica. Pavone è stato il primo a sdoganare il concetto di guerra civile, un concetto alto che ti obbliga a scandagliare gli universi morali dei due contendenti, fascisti e antifascisti. La dimensione individuale e biografica della scelta dell'8 settembre era stata appannaggio soltanto dei grandi scrittori, da Fenoglio a Calvino. Adesso è un bagaglio costante del dibattito storiografico. Si pensi al libro di Chiara Colombini Storia passionale della guerra partigiana (Laterza, 2023). Ci si è avvicinati di più alla realtà dei singoli individui e delle singole scelte individuali.

E quali sono gli strumenti dello storico contemporaneo? 

In questa stagione storiografica credo sia fondamentale come fonte il diario. Il diario di Pedro Ferreira, che muore fucilato nel gennaio del 1945, ci restituisce soprattutto i suoi scritti coevi. Un altro documento è il diario di Emanuele Artom, che muore nell’aprile del 1944. Sono tutti documenti scritti nel cuore e nel fuoco della lotta armata, che ci restituiscono l'immediatezza di quella realtà e che per noi storici sono imprescindibili.

Prima diceva che la Resistenza è stata un'esperienza di minoranza, quanto è stata un'esperienza trasversale e interclassista?

È stata certamente un'esperienza interclassista, ma non c'è dubbio che la Resistenza operaia fu sovrastante. Soltanto in Italia si riconoscono così tanti scioperi: nel marzo, nell'agosto e nel novembre del 1943 e ancora nel marzo del 1944. È una specificità italiana, ricca di rivendicazioni egualitarie. I lavoratori rivendicavano, ad esempio, il pagamento di 192 ore indennità di sfollamento e lo facevano per tutti, non solo per gli sfollati. Dopodiché ci furono anche intellettuali e i militari, però stiamo parlando di un universo molto minoritario. Andare in montagna allora voleva dire avere coraggio, essere pronti a sfidare il più potente esercito che una nazione europea avesse mai schierato. In campo c’era la Wehrmacht tedesca. Entrare nelle file dei partigiani era una scelta consapevole, nella quale si poteva anche essere uccisi o si andava per uccidere. Alternativa non c'era.

E quali sono i numeri della partecipazione partigiana? 

I numeri sono molto oscillanti, perché la Resistenza fu un fatto di popolo minoritario. Dalle 20-30 mila unità dopo l’8 settembre si arrivò alle 100-150mila durante l'estate partigiana del 1944. Poi, ci fu un'ulteriore contrazione nell'inverno tra il 1944 e il 1945, quando ci fu il proclama Alexander, il comandante delle truppe alleate che disse che le operazioni militari si sarebbero fermate alla linea gotica, invitando i partigiani a lasciare le armi e a tornarsene a casa. I partigiani non accettarono, però ovviamente i quadri si restrinsero: arrivarono a 50-60mila, per poi ricominciare a risalire nella primavera del 1945 arrivando addirittura al numero di 250mila. Ma stiamo comunque parlando di numeri molto piccoli rispetto ai milioni di italiani che affollavano le piazze durante i discorsi Mussolini o che avevano la tessera del Partito nazionale fascista. I tesserati del Pnf nel giugno del 1940, quando l'Italia entra in guerra, erano tra i 5 e i 6 milioni. 

A un secolo dal Ventennio si può dire che l'Italia ha fatto i conti con la dittatura oppure no?

No, purtroppo il fascismo è parte integrante dell'autobiografia della nazione. Il fascismo non è un accidente della storia, è il luogo storico in cui emersero tutta una serie di problemi e di criticità della nostra identità nazionale: il perbenismo, il servilismo, il tirare a campare, il “tengo famiglia”. Tutto quello che si raggrumò su un'identità italiana stereotipata il fascismo lo rese un monumento di pietra su cui costruire il suo regime. L'opposizione fascismo-antifascismo è parte della nostra antropologia, non è soltanto una differenza politico ideologica ma esistenziale, direi che fa parte del carattere degli italiani. Come esiste un familismo amorale, il “tengo famiglia” e “mi faccio i fatti miei”, esiste un familismo morale, che è quello delle madri che lottano per i figli o dei familiari delle vittime di Ustica che lottano per la verità e per la giustizia.

A 80 anni da quel 25 aprile, quali sono i rischi nella memoria pubblica nei confronti di una fase storica così importante e fondativa per la nostra vita democratica?

Di essere, come dicevo, annacquata in un'enfasi celebrativa all'interno della quale siamo tutti italiani, in cui si dice “Mussolini ha fatto anche cose buone” e fascisti e antifascisti vengono messi sullo stesso piano. Non siamo più negli anni Cinquanta, quando si tentò di far passare i partigiani per dei delinquenti, oggi se ne riconosce il valore, però si pretende che questo riconoscimento venga esteso anche ai repubblichini. E questo è il rischio maggiore che corriamo.

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