Un’università inclusiva in un carcere dei diritti e delle opportunità
Questa mattina, alla Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”, si è svolta la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2025/2026 del Polo Universitario per detenuti. Presenti la rettrice Cristina Prandi e il delegato Rocco Sciarrone. Franco Prina ha tenuto la lectio magistralis, qui pubblicata.
Torno qui con grande piacere e un po’ di commozione a due anni dalla fine dei mandati che mi hanno impegnato nella fase finale della mia carriera di professore universitario. Mi riferisco al mandato di Delegato del Rettore dell’Università di Torino (dal 2013 al 2024) e di Presidente della CNUPP, la Conferenza Nazionale Universitaria Poli Penitenziari istituita dalla CRUI (dalla sua fondazione nel 2018 al 2024).
Ringrazio il collega Rocco Sciarrone che ha assunto con grande competenza e dedizione il mio ruolo e la delega. E ringrazio la Rettrice e il Prorettore che hanno voluto essere qui per il grande significato che riveste un’inaugurazione di anno accademico in un luogo come questo e che hanno consentito che rivolgessi a tutti voi le considerazioni che mi accingo a esporre. Saluto e ringrazio tutte e tutti i presenti: con molte e molti di voi ho avuto occasioni di scambi e di collaborazione sempre rispettosi e costruttivi.
Provo oggi a riflettere sul senso dell’incontro e della relazione dell’Università (la nostra come le altre 47 che sono oggi riunite nella CNUPP) con il “penitenziario”, inteso come insieme delle istituzioni delegate alla gestione delle pene e come mondo di idee, come contenuti culturali intorno a devianza, reato e sanzioni penali.
Proverò a rispondere a due domande: cosa qualifica la presenza delle università nel contesto carcerario? quale carcere può valorizzare al meglio il contributo delle università?
Nell’ultima parte mi soffermerò sul ruolo che la cultura in genere può avere nei contesti carcerari e su come chiusure e ostacoli al contributo che, nelle sue diverse declinazioni, può offrire non solo sia contrario a principi ed evidenze, ma non sia neppure utile e conveniente per il sistema carcerario, chi vi lavora, le persone detenute, la società intera.
La presenza dell’università in carcere
Vorrei in primo luogo parlare di noi università che oggi svolgiamo qui una cerimonia importante che, ogni anno, rappresenta un momento fondamentale per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità universitaria (in tutte le sue articolazioni, dunque anche questo “Polo”), riflettere sui risultati raggiunti e definire gli obiettivi futuri. Vorrei provare a mostrare non solo in che senso va inteso l’impegno nei confronti degli studenti e delle studentesse detenuti, ma anche come l’essere in relazione con le istituzioni penitenziarie e, più in generale, il sistema penale ha rilevanza, senso e utilità per l’istituzione università e la comunità accademica intera.
Mi riferisco, per fare questo, alla classica articolazione che usiamo nella definizione della nostra identità nel contesto contemporaneo, ovvero l’impegno nelle tre “missioni”.
a) In ordine alla prima missione, quella didattica, abbiamo da tempo superato la visione dell’impegno dell’Università in carcere come una questione di buona volontà e disponibilità di questo o quel docente/volontario a favorire lo studio di qualche detenuto con l’obiettivo della sua rieducazione. O – vi tornerò – ad un impegno di “terza missione”.
È questo peraltro lo spirito con cui molti esponenti di diverse università hanno aperto la strada che ci porta ad oggi. Una sorta di volontariato che in molti casi si concretizzava nel procurare i libri, fornire assistenza allo studio di singoli detenuti, far sostenere esami, a volte accompagnarli fino alla laurea.
Torino rappresentò una eccezione a questo, per l’incontro – nel 1982 – tra un esponente di spicco delle Brigate rosse e un giurista della Facoltà di Scienze Politiche, Guido Neppi Modona, che fin da subito pose le basi per un impegno strutturato, coinvolgendo in maniera organica l’intera Facoltà e interloquendo in maniera diretta con l’amministrazione penitenziaria. Cosa che portò alcuni anni dopo alla costituzione, prima in Italia, di una sezione dedicata agli studenti universitari detenuti. La storia di questi anni è stata scritta più volte. Mi sembra doveroso qui ricordare il libro di Maria Teresa Pichetto Se la cultura entra in carcere, la collega scomparsa a novembre che per molti anni è stata delegata dei Rettori prima di me e che fino all’ultimo (aveva 86 anni) dedicò tempo ed energie a fare lezioni qui.
Tante altre università, negli anni passati hanno avviato e consolidato il loro impegno in carcere. Diremo solo che dal confronto tra alcune di esse si è giunti a quella che oggi è la realtà della CNUPP, la Conferenza creata in seno alla CRUI nel 2018 e che negli anni si è confrontata in maniera istituzionale e strutturata con i vertici del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) e tutte le sue articolazioni per rendere effettivo il diritto agli studi universitari delle persone private della libertà e per delineare altri ambiti di collaborazione tra università e mondo dell’esecuzione penale.
In questo scenario mi preme richiamare alcuni dei principi cui il confronto e le discussioni interne alla Conferenza sono pervenuti e che rappresentano oggetto di riflessione per gli Atenei, in una duplice valenza: quella della natura e del significato dell’impegno “didattico” in questo ambito e, insieme, dei vantaggi e delle opportunità che alle stesse università deriva da questo confronto e questa presenza.
I. L’impegno ha un solido fondamento nel dettato costituzionale: il principio che ispira l’assunzione di responsabilità delle università nei confronti delle persone detenute, prima e più dell’art. 27, su cui tornerò, è quanto espresso nell’art. 3 della Costituzione che afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dalle condizioni sociali (dunque anche quella di privazione della libertà) e che ricorda che la Repubblica (di cui è componente anche il sistema universitario) deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione e la partecipazione dei cittadini. Da questo principio (insieme a quello espresso nell’art. 34 concernente l’istruzione, laddove afferma il diritto di tutti a pervenire ai gradi superiori degli studi), deriva che ogni cittadino e ogni cittadina privato/a della libertà ha diritto – avendone i requisiti richiesti agli altri cittadini – di perseguire obiettivi di studio superiore e che le Università hanno – di conseguenza – il dovere di far sì che tale diritto sia concretamente garantito.
II. L’esigenza – per dare concretezza a questi principi – che ogni Università abbia attenzione a quella parte dei propri studenti che si possono definire “portatori di esigenze particolari”, adattando ad esse le forme della didattica e, per usare le già citate parole della Costituzione, rimuovendo gli ostacoli che si frappongono alla loro riuscita negli studi e alla più ampia inclusione nel contesto universitario. Le condizioni in cui si trovano uno studente o una studentessa detenuto/a sono dunque meritevoli di una considerazione riflessiva e di un impegno particolare: studenti e studentesse universitari a tutti gli effetti, che hanno libertà di scelta del loro percorso e da cui si pretende lo stesso impegno che si pretende per gli studenti liberi, sono tuttavia studenti e studentesse con esigenze “speciali”. Come altre categorie di studenti e studentesse, che necessitano di sostegni particolari sempre o in certe fasi del loro percorso, vanno accompagnati con modalità peculiari e richiedono anche investimenti “dedicati” in termini di tutorato e riconoscimento dell’impegno al di fuori delle aule ordinarie, e in questo contesto particolare, da parte dei docenti. Anche integrando in maniera intelligente la didattica in presenza (qui più che mai irrinunciabile) e la didattica a distanza, in questo ambito risorsa assolutamente preziosa, ancorché oggetto di confronto da tempo con l’Amministrazione penitenziaria per il suo pieno sviluppo.
III. Il considerare il contesto carcerario, con cui si mantengono rapporti di collaborazione per il diritto allo studio delle persone recluse, come opportunità per le stesse università. Questo sotto tre importanti profili:
- Per l’importanza, per la formazione di studenti “liberi” in molti percorsi accademici, delle tematiche inerenti alla pena e alla sua esecuzione, al funzionamento (e ai problemi) delle istituzioni carcerarie, alle connotazioni e alle condizioni delle persone che le abitano. Pensiamo a come possano essere oggetto di diverse discipline e quanto possa essere arricchente il fatto che chi le insegna ne abbia una conoscenza diretta, per il proprio coinvolgimento nella didattica in carcere: diritto penale, procedura penale, sociologia del diritto, sociologia della devianza, storia delle istituzioni pubbliche, psicologia, criminologia, medicina delle dipendenze, psichiatria e neuropsichiatria.
- Per la possibilità di collaborare con le istituzioni penitenziarie per offrire opportunità ed esperienze di conoscenza diretta, di sperimentazione, di formazione sul campo, attraverso scambi, laboratori, cliniche legali, tirocini strutturati, alle studentesse e agli studenti che frequentano corsi di laurea diversi: giurisprudenza, scienze dell’educazione, servizio sociale, psicologia, scienze motorie, diverse specialità di medicina.
- Per l’opportunità di sperimentazione – date le persone che abitano il carcere e le loro peculiari caratteristiche (età media elevata e molte e diverse esperienze precedenti) – di forme di didattica (e di “pensiero” sulla didattica), che possono avere rilevanza nel quadro della riflessione che gli atenei si propongono in maniera crescente in merito alla formazione di pubblici diversi da quelli tradizionali, ossia degli adulti, nel contesto delle prospettive del lifelong learning. [...]
b) In merito alla seconda missione, la ricerca, il campo del penitenziario e dell’esecuzione delle pene offre ampie opportunità anche qui sotto prospettive e profili disciplinari (e interdisciplinari) diversi. Gli stessi che ho citato con riferimento a varie discipline. Che – come in ogni campo – possono alimentare i contenuti dell’insegnamento solo se supportati e alimentati dalla ricerca.
L’Università di Torino, come molte altre, ha una lunga tradizione di studi e ricerche nel campo, che riguardano tematiche generali, condizioni specifiche, aspetti organizzativi dell’istituzione, identità, culture e condizioni di lavoro degli operatori, della polizia penitenziaria in primis, anche attraverso metodologie come l’osservazione “partecipante”. Per non parlare di quando ad essere protagonisti competenti della stessa ricerca sono persone che sperimentano o hanno sperimentato direttamente la vita carceraria e hanno affinato competenze metodologiche nel corso dei loro studi. [...]
L’impegno di ricerca scientifica in questo campo non ha solamente valenza accademica. Essa può opportunamente offrire elementi di conoscenza – oltre che sulle persone che lo abitano – sul sistema e sulle diverse problematiche che lo attraversano, elementi che potrebbero essere utili soprattutto a chi quel sistema governa. In questa direzione va un accordo tra la CNUPP e il DAP, stipulato nel 2020 per promuovere e per valorizzare le ricerche prodotte in ambito universitario nei percorsi formativi e di aggiornamento del personale, così come per le esigenze di riflessione da parte dell’Amministrazione sulle criticità da affrontare e risolvere.
Oggi siamo a interrogarci se e in che misura questo impegno sia non solo condiviso, ma addirittura praticabile, dal momento che le condizioni che ne consentono lo sviluppo sono due: da un lato certo le sensibilità e gli interessi di ricercatori nell’accademia, ma, dall’altro, l’apertura e l’interesse del sistema penitenziario ai contributi che allo stesso sistema può dare la ricerca, anche quando pone in luce problemi e criticità. Vi tornerò parlando della postura e delle posizioni che in quel sistema si esprimono in questi tempi.
c) Da parecchi anni, da quando questa “missione” è stata teorizzata e valorizzata, il campo del penitenziario è oggetto di iniziative di terza missione da parte di molti atenei. Con non poche ambiguità che l’elaborazione in sede CNUPP ha cercato di dipanare. La principale che considera l’insieme dell’impegno di una università in carcere come impegno di terza missione, mentre deve essere chiaro – e quanto detto sopra dovrebbe non lasciare dubbi – che solo una parte specifica di impegni rientra in essa, essendo didattica e ricerca componenti distinti e specifici, ancorché intrecciati.
Il contesto in cui ci troviamo da questo punto di vista può davvero essere ambito di elezione di una istituzione – quella universitaria – che guarda e pone le proprie competenze a disposizione del territorio e di tutte le realtà e istituzioni che vi sono presenti e vi operano e delle persone che vi vivono. Questo può essere fatto in molti modi:
- portando negli istituti penitenziari iniziative promosse dall’Università (penso – per fare un solo esempio – alla Biennale democrazia) o incontri con saperi e conoscenze che consentano di mantenere vivo il legame della popolazione detenuta con i cambiamenti della società e come occasioni di crescita culturale;
- offrendo le competenze dei propri docenti a chi il carcere lo governa e vi lavora per attività di aggiornamento, formazione, sostegno, supervisione;
- partecipando con propri docenti e ricercatori a iniziative gestite da associazioni che si occupano di fenomeni criminali (penso alla collaborazione con Libera), di reati di diversa natura (penso alle associazioni che si occupano di violenza di genere o di femminicidi), a quelle che più direttamente sono impegnate sulla condizione carceraria e svolgono attività di monitoraggio (come Antigone);
- promuovendo nei territori occasioni di conoscenza del “mondo del penitenziario”, di sensibilizzazione di particolari pubblici (penso ai ragazzi e alle ragazze delle scuole), di formazione e aggiornamento, ad esempio al volontariato.
Anche su questo fronte l’impegno dell’Università di Torino è crescente, ma può essere ulteriormente sviluppato, anche nella direzione di un maggiore coinvolgimento delle direzioni e dell’amministrazione penitenziaria competente sul territorio.
Quale carcere valorizza appieno la presenza dell’università
Se volgiamo ora lo sguardo al sistema penitenziario, ho provato ad astrarmi dalle contingenze e a formulare, in una dimensione per molti versi “utopica”, un insieme di considerazioni su quale carcere (e più in generale, quale sistema penitenziario) valorizzerebbe pienamente il contributo, l’impegno, la presenza della comunità universitaria, nelle sue potenzialità in termini di competenze, di sensibilità, di cultura.
a) Un carcere dei diritti, un carcere in cui persone private – in virtù di una sentenza di condanna o di altro provvedimento giudiziario – del fondamentale diritto alla libertà personale, non sono private degli altri diritti di cittadinanza, che nessuna sentenza e soprattutto nessuna amministrazione dello Stato delegata all’esecuzione penale, può conculcare o negare. Penso al diritto alla salute (e, in primis, all’incolumità fisica), alle relazioni affettive, allo studio, anche universitario. Riconoscendo nei fatti – con riferimento a quest’ultimo – che non è concessione discrezionale, premio ai meritevoli, non dovrebbe essere solamente “agevolato” “ove possibile” (come pure continuano a recitare le disposizioni regolamentari), ma diritto garantito sempre e a tutti coloro che ne hanno interesse e i requisiti necessari. Cosa negata se le presenze per l’erogazione di corsi e la gestione delle diverse attività connesse da parte di chi ne ha responsabilità (scuole dei diversi gradi e Università) sono subordinate a tutte le altre esigenze organizzative e alle relative carenze, quando non percepite con fastidio.
b) Un carcere costituzionalmente orientato, che si ispira all’art. 27, che, lo dobbiamo sempre ricordare, al comma 3, recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Se la prima parte del comma si collega strettamente a quanto appena detto sul rispetto dei diritti (essendo, per fare un esempio, la negazione delle cure mediche che tante volte si verifica, un trattamento “contrario al senso di umanità”), la seconda parte, quella sempre citata come finalità della detenzione, va declinata in senso “moderno”. Non tanto come imposizione dall’alto o in modo forzoso di un cambiamento di modi di pensare e agire (quasi un intervento di trapianto di cellule sane in un organismo malato) bensì come offerta di opportunità per una rivisitazione delle proprie esperienze, elaborazione di consapevolezza in ordine alla legalità, alle norme, al rispetto degli altri nelle relazioni, di crescita culturale, di interiorizzazione di strumenti per una visione critica della realtà, di acquisizione di competenze professionali utili al momento del fine pena e del reinserimento nella società.
c) Un carcere i cui ospiti non sono “proprietà” dell’amministrazione (dei singoli istituti o del DAP) che ne fa ciò che vuole sulla base di esigenze che richiederebbero interventi strutturali (ad esempio il sovraffollamento) e di interpretazioni discrezionali delle norme (centinaia e spesso in contraddizione le une con le altre) con scelte la cui ragione spesso non è resa nota né agli interessati, né a chi ne segue i percorsi trattamentali come insegnanti o volontari: pensiamo ai trasferimenti che in moltissimi casi, con poche eccezioni – in questi ultimi tempi – non hanno alcuna attenzione al rischio di interruzione di percorsi di studio, di formazione, di lavoro intrapresi, alle relazioni con le famiglie, al principio della “territorialità” della pena.
d) Un carcere che si concepisce come “servizio pubblico”, tale essendo l’istituzione penitenziaria (come ha scritto recentemente una dirigente di PRAP di lungo corso, Lucia Castellano, in un articolo sulla rivista Micromega,1/2026 – Dei delitti e delle pene): “La ratio della legge e del regolamento di esecuzione sta nell’impostazione dell’organizzazione penitenziaria come quella di un servizio pubblico; committenti sono sia la comunità dei liberi, a cui si assicura l’esclusione dalla libertà di alcuni consociati per un certo lasso di tempo, che gli ospiti dell’istituzione, a cui si assicurano tempi e spazi di detenzione dignitosi e l’esercizio dei diritti compatibili con la limitazione della libertà”. Sotto questo profilo siamo oggi in una situazione molto problematica e, come scrive ancora Castellano: “Il carcere lungi dall’essere, come ad esempio l’ospedale, un’istituzione deputata a curare e guarire, restituisce purtroppo all’ospite la stessa violenza che lui ha agito nei confronti dei consociati liberi. Ecco perché la funzione retributiva della pena, ammantata di un’afflittività non contemplata in alcuna sentenza di condanna, prevale drasticamente sulla tensione alla rieducazione, pur essendo il peso specifico dei due principi assolutamente equivalente”. Siamo in molti casi in presenza di un “servizio pubblico” in cui le persone “prese in carico” sono trattate sistematicamente male – non possono esercitare fondamentali diritti che la privazione della libertà non dovrebbe compromettere – si ammalano se sono sane. E, aggiungiamo, sono accudite e sorvegliate da persone/operatori che stanno anche loro tendenzialmente male per le condizioni di lavoro, per le carenze di organico, per la poca cura se non il degrado dei luoghi.
e) Un carcere e più ampiamente un sistema che, a vari livelli, si interroga sul proprio funzionamento e per questo è fortemente interessato ad avvalersi di competenze di ricerca, analisi, riflessione che l’università e altri centri di ricerca possono fornire. Accogliendo e facendo tesoro anche dei contenuti che mettono in evidenza criticità e errori.
f) Un carcere integrato in maniera non episodica (come sono i tanti – a volte troppi ed estemporanei – progetti) nel territorio. Un carcere che apre quotidianamente e con convinzione le proprie porte a servizi degli enti locali (come a Torino gli sportelli dell’anagrafe o la rete delle biblioteche civiche) o di soggetti diversi del terzo settore [...].
Il contributo fondamentale della cultura
Questa integrazione tra carcere e territorio, a mio avviso, deve avere una cura particolare per la cultura. Come tante testimonianze mostrano, l’arte, il teatro, le iniziative e le proposte culturali, lo studio e dunque anche l’esperienza di studio universitario sono le sole proposte che, in carcere, restituiscono alle persone detenute la loro dimensione umana, essendo la cultura ciò che antropologicamente caratterizza l’essere umano. E sono queste le proposte e le presenze che più di tutte possono scalfire quanto la letteratura sociologica, criminologica e psicologica sul carcere ha individuato come effetti tipici dell’esperienza detentiva sul soggetto.
[...]
È evidente quanto la cultura (e, per quanto ci riguarda più direttamente, anche il successo di un percorso di studio universitario), può significare in contrasto ai rituali di degradazione, alla “mortificazione del sé”, alla costante riduzione simbolica dello status sociale dell’individuo. E ancora la partecipazione a percorsi di studio scelti e perseguiti con autodeterminazione e libertà possono contrastare il processo di infantilizzazione istituzionale. Laddove si dimostra possibile uno spazio in cui vi sono decisioni non esclusivamente prese dall’autorità come per la quasi totalità degli aspetti della vita nell’istituzione e in cui è fortemente limitata l’iniziativa personale. Contrastando la trasformazione della persona in un soggetto passivo e dipendente, con riduzione della capacità decisionale e della responsabilità personale.
La cultura contrasta poi la deprivazione sociale, culturale e relazionale che la separazione e l’isolamento sociale determinano. Promuovere cultura non è solo ridurre la separazione sociale e culturale, consentire a chi è recluso di mantenere legami con quanto succede all’esterno, portare stimoli e contenuti interessanti, far sperimentare le possibilità di espressione critica e di rielaborazione autonoma di quanto attraversa le mura dell’istituzione, ma anche sperimentazione di relazioni significative e positive. Pensiamo ai docenti, alle donne e uomini di arte, di letteratura, di teatro che quando hanno occasione di incontrare la realtà carceraria sperimentano relazioni che li segnano e, insieme, offrono opportunità di relazioni significative alle persone detenute.
Tutto ciò ha almeno tre effetti positivi anche per l’istituzione e per chi vi lavora:
- Attenua gli effetti psicologici e psicopatologici legati alla carcerazione: ansia cronica, stress costante, paura, depressione.
- Contrasta le forme di adattamento funzionale al carcere, sia nei confronti delle sue regole di funzionamento (che richiedono persone docili, obbedienti, infantili), sia in rapporto alla subcultura criminale che in carcere può prosperare se è l’unica con cui ci si confronta. Un carcere chiuso alla cultura diventa inesorabilmente luogo di socializzazione e di mero apprendimento criminale, di riproduzione di dinamiche di sopraffazione e di violenza tra detenuti e verso il personale.
- Crea condizioni favorevoli al riadattamento alla vita libera e al reinserimento sociale, contrastando quelle conseguenze di una carcerazione senza stimoli e opportunità di crescita e cambiamento che oggi misuriamo in termini di recidiva.
Conclusioni
Il carcere “ideale” che ho provato a delineare, può apparire irrealistico e già avverto pensieri, anche in questa sala, che oscillano tra il considerarmi “ignorante” nel senso di persona che ignora la realtà vera e “ingenuo” nel considerare possibile un mondo profondamente lontano da quello praticabile alle condizioni date.
Ma ciò che non è possibile è che l’università, mondo della cultura e della ricerca (che è valida solo se sa essere rigorosamente critica), si esima dal guardare oltre il contingente, pena il rinunciare ad essere luogo che nella trasmissione del sapere e nella formazione delle nuove generazioni sempre si proietta verso il futuro e coltiva la speranza nel cambiamento.
Per questo non possiamo, tutti insieme, non cogliere, innanzitutto, e rassegnarsi, poi, alle condizioni che sono proprie di un tempo – quello attuale – in cui dominano: sotto il profilo del senso comune diffuso, una concezione retributiva della pena; sotto il profilo degli orientamenti politici, delle scelte e delle prassi di governo del sistema, orientamenti ispirati al populismo penale e alla concezione afflittiva della pena.
È cronaca di questi mesi la pervicace estromissione o limitazione, in molti contesti, delle opportunità offerte da esperienze in senso lato culturali, soprattutto quando coinvolgono la comunità esterna: il teatro si fa, ma senza spettatori e men che mai uscendo a rappresentarsi in teatri pubblici; gli studenti esterni non possono più entrare a fare attività comuni con i ristretti (anche quando, come a Saluzzo, da quindici anni si sperimenta con successo l’iniziativa “adotta uno scrittore” nell’ambito del Salone del libro); si chiudono i giornali scritti da detenuti; non si considerano o non si valorizzano, rendendoli più complessi o costringendo ad interromperli, percorsi di studio anche di successo. E questo avviene non solo in alta sorveglianza, ma anche in situazioni diverse.
Spiace constatare come tutto ciò sia in contrasto con tutte le considerazioni svolte in precedenza sull’importanza della cultura e, per di più, in aperta contraddizione con quanto affermato nell’Ordinamento Penitenziario di cui abbiamo celebrato i 50 anni dall’entrata in vigore, che molto chiaramente prevede che il trattamento deve tendere "anche attraverso i contatti con I’ambiente esterno, al reinserimento sociale" (art. 1), è svolto "agevolando opportuni contatti con il mondo esterno" (art.15), e auspica che siano “favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative” curandone l'organizzazione "con il mondo esterno" (art.27).
Quanto sta succedendo in questi ultimi tempi è frutto dell’idea, del tutto priva di riscontri (qui ancora la ricerca dovrebbe essere valorizzata), che le carceri – in particolare le sezioni di Alta sicurezza – si governino meglio se si evitano contatti con la comunità esterna e si chiude tutto il possibile, se, in senso metaforico, per usare una formula tristemente nota, non si fanno “respirare i detenuti”. Non tanto il respiro fisico, ma quel respiro che è garantito dall’accesso alla cultura e dall’incontro con persone, contenuti, esperienze. Il teatro, la letteratura, l’arte, le scienze. Non far respirare sotto questo profilo è forse peggio che limitare i movimenti fisici, ridurre le ore d’aria. Così negando quello che tutti sanno benissimo (e che noi sperimentiamo a Saluzzo), cioè che proprio laddove le persone sono collocate nel circuito dell’Alta sicurezza e scontano pene lunghe, il bisogno di stimoli e di occasioni di crescita culturale è grande e proficuo.
Certo proprio il rigore delle analisi impone di non generalizzare. Sarebbe ingeneroso farlo se pensiamo ai tanti sforzi e alle tante sensibilità che operano quotidianamente nella direzione di un carcere connotato come ho tentato di indicare sopra e gli impegni di tanti per mantenere fede a principi e a mandati istituzionali indicati dalla Costituzione e dalle leggi. Lo sperimentiamo in tante situazioni, nell’esercizio quotidiano del lavoro di docenti e di tutor.
Ma troppe sono le evidenze e le denunce di una impostazione di fondo che porta più persone in carcere, ne fa un contenitore di marginalità e disagi che dovrebbero avere risposte altre nei territori, le trattiene per più tempo negando o non riuscendo a costruire alternative e, soprattutto, lo vuole luogo con funzioni retributive e di mera neutralizzazione. Nel proporsi come strumento al servizio della sicurezza attraverso la oggettiva funzione di “incapacitazione” (che si esprime nel tenere fuori dal gioco, dalle relazioni, privandolo della libertà, per un periodo di tempo più o meno lungo, chi ha commesso un reato), il carcere fortifica chi è ristretto nelle prospettive di devianza / delinquenza, tanto che molte volte le persone escono peggiori di come sono entrate. In questo senso produce le condizioni per una maggiore insicurezza sociale (i tassi di recidiva sono in questo eloquenti).
Per chi si trova a gestire oggi le politiche penali e penitenziarie e per i cittadini che – attraverso gli strumenti della democrazia – possono condizionare orientamenti e scelte anche in questo campo, le domande che si possono porre perché siano oggetto di riflessione sono diverse:
- Il rifiuto e l’allontanamento da una visione del carcere dei diritti e delle opportunità, come sopra delineato, e, in modo specifico, la non piena valorizzazione del contributo dell’università e delle altre istanze culturali del territorio nell’ambito del penitenziario, consentono davvero di raggiungere gli obiettivi – di riduzione della criminalità e della recidiva e di reinserimento sociale – che ci si propone per le persone ristrette in carcere?
- Tale rifiuto è conveniente per gli operatori che in carcere gestiscono le diverse funzioni legate alla sicurezza e al “trattamento”, sotto il profilo della loro condizione lavorativa e del loro benessere personale?
- Ma soprattutto, è utile alla società nella doppia valenza: dell’efficienza sotto il profilo del rapporto tra costi e benefici e della produzione di maggiore sicurezza per tutti?
Provare a rispondere a queste domande e a formulare evidenze e argomentazioni di merito è impegno costante di chi, in contesto accademico, è impegnato su questi temi. L’auspicio è che si possano condividere anche con chi svolge la funzione delicatissima dell’esecuzione penale e, in concreto, di “gestire” persone in condizione di privazione della libertà e “costrette” in spazi e in dinamiche relazionali che sicuramente meritano – con l’impegno di tutti – profondi cambiamenti strutturali e culturali.