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Le nuove generazioni africane e afrodiscendenti come attori del cambiamento

Dal continente alle periferie torinesi, le giovani generazioni – tra desideri e rabbia consapevole – rivendicano riconoscimento e ascolto. Così il terzo incontro di “Orizzonti sostenibili” ha voluto superare etichette e semplificazioni
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Giovane ragazza di origine africana in Italia
(Carlos Barquero/Getty Images)

L’Africa oggi è il continente più giovane al mondo. Si tratta di un dato demografico che non è soltanto statistica, ma può essere utilizzato come una chiave interpretativa dei cambiamenti sociali, politici e culturali in atto, dentro e fuori dal continente. È a partire da questa consapevolezza che si è sviluppato il terzo incontro del ciclo Orizzonti sostenibili. Dialoghi africani tra ambiente, diritti e futuro, tenutosi il 22 gennaio a Binaria - Centro Commensale (Torino).

Attraverso la partecipazione di Alessandro Gusman (Università di Torino), Marco Trovato (Africa Rivista), Suad Omar (Associazione Donne Africa Subsahariana e Seconda generazione) e Grace Fainelli (esperta di comunicazione, copywriter, creativa), la serata ha messo al centro le nuove generazioni africane e afrodiscendenti. Si è cercato di esplorarle non come una categoria astratta o un dato tecnico, ma come soggetti concreti, al crocevia tra desideri, aspettative, emozioni e narrazioni differenti. In questo quadro, una parola – sia tra i relatori che tra il pubblico - è emersa a più riprese: rabbia. Come ha sottolineato Marco Trovato, una rabbia non cieca o distruttiva, bensì consapevole, che in numerosi contesti sociopolitici africani nasce (anche) dalla distanza crescente tra una popolazione giovane e istituzioni spesso percepite come lontane, incapaci di rappresentare il presente, dette in modo semplificato, “vecchie”.

Dalla tensione al riconoscimento

Questa tensione generazionale non riguarda solo il continente africano, ma si può ritrovare anche nelle diaspore e nei contesti europei. Il contesto metropolitano di Torino non fa eccezione. Le esperienze delle cosiddette “seconde generazioni” – nelle voci di Grace Fainelli e Suad Omar – mostrano come l’età, il colore della pelle, il linguaggio e i codici culturali possono diventare oggetto di negoziazione quotidiana della propria appartenenza, della propria identità, e per estensione del proprio benessere psicologico. In particolare, l’incontro ha restituito con forza quanto queste categorie siano tutt’altro che omogenee: dietro l’etichetta di “seconda generazione”, come ha ribadito Grace Fainelli, convivono storie, traiettorie e posizionamenti profondamente diversi, che mal si prestano a una definizione così univoca.

La riflessione si è poi spostata sul tema del riconoscimento: essere riconosciuti come parte integrante della società è emerso come un’esigenza e un diritto fondamentale, sul piano culturale, istituzionale, politico e giuridico. Questa aspirazione si scontra tuttavia con numerose barriere. Tra queste, una di natura culturale riguarda il disallineamento tra la rapidità con cui i giovani africani e afrodiscendenti entrano a far parte della società italiana (e torinese, nello specifico) e la lentezza con cui mentalità diffuse, discorsi pubblici e pratiche istituzionali riescono ad adattarsi a tale cambiamento. L’esperienza di chi è cresciuto tra più mondi (familiari, culturali, linguistici), come Grace Fainelli, ha messo in luce come l’identità non sia un dato fisso, ma un processo, spesso segnato da fratture e incomprensioni, tanto nei contesti di origine quanto in quelli di arrivo.

Lo sguardo di Suad Omar si è concentrato sulla realtà urbana e metropolitana, dove le disuguaglianze economiche spesso si intrecciano con quelle educative e culturali. Qui, l’esclusione prende forma fin dall’infanzia, nelle scuole, nei quartieri, nelle relazioni quotidiane. Pratiche apparentemente marginali – come la modifica dei nomi in contesto scolastico per facilitarne la pronuncia – rivelano in realtà il peso profondo che il mancato riconoscimento può avere sull’identità e sulla fiducia in sé dei più giovani. In questi contesti, la rabbia che emerge nelle periferie non è un’anomalia, ma una risposta alla società, ai disagi e alle barriere quotidiane.

Fare i conti con il colonialismo 

Il confronto ha infine allargato lo sguardo a una dimensione storica più ampia, richiamando il fatto che il colonialismo non appartiene solo al passato. Come ha sottolineato Suad Omar, persistono oggi forme di colonialismo linguistico, culturale ed economico che continuano a modellare rapporti di potere e disuguaglianze. Riconoscerle è un passaggio necessario, anche sapendo che i cambiamenti reali richiedono tempo, anni, forse decenni.

Il dibattito con il pubblico ha confermato quanto questi temi siano sentiti e attraversati da prospettive plurali, spesso convergenti nelle istanze di fondo, ma diverse negli sguardi e nelle esperienze. Ne è emersa l’urgenza di continuare a osservare, interrogare e discutere le dinamiche che coinvolgono le nuove generazioni africane e afrodiscendenti, senza semplificazioni, ma con attenzione, ascolto e senso critico, all’interno e al di fuori dell’accademia.

L’incontro ha mostrato come le nuove generazioni non devono essere solo “oggetto” di analisi e di dibattito, ma veri e propri attori del cambiamento, portatori di visioni e pratiche che interrogano il presente e aprono spazi di possibilità per il futuro. 

In questo quadro, il dibattito si inserisce in una più ampia costellazione di iniziative cittadine. Nel mese di febbraio, la città della Mole ospita il Torino Black History Month, curato dall’Associazione Donne Africa Subsahariana e Seconda Generazione. Si tratta di un percorso diffuso di eventi e momenti di approfondimento che offre ulteriori strumenti per comprendere queste (e tante altre) dinamiche. Tra i temi portanti dell’edizione vi è proprio il colonialismo commerciale, una dimensione richiamata anche nel corso dell’incontro. 

Il ciclo Orizzonti sostenibili proseguirà con tre ulteriori incontri tra febbraio, marzo e aprile, continuando a fornire spazi di riflessione collettiva per osservare e interrogare, senza semplificazioni, le trasformazioni che attraversano il presente (aprendo interrogativi sul futuro).

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