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Il problema non sono soltanto i caporali, ma il sistema che continua ad averne bisogno

Dalla tragedia di Amendolara alle campagne piemontesi, il sociologo Davide Donatiello spiega perché lo sfruttamento non si combatte soltanto con la repressione e perché il caporalato prospera dove manca un’alternativa all’intermediazione del lavoro
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Braccianti stranieri al lavoro nei campi in Calabria
Braccianti stranieri al lavoro nei campi in Calabria (Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images)

La tragedia di Amendolara, in Calabria, dove quattro braccianti stranieri – tre afghani e un pakistano – sono stati trovati morti in un furgone dato alle fiamme, ha riportato al centro dell'attenzione il tema del caporalato e dello sfruttamento nel lavoro agricolo. Ma quanto c'è di eccezionale in questa vicenda e quanto, invece, racconta una realtà strutturale che attraversa le campagne italiane? Ne parliamo con il sociologo Davide Donatiello, docente del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino e studioso delle filiere agroalimentari e del lavoro migrante, che invita a guardare oltre la cronaca e a interrogarsi sui meccanismi che continuano a rendere possibile lo sfruttamento.

Che cosa ci racconta la tragedia di Amendolara sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti in Italia oggi?

Ci ricorda quanto siano ancora diffuse le situazioni di sfruttamento della manodopera straniera, soprattutto in agricoltura. È un fenomeno che rimane in gran parte invisibile e che torna all'attenzione solo quando avvengono fatti drammatici. Eppure lo sfruttamento si riproduce ogni giorno, lontano dai riflettori. Negli anni molte norme sono nate proprio in seguito a tragedie e casi emblematici, come la morte di Satnam Singh nell’Agro Pontino. Oggi disponiamo di strumenti importanti, come la legge 199 del 2016, ma il fenomeno continua a esistere. Il punto è che non riguarda soltanto il lavoro nei campi. Riguarda anche le condizioni di vita dei braccianti: dove dormono, come si spostano, quanto pagano per un alloggio spesso inadeguato, quale accesso hanno ai servizi e quanto dipendono da intermediari che organizzano lavoro, trasporti e sistemazioni. È in questa condizione di vulnerabilità complessiva che lo sfruttamento trova terreno fertile.

Siamo quindi di fronte non a un episodio eccezionale ma alla manifestazione più drammatica di una situazione strutturale che continua a interessare il lavoro agricolo?

Sì, vale soprattutto per l’agricoltura, anche se forme di sfruttamento si osservano pure in altri settori, dalla logistica a quello che viene definito il “caporalato urbano”. Nel lavoro agricolo, però, il fenomeno ci interroga direttamente sul funzionamento delle filiere produttive e del mercato del lavoro. L’Italia ha una forte vocazione agricola e ampie aree del Paese dipendono in misura significativa da questo settore. Le situazioni cambiano da territorio a territorio e da filiera a filiera, ma la domanda da porsi è sempre la stessa: come viene organizzata la produzione e quale ruolo viene assegnato alla manodopera? Per capire lo sfruttamento non basta guardare ai singoli caporali o alle singole aziende. È necessario osservare il funzionamento complessivo della filiera, i rapporti di forza economici che la attraversano e le condizioni in cui viene reclutato e impiegato il lavoro. 

Sostiene che il caporalato non sia soltanto un fenomeno criminale, ma anche il prodotto di meccanismi economici interni alla filiera agroalimentare. Dove si genera concretamente questa pressione e come si scarica sui lavoratori?

Spesso immaginiamo che lo sfruttamento esista soltanto nei grandi ghetti del Sud, dove vivono lavoratori stranieri particolarmente vulnerabili. In realtà ritroviamo situazioni di sfruttamento anche nel Centro e nel Nord Italia e persino in filiere che producono molto valore, come quella vitivinicola in Piemonte. È un errore pensare che il problema riguardi soltanto i comparti meno redditizi, dove la compressione dei costi si scarica sui lavoratori più deboli. Anche dove il prodotto finale ha un elevato valore di mercato possono emergere forme di sfruttamento. La vera questione è capire come quel valore viene distribuito lungo la filiera: tra chi lavora nei campi, chi organizza la produzione, chi trasforma il prodotto e chi lo commercializza.

La legge 199 del 2016 viene spesso indicata come una svolta nella lotta al caporalato. A quasi dieci anni dalla sua approvazione, che cosa ha funzionato e che cosa no?

Ha dato risultati importanti sul piano repressivo, con controlli, indagini e contrasto. Meno efficace è stata invece sul piano della prevenzione e delle cause strutturali del fenomeno. Ci siamo concentrati sull’individuazione dei caporali, ma molto meno sulle ragioni che continuano a generare una domanda di intermediazione del lavoro. Perché in filiere molto diverse e in territori anche lontani tra loro continuano a emergere figure che svolgono queste funzioni? Evidentemente esistono esigenze organizzative e carenze di sistema che non hanno trovato una risposta adeguata. Per questo, dopo ogni tragedia, dovremmo interrogarci non soltanto sugli aspetti criminali, ma anche sulle condizioni che permettono a questi fenomeni di riprodursi.

Possiamo dire che la legge 199 non è stata ancora del tutto applicata?

Ha rappresentato un’importante innovazione normativa, ma le sue potenzialità non sono state valorizzate fino in fondo. La stessa legge richiamava il tema del riallineamento retributivo nel settore agricolo, cioè il modo in cui il valore prodotto viene distribuito lungo la filiera. Questo chiama in causa aziende agricole, trasformatori, associazioni di categoria, canali commerciali e, in molti casi, anche la grande distribuzione. Dentro questi rapporti economici e di potere, l’anello più debole resta spesso la manodopera straniera, più vulnerabile e ricattabile. L’agricoltura, inoltre, ha un fabbisogno di lavoro fortemente legato alla stagionalità. Per molte aziende è essenziale trovare rapidamente manodopera nei momenti di picco, come la vendemmia o i raccolti. È qui che si inseriscono gli intermediari che reclutano e organizzano i lavoratori. Negli anni il rapporto diretto tra datore di lavoro e lavoratore si è progressivamente indebolito. Spesso chi impiega la manodopera delega ad altri il reclutamento e la gestione del personale, con il rischio di una crescente deresponsabilizzazione. Per questo oggi dovremmo chiederci non soltanto chi esercita l’intermediazione illegale, ma anche perché esiste una domanda così forte di questi servizi.

È una questione che ci chiama in causa anche in quanto consumatori?

Sì, ma bisogna evitare semplificazioni. Il tema riguarda tutti noi come cittadini, prima ancora che come consumatori. Non possiamo pensare che la responsabilità ricada soltanto sulle scelte individuali di acquisto. Il nodo riguarda il funzionamento delle filiere e il modo in cui il valore prodotto viene distribuito tra i diversi attori economici. Nel settore vitivinicolo, ad esempio, alcuni consorzi promuovono campagne sulla sostenibilità sociale del lavoro e adottano strumenti per valorizzare le aziende che rispettano determinati standard. La sfida non è soltanto punire chi sfrutta, ma costruire condizioni che rendano più conveniente e più visibile il lavoro regolare.

Con l’avvio della stagione della raccolta, qual è oggi la situazione in Piemonte?

Anche in Piemonte le situazioni sono molto diverse tra loro. Restando al settore vitivinicolo, basti pensare alle differenze tra l’Albese e il Monferrato Astigiano: si tratta di filiere con caratteristiche e organizzazioni differenti. Questo però non significa che il problema non esista. Nel tempo anche in questi territori sono emersi casi di sfruttamento della manodopera e attività di intermediazione irregolare. Gli stessi intermediari possono operare su più distretti agricoli, seguendo il calendario delle raccolte. Ad esempio, la vendemmia delle uve bianche precede quella delle uve rosse: chi organizza il lavoro può spostare la stessa manodopera da un territorio all’altro, garantendosi continuità economica lungo tutta la stagione. Questo meccanismo può essere gestito nel pieno rispetto delle norme oppure in modo illegale e sfruttando i lavoratori. Il problema è che, agli occhi del consumatore, queste realtà convivono spesso sullo stesso territorio e all’interno delle stesse filiere. Per chi acquista una bottiglia di vino non è facile capire cosa si nasconda dietro quel prodotto senza un sistema consolidato di certificazione etica.

Negli ultimi anni il caporalato è cambiato? Quali sono oggi le forme di sfruttamento più diffuse e meno visibili?

Oggi lo sfruttamento non riguarda soltanto il salario o le condizioni di lavoro nei campi. Certo, continuano a esserci casi di paghe molto basse, orari eccessivi, assenza di pause e violazioni contrattuali. Ma spesso lo sfruttamento si estende anche ad altri aspetti della vita dei lavoratori e proprio per questo può risultare meno visibile. Pensiamo ai trasporti. In molti casi gli intermediari organizzano gli spostamenti verso i luoghi di lavoro e chiedono ai lavoratori di pagare il servizio. Oppure agli alloggi: può accadere che sia lo stesso intermediario a decidere dove i lavoratori devono vivere, chiedendo somme elevate per sistemazioni spesso precarie. Alla fine della giornata, tra salari bassi, costi di trasporto e spese per l’alloggio, a chi lavora resta ben poco. Sappiamo da anni che le campagne italiane attirano ogni stagione migliaia di lavoratori. La vera domanda è se i territori siano preparati ad accoglierli. Dove mancano soluzioni adeguate per l’alloggio, i trasporti e l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, si creano spazi che vengono occupati da forme di intermediazione opache o illegali. Il tema, quindi, non riguarda soltanto la repressione dello sfruttamento, ma anche la capacità delle istituzioni e delle comunità locali di governare questi flussi stagionali e di garantire condizioni dignitose di vita e di lavoro.

Quali interventi sarebbero oggi necessari, in concreto, per prevenire nuove tragedie e contrastare in modo più efficace lo sfruttamento nel lavoro agricolo e non solo?

Il primo nodo riguarda la condizione giuridica dei lavoratori stranieri. La precarietà del loro status li rende particolarmente vulnerabili e ricattabili. Ridurre questa vulnerabilità significherebbe già intervenire su una delle condizioni che rendono possibile lo sfruttamento. Il secondo punto riguarda il funzionamento delle filiere. Bisogna capire quali servizi di intermediazione richiedono le aziende agricole e perché, in molti casi, a queste esigenze rispondano soggetti informali o illegali. Il caporalato si inserisce proprio in questo spazio. Le organizzazioni criminali, quando sono presenti, non creano il problema: sfruttano una domanda che esiste già. Le mafie, quando sono presenti, e si tratta di una minoranza dei casi, sono un attore tra gli altri. Anche per questo la sola repressione non basta. Occorre costruire alternative credibili e trasparenti per il reclutamento della manodopera, investire su trasporti, alloggi e servizi per i lavoratori stagionali e rendere più responsabili tutti gli attori della filiera. Il rischio, altrimenti, è costruire sistemi in cui tutti beneficiano del lavoro svolto, ma nessuno si assume davvero la responsabilità delle condizioni in cui quel lavoro viene organizzato.

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