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Dal 3 maggio l’Italia vive a debito con il Pianeta

L’Overshoot Day segna il giorno in cui un Paese esaurisce il proprio budget ecologico annuale: se tutti vivessero come noi servirebbero quasi tre pianeti Terra. Invertire la rotta è ancora possibile
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Skyline di Milano

Il conto delle risorse naturali italiane per il 2026 è già in rosso: dal 3 maggio viviamo in debito ecologico con il Pianeta. In soli 123 giorni, infatti, il nostro Paese ha consumato l’intero budget di risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Un dato in linea con la media UE, ma drammaticamente distante dalla sostenibilità globale.

Come ormai noto, l’Overshoot Day (espressione traducibile liberamente come “giorno del sovrasfruttamento”) indica la data teorica in cui l’umanità – o una singola nazione – esaurisce le risorse naturali che la Terra riesce a rigenerare nell’arco di un anno. Questo indicatore, calcolato incrociando l’impronta ecologica (la domanda di risorse) con la biocapacità del pianeta (l’offerta), mostra il momento in cui iniziamo a intaccare il “capitale” naturale della Terra anziché vivere di rendita, accumulando CO2 nell’atmosfera e degradando gli ecosistemi.

Come viene calcolato realmente l’Earth Overshoot Day?

L’impronta ecologica non misura solo i gas serra, ma calcola la superficie di terra e di acqua biologicamente produttive necessarie a un individuo, a una nazione o all’intera umanità per produrre tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera. In particolare, il calcolo si basa su sei macro-categorie distinte. A livello globale (e con percentuali molto simili per l’Italia), la torta dei nostri consumi è così suddivisa:

  1. L’impronta carbonica (Carbon Footprint) – circa il 60% del totale
    È la fetta più grande ed è il motivo per cui si parla quasi solo di questo. Rappresenta la quantità di terreno forestale che sarebbe necessaria per sequestrare le emissioni di CO2 derivanti dai combustibili fossili, al netto di quella assorbita dagli oceani. In Italia e nei paesi industrializzati questa percentuale è spesso ancora più alta rispetto alla media globale (attorno al 62-65%).
  2. I terreni agricoli (Cropland) – circa il 20% del totale
    È la superficie necessaria per coltivare tutto ciò che mangiamo (grano, frutta, verdura), i mangimi per gli allevamenti, il cotone per i vestiti e le colture destinate ai biocarburanti. L’enorme richiesta di cibo della popolazione mondiale rende questa variabile la seconda più pesante.
  3. I prodotti forestali (Forest Products) – circa il 10% del totale
    Rappresenta la quantità di foreste destinate al taglio per la produzione di legname da costruzione, cellulosa per la carta e legna da ardere. Viene calcolato il tasso di prelievo rispetto alla capacità naturale della foresta di ricrescere.
  4. I pascoli (Grazing Land) – circa il 5% del totale
    È l’area di terra non coltivata utilizzata per il pascolo del bestiame da carne, da latte o per la produzione di lana e pelle.
  5. Le zone di pesca (Fishing Grounds) – circa il 3% del totale
    Calcola l’estensione di acque marine e interne necessarie per sostenere la rigenerazione degli stock ittici catturati dall’uomo. Se peschiamo più pesci di quanti ne nascano, questa voce va in deficit.
  6. Le superfici edificate (Built-up Land) – circa 2% del totale
    È l’impronta fisica delle nostre infrastrutture: l’area occupata da case, fabbriche, strade, autostrade e città. Questa terra viene considerata “persa” per la produzione biologica.

Tra queste, le ultime cinque categorie sono vincolate da limiti fisici “duri”, mentre il carbonio non lo è. Infatti, se finisce il legno di una foresta, la produzione si ferma. Se finisce lo spazio agricolo, non possiamo coltivare sul cemento. Il carbonio, invece, è un “rifiuto invisibile”. Non avendo un limite fisico immediato che ci blocca, continuiamo ad accumularlo nell’atmosfera sotto forma di gas serra. In sostanza, l’umanità riesce ad andare oltre il budget del Pianeta (e ad anticipare l’Overshoot Day a maggio) principalmente perché sta usando l’atmosfera come una discarica a cielo aperto per la CO2, superando la capacità delle foreste e dei mari di ripulirla. Se azzerassimo l’impronta carbonica domani, l’Overshoot Day mondiale si sposterebbe improvvisamente molto più avanti, quasi a ridosso della fine dell’anno.

Il trend italiano: una spirale che accelera

Guardando gli ultimi anni, la situazione italiana mostra un trend preoccupante. Sebbene ci sia stata un’apparente stabilizzazione a maggio, i dati strutturali indicano che la nostra impronta ecologica non sta migliorando affatto. Le date degli ultimi tre anni sono, rispettivamente: 19 maggio, 6 maggio e 3 maggio. Vale a dire che, nel giro di due anni, abbiamo anticipato la scadenza di ben 16 giorni. È vero che il “salto” più consistente (tra il 2024 e il 2025) è stato in parte amplificato dalla revisione metodologica globale nei calcoli sulle superfici agricole e sul sequestro di carbonio oceanico. Tuttavia, l’anticipo di ulteriori 3 giorni registrato quest’anno rispetto al 2025 conferma che i nostri consumi corrono molto più velocemente delle timide misure di transizione ecologica messe in atto. Il dato significa che, se tutta l’umanità vivesse e consumasse come noi italiani, servirebbero quasi tre pianeti Terra (per l’esattezza, 2,97: numero derivante dal rapporto tra i giorni di un anno e i 123 giorni sopraccitati) per soddisfare la domanda annuale di risorse. 

Quest’anno l’Overshoot Day italiano ha coinciso perfettamente con l’Overshoot Day dell’Unione Europea, fissato anch’esso al 3 maggio. All’interno dell’UE, ci posizioniamo in una fascia intermedia: siamo meno virtuosi di paesi come la Spagna, ma decisamente più sostenibili rispetto ai giganti del Nord o del Centro Europa. Nel contesto globale, invece, l’intero blocco occidentale si muove a una velocità insostenibile rispetto alla media planetaria, come dimostrano le date degli Overshoot Day di diversi Paesi. La classifica è guidata dal Qatar (la nazione peggiore al mondo in questo senso), con il 4 febbraio (data equivalente a 10 Terre). Gli Stati Uniti l’hanno celebrata il 14 marzo, la Francia il 24 aprile e la Germania il 10 maggio. Per la Spagna la data prevista è il 4 giugno, mentre la stima per il mondo si colloca verso fine luglio.

Cosa ci spinge “in rosso” e come invertire la rotta

Il WWF Italia ha tracciato i fattori culturali e strutturali che alimentano il nostro deficit ecologico. Le cause principali non sono un mistero e toccano la vita quotidiana di tutti noi.

  • Siamo il Paese delle automobili: la mobilità italiana è ancora pesantemente ancorata al trasporto privato e ai combustibili fossili.
  • Le case energivore: il nostro patrimonio immobiliare è vecchio e disperde enormi quantità di energia per il riscaldamento e il raffrescamento.
  • Consumo di suolo: la cementificazione in Italia viaggia a ritmi superiori alla media europea, superando il 7% del territorio nazionale artificializzato (contro una media UE del 4,4%).
  • Alimentazione e filiere: una dieta progressivamente più ricca di proteine animali e l’alto livello di spreco alimentare lungo la filiera pesano enormemente sulla nostra impronta idrica e carbonica.

Invertire la rotta è possibile e conveniente, oltre che necessario. Il 3 maggio non deve essere ridotto a una ricorrenza rituale da commentare una volta all’anno, ma va letto come un campanello d'allarme economico e sociale non più ignorabile. Continuare a vivere a debito con la natura significa accumulare una passività invisibile che già oggi paghiamo sotto forma di eventi climatici estremi, siccità che minacciano l’agricoltura e instabilità dei prezzi energetici. Il deficit ecologico, insomma, si traduce sempre in un deficit economico.

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